I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: la politica (I)

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Renzi & Family. ‘Il Trump italiano’ (cit. V. Sgarbi) in una tipica espressione di rivoluzionario contropotere riformista.

Qui non entriamo nel merito, previsione pura e semplice.

Come siamo arrivati al referendum dice già tanto: le elezioni degli ultimi anni e il gioco dei sondaggi.

Perché, se non si vota mai pur cambiando sempre governo, qualsiasi voto diviene politico. E i numeri non ci sono.

I social, da brexit a Trump, tendono a non mentire. Ma c’è una specificità italiana.

Il viaggio nelle ipotetiche terre del SI. Una riforma che non entusiasma.

Quei segnali politici e mediatici che inducono ad immaginare una prevalenza netta. Le elezioni americane, le dimissioni di Hollande, il colpo di coda di Silvio.

Cosa resta al SI?

Il peggio sarebbe una vittoria risicatissima di uno dei fronti. Ma non accadrà.

Lo scopo di questo intervento non è addentrarsi nei meandri del merito costituzionale della riforma, ma fornire una previsione sull’esito del Referendum. Opinione dello scrivente è che la bilancia di merito penda quasi integralmente dalla parte del NO, come dicemmo. E che il numero cospicuo di giuristi incapace di ammetterlo segni un livello di declino della grande scuola del diritto italiano, che nemmeno il fascismo seppe indurre o volere. A questo proposito dedicheremo un secondo post, nella giornata di domani. Che provi a dare conto della pochezza linguistica e giuridica del testo voluto dal PD. Già, voluto dal PD. E basta. A poco rileva un iniziale apporto di Forza Italia, poi ritirato per le ben note vicende che hanno messo in crisi il patto del Nazareno. E’ infatti il PD in solitaria, lucrando su di un premio di maggioranza smisurato ed irripetibile – perché oggetto della censura della Consulta – ad avere quella maggioranza ‘anticostituzionale’ alla Camera che, unita alla maggioranza trasformista al Senato (attraverso l’appoggio dei senatori eletti nelle file del centrodestra, che han voltata gabbana), ha consentito l’approvazione in Parlamento del testo della riforma. Una maggioranza non qualificata, incapace di raggiungere quei 2/3 richiesti dalla Carta attuale per la promulgazione: ciò ha obbligato il PD alla via del referendum confermativo, previsto quale alternativa.  

La conta politica

Se andiamo a vedere gli esiti delle elezioni politiche a cui i seggi fanno riferimento, quella del 2013 – Bersani, Berlusconi e Grillo – il PD ottenne il 29,55%  dei consensi. Contro il quasi altrettanto di FI (29,18%) ed il 25,56% del Movimento cinque stelle. Il 55% dei parlamentari alla Camera, pertanto, corrisponde ad un ben più misero 29,5% nel paese. Come abbiamo già fatto – con successo predittivo – in occasione delle amministrative, di Brexit e delle elezioni americane, non prenderemo in considerazione i sondaggi, se non marginalmente: sebbene in questo caso abbiano dato esito lontano dai desideri del potere vigente – a differenza che nei 3 casi ricordati – attribuendo un netto vantaggio al fronte del NO, quindi riducendo la possibilità che siano stati alterati per ingraziarsi i ‘datori di lavoro’, resta che nessuna affidabilità rimane ai media ed ai grandi istituti di rilevazione, prestatisi troppo frequentemente e troppo di recente a tentativi di influenzare il popolo sovrano, ovunque nel mondo. Al di là della pratica ben nota della profezia autoavverantesi, dare in vantaggio una parte può sempre spingere al voto chi era tiepido sostenitore dell’altra, ad esempio. Ma a patto che il vantaggio previsto non sia troppo vasto, perché in tal modo li si potrebbe scoraggiare definitivamente. Il gioco consiste, dopo ogni rilevazione resa pubblica, vedere che effetto ha sortito, mediante un’altra: se il risultato è stato nella direzione dei committenti del sondaggio, allora si prosegue manipolando il campione a tale scopo. In caso contrario, dietrofront: giù gli alti e su i bassi… e controllare nuovamente sul campo. Ecco perché, ai fini di questa previsione, faremo a meno del loro apporto. Che, ripetiamo, tanto poco ha giovato in casi recentissimi.

Torniamo quindi alla realtà. La riforma costituzionale conta sulla base elettorale ‘politica’ del 29,5% delle elezioni del 2013. Ma cosa di quel 29,5% è rimasto oggi al PD? Passaggio fondamentale per comprendere la realtà elettorale attuale è quello delle amministrative del 2015 e 2016. Abbiamo dedicato molta attenzione ad ambedue le turnate elettorali. Con notevole successo predittivo, come chiunque voglia può controllare. Il risultato della più recente ha confermato il trend della precedente: il PD si prosciuga di consensi, sia in senso relativo (rispetto ai voti espressi) sia in assoluto (rispetto all’intero corpo elettorale, ovvero includendo l’astensione). In questo secondo caso, quello che più ci interessa in un contest referendario, parliamo di una riduzione che viaggia nell’ordine di milioni. Per mero colpo d’occhio, qui la capitale:

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Possiamo oggi affermare – sempre disinteressandoci dei sondaggi e con molte ragioni dalla nostra parte- che il PD viaggi di non troppo sopra il 20%, max 25%. Di questo elettorato del PD, non tutto è orientato verso il SI. Lo sappiamo dalla sua stessa espressione politica. Immaginare che dietro D’Alema, Bersani, Civati e via dicendo non ci sia nessuno è naturalmente illusorio. Anche dando al PD quel 25% che è la sua massima soglia, possiamo inquadrare un rotondo 5% in meno, come minimo. E siamo intorno al 20%. Corroboriamolo delle clientele UDC e arriviamo al 23%. A queste cifre potremmo aggiungere anche un terzo dei voti di FI, un bel 4%. Che costituisce il nerbo, insieme ad UDC e PD, di quella DC aleggiante eternamente nell’aere italico. Impossibile negare che per qualche populista intemerato e grillino la sola idea che si riducano i senatori – senza alcuna riflessione ulteriore – sia sufficiente. Ma quanti volete che siano, questi rabbiosi? Diciamo che, quindi, il fronte politico del SI può contare su di uno stentato 30%. Che è previsioneun 30% calcolato sull’affluenza delle politiche del 2013, intorno al 75%. Se, come agevole sarà, l’affluenza supererà di poco il 50%, esso si tramuterà in quel 45% che ci attendiamo da sempre. Il restante 55% lo forniscono infatti le forze politiche avverse. Peraltro ben più motivate dalla prospettiva di dare un colpo durissimo ad un governo che, ripetiamo, cammina con gambe anticostituzionali e trasformiste, vive solo nel palazzo. E non li rappresenta: Sulla bilancia del NO, al netto delle decurtazioni pro SI già operate, vanno quindi un 22% di grillini, un 10% di FI, un 12% della Lega. E siamo già ben oltre il 40% delle politiche. Che dovrebbe diventare il 55% finale al referendum, in quanto l’affluenza prevista domani è fra il 50% ed il 60%.

Naturalmente, checché se ne dica, la componente politica di questo voto sarà dominante, come già fu alle amministrative di mesi fa. Per la semplice ragione che l’applicazione così pedissequa del parlamentarismo – ovvero una serie di Premier lontanissimi dalle indicazioni del voto, scelti a raffica dal Presidente della Repubblica e dall’aula (e forse anche dalle istituzioni europee)- carica naturalmente di contenuti politici ogni occasione di voto. In sostanza, il popolo si riprende il potere politico che la Costituzione gli affida, anche laddove non sarebbe esattamente il caso. Questione affascinante, la cui responsabilità sta tutta in capo alla casta che, pure, son gli stessi italiani ad eleggere, nell’aspettativa di ritorni egoistici. ‘Familismo amorale’, insomma. Sempre lui. L’unica vera dimensione da riformare rapidamente, su cui nessuno mette mai realmente bocca. Ma torniamo al referendum.

Queste agevoli considerazioni già ci instradano verso la risposta giusta. I numeri ‘politici’ non ci sono. Ecco perché la frenesia dei dibattiti televisivi, dei 30 euro ai pensionati, delle ILVA quasi spente immerse di colpo nei miliardi, dei tour italiani e stranieri di Renzi, Boschi e affini. E’ infatti il fronte del SI ad aver disperatamente bisogno di un voto trasversale, di scuotere chi è di altre idee, di portare insomma – come De Luca splendidamente diceva – tanta altra gente alle urne. Crediamo quindi che un’affluenza inferiore al 60% renderebbe quasi inutile lo scrutinio: quelle famose elezioni europee del 40% al PD sono davvero il ricordo smarrito di una speranza che, evidentemente, non diede i frutti attesi. Stando appunto agli esiti, ampiamente politici anch’essi, delle amministrative di cui sopra. Altrettanto, nessuno, nemmeno i proponenti delle riforme, le ritengono un capolavoro. Anzi, l’argomento principe è che sian mediocri, ma sempre meglio di nulla. Ma ancor più decisivo sarebbe che assestare un colpo così duro al potere costituito potrebbe aprire la strada ad un destino ignoto e preoccupante. Quest’ultimo argomento, che ha sempre avuto presa su di un popolo di centristi, alla ‘Franza o Spagna purché se magna’, è però al momento assai usurato dai risultati di Brexit e dalla vittoria di Trump. Nonostante tutto il terrore istillato dai media, incredibile a dirsi, né a Gran Bretagna né a Stati Uniti è accaduto nulla di grave, anzi, per una scelta così ‘antisistema’. Da qui il tentativo mediatico di presentar Renzi addirittura sul versante opposto, antisistema: quasi un ‘Trump italiano’ (ammazza Sgarbi come sta messo…). Renzi amico di MPS, di Draghi, della Confindustria, della Chiesa, dei media, dello star system… e chi più ne ha più ne metta. Capirete bene che, dopo un paio di giorni di questa litania – e sondaggi relativi – abbiano lasciato perdere.

La conta social

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ottima analisi, da Lettera 43

E infatti anche i social, che si sono dimostrati già in più occasioni capaci di prevedere l’esito finale di consultazioni elettorali, parlano in modo inequivocabile a favore del fronte del NO. In modo addirittura impietoso. Da qui il miserando, malmostoso tentativo di Jacopo Jacoboni, in combutta col PD, per inquinare la limpidezza e l’evidenza del

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165 retweet in 11 ore, per un Premier siamo a numeri irrisori

fenomeno, che rendeva e rende sempre meno efficace la propaganda governativa sui social. In specie su twitter. Dove infatti si è consumata la farsa di Beatrice di Maio, ovvero la moglie di Brunetta, additata come cospiratrice russofila e quasi bot. E’ vero però che in Italia l’uso dei social è confinato a fasce di età non elevate, a differenza che negli States, ad esempio…quando sappiamo che la maggior parte dei voti per il SI è matura se non senile. Che sia tale, soprattutto, ce lo dicono direttamente i recenti provvedimenti del governo, occhieggianti ai pensionati – 30 euro in più – ed ai lavoratori ipertutelati – vedere il rinnovo dei contratti, peraltro non coperti da risorse adeguate – che in genere hanno non meno di 50 anni. Mentre una manfrina di possibile liberalizzazione delle droghe leggere, che aveva fatto capolino nel PD nei mesi passati, è stata di fretta cestinata dal PD, in accozzaglia con la Lega: facile i sondaggi gli abbiano segnalato come avrebbe guadagnato pochissimo consenso junior, al rischio di perderne parecchio senior. Inequivocabile, poi la pubblicità scelta per la tv.

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la divertente satira di Gazebo sulla pubblicità del SI, con protagonista una donna anziana e saccente

Il viaggio dell’Abate alla ricerca del Si

Per intercettare il Si, quindi, nella sua dimensione matura e politicamente ‘sinistra’, l’Abate si è messo di persona in viaggio, attraversando Toscana, Emilia, Piemonte e Lazio. I risultati sono stati deludenti, anche sul campo. Nemmeno a Firenze e Bologna si palesava entusiasmo e fiducia. Le posizioni erano molto spesso divergenti e quasi paritarie. Docenti universitari, studenti, commercianti, disoccupati, giovani e vecchi, manifestavano opinioni dimesse ed incerte, se favorevoli alla riforma. Convinte e tassative se contrarie. Pisa, piagata dal fenomeno di un’incontrollata immigrazione, non appariva quella quieta cittadina toscana fedele al suo credo cattocomunista. Torino, nettamente spaccata, manifestava la recente infatuazione grillina anche riguardo al referendum. Roma, persino, sembrava divisa fra elite garantita, pronta alla conservazione – e quindi a Renzi – ed una massa irritata ed insoddisfatta, in parte del tutto disinteressata, in parte accesamente contraria alla riforma ed a chi la propone.

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la nostra bella e sventurata Italia (foto Theleme)

Del resto, se andassimo a rivedere lo scenario elettorale comunale romano, riscopriremmo come al PD siano ormai legate quasi solo le classi agiate e loro clientele dirette. Ad ogni diversa formazione politica, in specie Lega e M5s, tutte le altre. Con questo non dico che il NO trionferà in quelle regioni, specie in provincia e contado… ma non siamo lontani, parrebbe, da un sofferto equilibrio. Che, sommato ad altri contesti regionali, sembra condannare nettamente la riforma costituzionale. 

Il Sud e le isole, questi convitati di pietra

In questo caso ci avvarremo di un articolo, supportato da sondaggi, che è parso possedere parvenza di equilibrio alla luce della realtà dei luoghi: esso ci presenta un’Italia meridionale in cui è difficile autoingannarsi sulle prospettive future o sui successi degli ultimi governi, Renzi incluso. Per bocca di Quagliarello e Bassolino, persino. Disoccupazione, disagio sociale, emigrazione incessante al nord ed all’estero dei giovani, mala amministrazione – incarnata da papaveri locali che sfruttano sino all’osso le marginali risorse ormai destinabili all’assistenzialismo ed alla clientela – chiusura delle attività commerciali, ritardo nell’infrastrutturazione (notate come sia sparita dal battage mediatico l’autostrada Salerno Reggio Calabria, che pure ebbe gran gloria negli annunci di pochi mesi fa), presenza ossessiva di criminalità organizzata e micro, pessima sanità, tracollo delle grandi industrie di Stato, da ALCOA a BLUTEC, comportano inesorabilmente un acceso sentire antigovernativo. Se questa è la stabilità, insomma, al Sud non conviene. Anche la presenza, ad ogni livello dirigenziale, di figure provenienti dalla sola Toscana, o al massimo Emilia, si rivela un boomerang non indifferente, all’interno della stessa macchina del potere democratico. Il solo De Luca, politico di stampo tradizionale con elementi di capacità ed efficienza (naturalmente alimentati da storiche pratiche votoscambiste), non controbilancia certo la sensazione di abbandono e irrilevanza del Sud. Idem dicasi per Angelino Alfano, siciliano acarismatico, dal quale abbiamo ascoltato infinite sconcezze teoriche e dialettiche, in questi giorni di dibattiti incessanti. E’ assai disagevole immaginare che il voto trasversale del Sud possa premiare Renzi, nonostante l’acclarata consuetudine democristiana di tante regioni meridionali. E la miseria dilagante, che spinge a svendere il consenso per una frittura. Ultima riprova, la presenza continua al di sotto di Roma del Premier e dei suoi più fidati ministri, negli ultimi giorni della campagna. Boschi in primis, che non ha mancato di mostrarsi, alquanto malvestita, alla prima del San Carlo di Napoli, forse per giocare la carta della seduzione ‘da palco regale’, su di un popolo notoriamente nostalgico dei suoi sovrani.

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Il mondo ci guarda. Ma intanto si allontana

Né è da obliare quanto tutto sia andato nella direzione diametralmente opposta a quella auspicata dal governo italiano di centrosinistra, che si trova, quasi di colpo, isolato nella scena europa e mondiale. Il rapporto storico fra i democratici americani e quelli italiani è ormai più una palla al piede che un vantaggio, come invece fu per decenni: Trump rappresenta al tempo stesso la possibilità per un popolo di votare contrariamente al mantra della globalizzazione, senza che ciò comporti disastri o tracolli, insieme alla certezza che negli Stati Uniti scorra ormai un sangue politico che di Renzi non sa che farsene. Hollande, incapace come tutta la sinistra francese di dare risposte al popolo, ha annunciato pubblicamente che non si ricandiderà: un Fillon ingombrante, cattolico ma non cattocomunista, si disputerà la Presidenza con Le Pen, mai stata così forte e credibile. L’est Europeo, capitanato dall’Austria che dopodomani voterà nuovamente per il suo Presidente della Repubblica (dopo gli osceni ‘errori’ che avevano avvantaggiato il candidato della sinistra e dei verdi), è ormai allineato verso posizioni intransigenti, in specie su debito, immigrazione e rapporti con Islam e Turchia, escludendo ogni possibilità di compromesso comunitario. In Inghilterra non c’è più l’accomodante Cameron (che Renzi era andato a trovare, portando male come sua abitudine, poco prima del voto Brexit) ma una succedanea della Thatcher, che ci ha appena soffiato dei ruoli chiave sulla gestione dei migranti. Angela Merkel, sponsor del progetto UE che includeva l’Italia come necessario aiutante, conosce difficoltà sinora impensabili. Non a caso le nostre shares geopolitiche, di cui la Libia è esempio drammatico, calano alla velocità della luce. Per quanto il popolo della penisola mastichi poco la geopolitica, proprio la generazione dei più maturi valuterà certamente il rischio implicito di non sostituire questa classe dirigente, legata a doppio filo al vecchio ciclo storico. Il desiderio di stabilità e di tranquillità (pagata con le pensioni) si accosta malagevolmente nell’immaginario collettivo all’isolamento internazionale, in specie dagli Stati Uniti. Anche questa conta va nella direzione di un prevalere netto del NO.

Cosa resta al SI?

Fin qui ci siamo limitati a riferire fatti, con una blanda coloritura che è quella data dalla scelta di campo che ci pare obbligata. E staremo sui fatti anche riguardo alle chance del SI. In sostanza, tutti gli indicatori mostrano quanto il voto per il SI coincida largamente con quello della base elettorale del PD. Il merito era assai arduo da raccontare, la personalizzazione non ha funzionato, i distinguo sono stati un’infinità. L’unico aggregante di voto trasversale risulta quindi l’eventuale panico generalizzato per un futuro italiano orfano di Renzi. E con un PD che, per sopravvivere, avrebbe bisogno di vera palingenesi. In questo contesto, secondo alcuni, potrebbe trovare humus sufficiente il Movimento Cinque Stelle, percepito come pericolo insopportabile e salto nel buio incapace di garantire certezze consolidate. In fondo, chi difende il SI usa in prevalenza questi argomenti, fateci caso. Ma basterà la mobilitazione di tutti i pensionati italiani meno attenti, dei dipendenti comunali e regionali, di parte del comparto confindustriale, delle parrocchie italiane, di quella frazione di quarantenni ‘sistemati’, aggrappati ad un ordine sociale che ormai esiste solo nelle loro fantasie, sommati agli iscritti ai sindacati centristi e, naturalmente, agli elettori del PD, UDC e parte di FI? Noi crediamo di no. Perché a leggerli così fanno impressione… eppure in realtà parliamo sempre della stessa gente, citata più volte sotto bandiere diverse. Ad indicarli sarebbero bastate le ultime  30 battute della domanda retorica. Segnale da non trascurare, a riguardo, è la definitiva presa di posizione di Berlusconi, sino all’ultimo in perenne equilibrio fra SI e NO. La dichiarazione che leggete in foto, rilasciata a Porta a Porta, taglia di netto il nodo gordiano. Facendoci immaginare che il vecchio marpione ormai sappia dove vada, inevitabilmente, la barca. Idem per l’intiepidirsi progressivo di Confindustria che, mese dopo mese, ha ridotto l’esposizione sul tema, sin quasi a svanire.

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Il rischio maggiore

Il rischio maggiore per il paese, infine, sarebbe un pantano elettorale in cui la vittoria è di misura ridottissima per l’una o l’altra parte. Magari condizionata dal voto estero, pietra di ogni scandalo elettorale. O da conteggi e riconteggi e faide che allontanerebbero ancora di più questo paese vecchio, stanco, sfiduciato – mortificato dalle stesse elites giovani che ha selezionato (vedere i fallimenti delle riforme, presentate per mesi in pompa magna) – dalla realtà di un mondo che galoppa mentre noi ciondoliamo, fingendo di fare grandi salti per via di riforme legislative. Quando la vera riforma è di mentalità, di cultura, di obiettivi. Insomma di Politica nel senso vero. 

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Non crediamo ciò avverrà, per tutto quanto sopra esposto. Ci spingiamo sino ad immaginare un prevalere netto del NO, ipotizzato intorno ai 10 punti percentuali.

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3 commenti su “I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: la politica (I)

  1. […] il cittadino ha di chi lo sostiene. E, purtroppo per il fronte del NO, anche di chi gli è avverso. Ma di questo ci siamo appena occupati. Ecco perché ci è parso che la giornata di silenzio elettorale fosse quella più acconcia per […]

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  2. […] I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: la politica (I) […]

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  3. […] a tali estreme dichiarazioni e che la battaglia politica del SI era persa in partenza – per banali calcoli che vi abbiamo anche raccontato –  descrivere le ragioni del suo futuro abbandono con tale sicumera ed apodittica certezza, […]

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