La Corea del Nord ‘is begging for war’, yes. Ma quanta farina è del sacco cinese?

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Per l’ambasciatrice americana all’ONU, Kim starebbe ‘mendicando una guerra’ dagli Stati Uniti.

I motivi che inducono a crederlo assai probabile. Le dichiarazioni illuminanti di Kim Jong – un.

Il vero obiettivo – dei cinesi e poi dei coreani – è l’amministrazione Trump e la sua politica.

Un violento scontro, commerciale e/o militare, è ai blocchi di partenza. Da Nagasaki a Tripoli, non c’è spazio per esercizi retorici.

 

Giorni fa una frase dell’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley (scelta da Trump ), ha destato grande scalpore:

Kim starebbe ‘mendicando una guerra’ dagli Stati Uniti, la cui ‘pazienza non è illimitata’. La risposta della Corea del Nord è stata furibonda – anche peggio del solito – giungendo a definire la Haley quale ‘prostituta che fa frusciare la sua gonna‘. Forse è stato toccato un nervo scoperto, le cui terminazioni abbiamo tentato di esaminare in dettaglio nel lungo post precedente, dedicato alla questione coreana, ripreso in bell’evidenza anche dalla carta stampata, grazie ad un articolo di Paolo Becchi su libero. Un’interessante inversione del rapporto usuale di citazione, fra media ufficiali e blog.

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la Cina cala il suo asso: Kim di Corea. Ma Trump è di casa a Las Vegas…

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Kim Jong – Un, il (semi)nuovo spauracchio. Come è giunto là dove è.

Perchè fa più paura di Saddam e di Gheddafi. Gli ‘errori’ dei Clinton.

L’asse internazionale antiamericano.

Che vuole da noi, Kim? Cerchiamo la risposta, non scontata, fra i suoi amici, nemici e neutrali.

Il bandolo della Matassa. Il colosso d’argilla ha fifa di Trump?

Lo scenario bellico. Mors tua, vita mea. L’illusione positivista.

L’Occidente si ricompatta, ora l’analisi è completa: i finali possibili.

Kim Jong – Un è figlio d’arte, discendente di una genia di dittatori come solo l’oriente ha saputo regalare al mondo. Si trova ancora dove è a causa della seclusività assoluta della Corea del Nord, certo. Ma soprattutto per una concatenazione favorevole di dinamiche geopolitiche originatesi fra la decolonializzazione e la guerra fredda.

La geopolitica che partorì  Kim

Il celebre nonno è stato uno dei tanti arruolati nella ‘legione straniera’ dell’allora impero sovietico, adeguatamente ideologizzato e messo a capo di una forza locale comunista il cui scopo era impadronirsi della Corea, dopo la sconfitta giapponese. Come in ogni altro luogo del pianeta, la cosa riuscì a metà. Infatti gli USA reagirono, vi fu una guerra e la penisola coreana rimase da allora spaccata in due Stati distinti. La non belligeranza deriva da un armistizio firmato nel 1953, cui mai fece seguito il trattato di pace. Da allora, il piccolo stato è stato giocato da Russia e Cina l’una contro l’altra, insieme contro gli USA o contro il Giappone e via discorrendo. E’ interessante notare come anche stati arcinemici abbiano in realtà concorso alla sopravvivenza della dinastia. Per fare un esempio, Tokio, se da un lato ha subito dalla Corea del Nord ogni possibile atto terroristico – dai rapimenti e sequestri di suoi cittadini a missili ad un palmo dal naso… e quindi non possa non vedere in esso una grande minaccia – dall’altro non ha mai davvero spinto per la sua dissoluzione, perchè timoroso le seguisse la riunificazione delle due coree. Tale da creare uno stato molto più vasto, forte e storicamente avverso agli interessi del Sol Levante. Alla Corea del Sud, se vogliamo essere onesti, non è stato peraltro consentito di intraprendere davvero un percorso di riunione. USA e Giappone hanno tramato lungamente per impedirlo. La cosa è palese, se si considerano alcuni eventi elettorali e politici, anche tragici, della storia recente. Continua a leggere

Bisogno o taboo? Le Pen – Macron, ardua analisi d’un ballottaggio (II)

Depardieu 2La scelta fra taboo e bisogno deciderà la partita: indaghiamo un po’.

Ricchi e poveri, giovani e vecchi, campagne e città. La Francia divisa in due. Intanto Parigi ‘chiagn’ e futt’.

Una gran fifa sullo sfondo: islamici, cattolici, ebrei, protestanti, massoni e media, questa Le Pen non s’ha da fare.

Il plagio che non esiste…mentre arrivano i #MacronLeaks.

E se la May avesse puntato su Le Pen?

L’Islam e la Francia, rapporto ultrasecolare un bel po’ usurato.

Chissà come mai, Gerard Depardieu ci ricorda molto Michael Moore.

L’unica, mesta, previsione possibile.

‘Sono troppo ricco per votare Le Pen’, Michelle Houellebecq

Abbiamo chiuso la prima parte dell’analisi  – al di là della suggestione trumpiana – con questa considerazione:

[il taboo antilepenista] reggerà, però, solo finchè ce lo si può permettere. Ovvero, se non ci ci sente del tutto emarginati in questa Francia governata dal binomio PS-PR di cui proprio Macron, pur spacciandosi per ‘nuovo’, è invece l’interprete perfetto.

Francia, una mezza corte dei miracoli?

Ed è da qui che tocca riprendere, per provare a farci un’idea del contesto reale di queste elezioni in cui, ribadiamo, i francesi sono posti di fronte a scelte del tutto nuove, poco gradite alla maggioranza, avvezza ad un’alternanza di partiti tradizionali, sinistra e destra, che si fronteggiano dal dopoguerra. Ricordiamo che sommando i voti di Macron e Le Pen arriviamo al 45%. E che i principali due candidati sconfitti ne mettono insieme quasi altrettanti, esattamente il 39,6%. Da qui l’impossibilità di prevedere l’esito finale, a nostro parere determinato dalla scelta obbligata fra taboo assoluto e bisogno assoluto. A proposito di quest’ultimo, proproniamo un quanto mai esplicativo confronto fra consenso a Marine e disagio economico/sociale. Essi si accavallano perfettamente.

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Bisogno o taboo? Le Pen – Macron, ardua analisi d’un ballottaggio (I)

macron le penNota bene.

I 4 antagonisti. Cosa possiamo derivare dal primo turno (non poco).

Chi ha votato chi? Un confronto col 2012. Il partito unico dell’inazione.

Macron, in fondo, non sfonda. Ammessa al dibattito, Le Pen ha già vinto la grande battaglia. Ma resta la guerra.

Quei piccoli riottosi. ‘Insoumise’ è di destra o di sinistra? Le ‘strane’ contiguità della cinica sinistra massimalista.

Il beau geste di Macron e Trump.

Nota bene: a differenza che con Trump (il quale nel frattempo ha ottenuto tutto ciò che aveva in mente nei primi 100 giorni, persino su Obamacare, contrariamente a quanto i media italioti han raccontato) in questo caso Theleme non è in grado di prevedere con sicurezza l’esito elettorale. I motivi per cui ciò non è possibile sono proprio l’oggetto dell’analisi. Nè, del resto, qui c’è speciale preferenza per uno dei due candidati in campo. Fillon sarebbe stata una scelta vincente, per molti versi. Sicuramente al ballottaggio: pur senza provenire dal passato non era certo un salto nel buio; esperienza politica e umana quanto Marine Le Pen, ma competenze pari a Macron; sicurezza e resistenza all’Islam, ma anche il necessario approccio liberale. In più avrebbe facilmente condensato su di sè quello spirito antagonista alla sinistra che Macron è chiamato ad ‘ingannare’, poichè altri non è se non il ministro delle finanze del governo di Valls, ovvero del Presidente Hollande. Naturalmente, dire che non si è in grado di prevedere con sicurezza significa, nuovamente, tenere in poco conto i sondaggi. E affermare quindi, con Depardieu, che ogni esito è ancora possibile. Inutile anche nascondersi che un’eventuale vittoria di Marine sarebbe per il nostro disastrato paese un vero e proprio colpo di grazia. Già la Gran Bretagna ha smesso di far parte delle garanzie, finanziarie e geopolitiche, ai titoli di Stato italiani. Se si aggiungesse la certezza di una pesante rinegoziazione dell’architettura UE ad opera della Francia, saremmo fritti. Insieme al paladino Draghi. Buona lettura. 

Primo turno e ballottaggio: i candidati più suffragati

Il primo turno delle elezioni francesi ha, in realtà, raccontato molto del secondo. Cinque candidati – due dei quali seriamente azzoppati (Hamon schiacciato dalla manifesta assenza di ogni carisma e dal fardello tremendo di candidarsi nell’ormai detestato Partito Socialista di Hollande, Fillon incrinato dagli scandali giudiziari sul nepotismo) – si sono giocati la partita nella speranza, non assurda, di poter accedere al ballottaggio. Con la prevedibile esclusione di Hamon – il cui teorico elettorato gli ha preferito nettamente Macron, più convincente e sponsorizzato – ciò si è rivelato corretto. Macron è arrivato – vedremo poi come – al 24%, Le Pen al 21,3%, Fillon al 20% e Melenchon al 19,6%. Hamon, lontanissimo, s’è fermato al 6,4%, tallonato da Dupont D’Aignan col 4,7% (non dimenticate questo dato). La distanza fra il primo e l’ultimo dei 4 candidati maggiori, insomma, si calcola in non più di 1,5 milioni di voti. Questo ci racconta immediatamente 3 cose importanti:

  • I partiti tradizionali, sinistra e destra, non sono arrivati al ballottaggio. E’ la prima volta che accade.
  • Non c’è stata massiva concentrazione di consenso trasversale sul candidato raccontato come più agevolmente trionfante sulla Le Pen al ballottaggio, cioè Macron. Ciò potrebbe spingere a non ingigantire oltremisura le conseguenze elettorali del taboo Le Pen, comunque molto radicato.
  • La differenza di consenso fra i due sfidanti finali si riduce ad un milione di voti e può essere cancellata agevolmente dalle preferenze espresse dagli schieramenti rimasti fuori dal ballottaggio.

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In Siria Bannon l’influencer e Trump il wrestlemaniac ce la fanno sotto il naso?

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La propaganda di guerra, un’antica e valida arma di offesa. Quasimodo e l’uomo del suo tempo.

Dalla poesia alla pratica: gli attacchi chimici di Assad e la risposta telefonata degli USA.

Una rondine non fa primavera, in specie se di plastica: Bannon maestro d’illusioni alla corte di Trump.

La rete internazionale antiamericana, media in prima fila, ingabbiata nella sua stessa gabbia. Nell’attesa di vere azioni contro Nord Corea (e quindi Iran).

I cazzottoni simulati del Wrestling, che fanno impazzire la gente e forse le nazioni.

Dulcis in fundo, quel video che vale da solo la fatica di leggere l’Abate…

Uno dei più gravi errori della seconda metà ‘900 è stato immaginare un mondo completamente nuovo, irrevocabilmente rivolto al superamento di ogni limite, non solo tecnologico, ma addirittura antropologico. Come se di colpo la voce di migliaia di grandi pensatori – che da secoli presentavano assai ardua l’elevazione del singolo individuo, figuriamoci quella di comunità, stati e loro apparati – fosse divenuta solo l’eco di un passato lontanissimo. Eppure Salvatore Quasimodo ci ammoniva, ancora nel 1947…

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.

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Lìnguine alla Trump: new italian pasta recipe celebrating U.S. President

img_20170122_150511_editOld italian tradition for a new american phase, Trump’s one.

From Bartolomeo Scappi to Abate di Theleme.

Metaphorical meaning of a recipe.

Do it by yourself, from A to Z.

here you find italian version

On January 20, 2017, the most discussed US billionaire of all time finally accommodated at the White House, dislodging Barack Obama. It would be interesting to analyze his inaugural speech, similar indeed to those he’s been keeping in every corner of the country, before the elections. But today we’re devoted  to a completely different purpose, following best Italian traditions:  for centuries, special dishes were created by top chefs to celebrate main political facts, thereafter triumphantly presented during the banquets which sealed those events. One of the most famous, for example, was organized and prepared by Renaissence cook Scappi – who gave so much to culinary arts – for Pope Pius V’s coronation. We will not pretend to rival with such a master, in complexity and novelty, but at the same time we’re sure our “Lìnguine alla Trump” will find their rightful place as pleasant gastronomic – and political – remembrance.  Continua a leggere

Gentiloni imprenditore, Draghi finanziatore: il default è servito

Una nazione europea si trasforma in Stato totalitario: lui si gonfia, noi ci sgonfiamo. Senza troppo clamore.

Dalle cooperative dei migranti all’Alitalia, dall’ILVA a Piombino, dai call center agli avvocati: unico datore di lavoro, il Premier Gentiloni.

Nel frattempo si spegne l’attività privata. Come si pagano le tasse? Coi soldi del debito Pubblico.

Italiani drogati dalla guerra fredda. Ma nel 2017 ‘se la gode’ la Turchia.

Il ‘medico pietoso’ Draghi ‘fa la piaga verminosa’. Nonché il finanziatore, in bello stile MPS. Quanto dura?

L’epifania ci porta tanto – e solo – carbone.

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Nota bene. Quel che segue non è un saggio di Scienza delle Finanze. Non si prefigge di essere esauriente e nemmeno ‘preciso’, nelle definizioni e nei meccanismi, presentati a livelli estremi di semplificazione, più che grossolana. Ha il mero intento di creare un po’ d’ordine intellettuale, rivolto alla comprensione istintiva d’un organismo socioeconomico – quello italiano – malato, insostenibile e matematicamente alla fine del percorso.

Presenza e ruolo dello Stato sono stati sempre evidentissimi, nella società e nell’economia italiana. Il nostro quotidiano – scaturito dal centralismo sabaudo, dal totalitarismo fascista e dal consociativismo statalista cattolico e comunista – ha vissuto nei decenni un’impennata dell’azione economica dei governi. Le numerose privatizzazioni non hanno mai davvero affrancato i grandi gruppi… e nel contempo – senza dar troppo nell’occhio, grazie ad una stampa servile e poco brillante –  moltissime imprese, un tempo effettivamente private  (o privatizzate) sono oggi entrate (o rientrate) nell’alveo pubblico, a titolo più svariato (gestione, finanziamento, partecipazione azionaria…). Tutto ciò in ragione della logica per cui esse – ridottesi in miserevoli condizioni per obsolescenza o mala gestione, spesso clientelare – ‘non potevano fallire’, a causa delle conseguenze sociali (e politiche, aggiungiamo noi) che avrebbe comportato la loro scomparsa. La lista è davvero lunghissima. Il Monte dei Paschi, il siderurgico ILVA, la ex Lucchini di Piombino, la ex Fiat di Termini Imerese, le banche popolari, la SAIPEM, l’Alitalia, i maggiori Call Center (che non appena si riduce l’enorme esposizione pubblica chiudono tutto)… Continua a leggere