La Consulta che ci insulta: su Jobsact un nuovo verdetto anticostituzionale

La consulta che ci insulta: una slabbrata foglia giuridica di fico copre il palese verdetto politico.

Qualche precedente recente, dall’ILVA alla legge elettorale. La deriva partitocratica della Corte Costituzionale.

Per fortuna c’è Gentiloni: Mao, Stalin, Mussolini avrebbero plaudito.

Per par condicio, ecco a voi un super Cazzola.

‘Iamm’ iamm’ ia’, funiculì funiculà’, fischietta Ettore Scola.

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Premesso che a Theleme dell’articolo 18 faremmo volentieri a meno, per un insieme di ragioni tutto sommato agevoli a comprendersi (ma che non tratteremo qui), la decisione della Consulta di dichiarare inammissibile il referendum sostenuto dalla CGIL rappresenta un’ennesima dimostrazione di come persino la Suprema Corte offra ai cittadini poca garanzia, scontando quel cinquantennio di partitocrazia pura che ha finito per far coincidere – al modo dei regimi totalitari – gli organi statuali con quelli partitici.  Continua a leggere

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Post verità e post referendum: ‘niente voto’, grida la partitocrazia mentre collassa.

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Vespilloni neoDC a confronto

Chiediamo venia ai lettori di Theleme: prevedevamo un netto successo del NO. E invece è stato abissale.

Cosa si deduce dal voto referendario. Tanta gente alle urne, mentre il consenso elettorale del PD è al lumicino. Facciamo due conti a braccio, altro che 40%.

PD, Confindustria, parrocchie, Coldiretti, banche, show business, media, sondaggi etc. non hanno spostato una sola scheda. E il Papa si incazza.

La terribile ‘post verità’ è solamente una verità obbligata: il paese in ostaggio dei suoi rappresentanti.

Legge elettorale proporzionale, ultima recita della partitocrazia nel mondo ostile del web. Scacco matto a Mattarella.

La previsione avanzata nei giorni immediatamente precedenti il Referendum non aveva lasciato scampo alcuno al SI. In

I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: la politica (I)

avevamo immaginato un successo netto del fronte avverso alla riforma costituzionale, per almeno dieci punti percentuali, con un’affluenza compresa fra il 50% ed il 60%. A conti fatti, invece, quest’ultima è stata nettamente più elevata – il 69% – e la distanza fra SI e NO ha sfiorato i venti punti. Anche in questa occasione i sondaggi presentati da media e partiti sono stati finalizzati ad influenzare l’elettorato. Ad esempio, per mesi ci han dato conto dello svantaggio del SI – inevitabile, considerato l’abisso effettivo che li separava – dimezzandolo  rispetto al reale. E ciò per non privare di speranze l’elettorato favorevole, anzi tentando di spingerlo alle urne con risibili ‘rimonte’ degli ultimi giorni (immarcescibile direttore di Demopolis, Pietro Vento). I sondaggi sono ormai solo uno – forse il più insincero – degli strumenti di valutazione di cui disponiamo. Per 3 volte di fila (Brexit, Trump, Referendum) chi ha tenuto in considerazione i social network non si è sbagliato.

Se confrontiamo l’ ultimo esito elettorale con quelli immediatamente precedenti, ovvero le politiche del 2013, le europee del 2014 e le amministrative 2015 e 2016  – cui abbiamo dedicato ampi interventi del passato, sia allo scopo di predirne gli esiti che di comprenderli ex post – scopriamo un numero notevole di tendenze interessanti:

  • quel 10, 15% di affluenza in più rispetto alle previsioni segue perfettamente l’evoluzione del voto alle amministrative. Esso appartiene quasi interamente all’elettorato di centrodestra, astenutosi a lungo dopo le figuracce (e le traversie giudiziarie) di Silvio Berlusconi
  • il 40% del fronte del SI è costituito principalmente da elettori del PD, ma non interamente. Per pesarlo politicamente, da esso vanno scorporati i voti UDC, quelli non trascurabili provenienti da FI, i dissidenti di M5s e Lega. E solo parzialmente reintegrati i voti in libera uscita della minoranza  PD, che era apertamente per il NO. In conclusione, saremmo intorno al 29%, non fosse che alle elezioni politiche vota quasi il 10 per cento in più che a questo referendum. Ne consegue che il PD non supera il 25% nazionale. Come già avevamo intuito mesi fa, in seguito all’ultima tornata amministrativa.
  • Per di più, la componente di voto per il NO dei minori di 45 anni è stata elevatissima. Ben oltre il 60% medio. Ciò depone malissimo sulle chance del Partito Democratico (anche nel breve periodo), legato indissolubilmente ad un pubblico assai maturo, ai suoi privilegi, alle sue ansie.

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I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: i prodromi al merito (II)

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Marco Pannella era certo che la riduzione dei parlamentari fosse solo l’ultimo tranello della partitocrazia, per difendersi dalla volontà popolare…

In silenzio elettorale si può finalmente parlare di merito, appunto perché non interessa in verità a nessuno.

Una ragione in più per il successo del NO, nonché la ragione obbligata della personalizzazione.

Cos’è una Costituzione? Si basta da sé?

Differenza fra burocrazia e rappresentanza parlamentare.

Marco Pannella, antipartitocratico per eccellenza, non avrebbe mai e poi mai tagliato il numero dei rappresentanti del popolo. Un incontro di qualche anno fa e qualche motivazione.

Chi avesse voluto davvero…

Prosegue da ‘I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al Referendum (I)’ 

“In un referendum,il popolo non risponde mai alla domanda che viene posta. Dà solo la sua adesione o rifiuto a colui che la pone”

Françoise Giroud

La citazione in esergo, suggeritami da twitter, credo parli di per sé stessa.  Ammette certo delle eccezioni, quando la tematica è davvero sentita dalla popolazione. Così fu per divorzio ed aborto. Ma nessuno, in questo paese, avrebbe risposto sino a pochi mesi fa che i suoi guai dipendevano dalla Costituzione, o che essa avrebbe potuto incidere sul funzionamento di ciò che gli stava davvero a cuore. I problemi dipendono infatti dalle persone, molto più che dalle norme. Ovvero dal popolo stesso, che si fa rappresentare da mediocri clientelari in cambio di tornaconti personalissimi. E dagli eletti, che ne traggono legittimazione. Cioè da quella ‘Costituzione materiale’ di cui parlano i libri di diritto costituzionale, su cui si incide con ben altre leve. La scuola, la famiglia, il fisco, i valori posti concretamente al vertice di una società, coi relativi riconoscimenti. Compensare un insegnante quanto un facchino non rende giustizia né ai costi della loro, diversa, formazione né alla funzione sociale che svolgono nella società. E, tutto sommato, credo che ogni facchino che abbia un figlio insegnante in Italia ci darebbe volentieri ragione. Facile il medesimo facchino abbia avuto problemi col corso della giustizia civile, che costa tanto e non rende in tempi umani il servizio. Altrettanto dicasi coi mezzi pubblici, i libri scolastici non gratuiti per la prole, gli autovelox piazzati dove meno sono utili e più lucrativi, le case popolari gestite dalla malavita organizzata… e via dicendo. Persino l’idea di poter votare direttamente il Premier e la sua coalizione, impedendo continue mosse trasformiste di palazzo, avrebbe certo incontrato una comune esigenza (quella di non votare Alfano, credendo di sostenere Berlusconi, per poi trovarlo nella maggioranza di governo di Renzi, per intenderci). Nel caso del referendum sul bicameralismo perfetto e i poteri dello Stato e delle regioni, invece, l’aforisma della Giroud si applica al millesimo: Il voto verrà espresso in base all’impressione ‘politica’ che il cittadino ha di chi lo sostiene. E, purtroppo per il fronte del NO, anche di chi gli è avverso. Ma di questo ci siamo appena occupati. Ecco perché ci è parso che la giornata di silenzio elettorale fosse quella più acconcia per parlare in dettaglio – al di là di qualche inciso precedente – di certi punti di merito, in quanto siamo persuasi che quanto qui scriveremo, per quanto ben difficilmente sindacabile, non influenzerà – né probabilmente interesserà – nessuno.  Continua a leggere

I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: la politica (I)

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Renzi & Family. ‘Il Trump italiano’ (cit. V. Sgarbi) in una tipica espressione di rivoluzionario contropotere riformista.

Qui non entriamo nel merito, previsione pura e semplice.

Come siamo arrivati al referendum dice già tanto: le elezioni degli ultimi anni e il gioco dei sondaggi.

Perché, se non si vota mai pur cambiando sempre governo, qualsiasi voto diviene politico. E i numeri non ci sono.

I social, da brexit a Trump, tendono a non mentire. Ma c’è una specificità italiana.

Il viaggio nelle ipotetiche terre del SI. Una riforma che non entusiasma.

Quei segnali politici e mediatici che inducono ad immaginare una prevalenza netta. Le elezioni americane, le dimissioni di Hollande, il colpo di coda di Silvio.

Cosa resta al SI?

Il peggio sarebbe una vittoria risicatissima di uno dei fronti. Ma non accadrà.

Lo scopo di questo intervento non è addentrarsi nei meandri del merito costituzionale della riforma, ma fornire una previsione sull’esito del Referendum. Opinione dello scrivente è che la bilancia di merito penda quasi integralmente dalla parte del NO, come dicemmo. E che il numero cospicuo di giuristi incapace di ammetterlo segni un livello di declino della grande scuola del diritto italiano, che nemmeno il fascismo seppe indurre o volere. A questo proposito dedicheremo un secondo post, nella giornata di domani. Che provi a dare conto della pochezza linguistica e giuridica del testo voluto dal PD. Già, voluto dal PD. E basta. A poco rileva un iniziale apporto di Forza Italia, poi ritirato per le ben note vicende che hanno messo in crisi il patto del Nazareno. E’ infatti il PD in solitaria, lucrando su di un premio di maggioranza smisurato ed irripetibile – perché oggetto della censura della Consulta – ad avere quella maggioranza ‘anticostituzionale’ alla Camera che, unita alla maggioranza trasformista al Senato (attraverso l’appoggio dei senatori eletti nelle file del centrodestra, che han voltata gabbana), ha consentito l’approvazione in Parlamento del testo della riforma. Una maggioranza non qualificata, incapace di raggiungere quei 2/3 richiesti dalla Carta attuale per la promulgazione: ciò ha obbligato il PD alla via del referendum confermativo, previsto quale alternativa.   Continua a leggere

Renzi- De Mita: da ‘scontro’ tv a sinolo di materia e forma

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Dibattiti tv, ricomincia il gioco delle tre carte che avevamo previsto.

Renzi supera se stesso: la terza via, ‘compare’ ed anche decrepito.

De Mita sinolo di materia (Parisi) e forma (Zagrebelsky).

Theleme si tedia e non segue. Qualche foto.

Un nuovo, sugoso, dibattito su riforme costituzionali e referendum viene annunciato da giorni sui media. L’avversario di Renzi è nientepopodimeno che Ciricaco De Mita, l’intellettuale magnogreco del tempo che fu. E’ il caso di ripescare quanto da noi scritto con estrema chiarezza (e sommo spasso) poche settimane fa – in  Boschi Parisi Celebrity Deathmatch: Il vecchio, il compare e il ministro – riguardo a tale serie di incontri, il cui scopo altro non è se non convincere una platea molto poco interessata, quando non già ostile o favorevole, della bontà di queste mediocrissime riforme. Del merito ci siamo in parte già occupati – e ci torneremo appositamente al tempo debito – ma quello che qui interessa è la strategia mediatica, talmente scoperta che anche un bambino potrebbe arrivarci. Un bambino dico, non un giornalista italiano, la cui unica funzione è fare da megafono al potere per riceverne in cambio il mesto guiderdone. E dal quale, quindi, non possiamo attenderci nulla se non chiacchiere di fazione. Imperdibili alcuni articoli, dai titoli tanto emozionanti quanto marchettari: ‘Il ritorno del vecchio leone della DC‘; ‘Renzi deve temere De Mita‘; ‘il neo pistolero e il vecchio cow boy‘. Lasciamo ora il mondo della fantasia per quello dell’analisi, le cui previsioni si inverano ogni giorno di più:  Continua a leggere

Propaganda for dummies:#Boschiscappa (ma torna). E pure Renzi.

La strategia per il si al referendum, messa a punto da teste non pensanti, giunge a risultati non pensati.

Fugge la Boschi. Ma poi ritorna, bontà sua.

Renzi invece fugge e basta.

Dove troveranno la miniera di oppositori brocchi per evitare una Caporetto al giorno?

Morte di un’oligarchia esangue.

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Analizzando i due dibattiti televisivi dedicati al referendum, avevamo evidenziato come si palesasse una specifica strategia del governo – ideata a tavolino – finalizzata ad inviare ministri nei principali media nazionali per confrontarsi con opponenti scelti appositamente di modo da far risaltare le (poche) tesi a sostegno del SI. Zagrebelsky quale appartenente alla categoria ‘anziani professoroni disabituati alle arene pubbliche’ e Stefano Parisi a quella dei ‘politici compiacenti’. La prima analisi la trovate per esteso QUI – insieme ad una prima rapida disamina della questione riforme – la seconda invece QUI – con gli aggiornamenti del caso.

Questa strategia aveva ed ha però dei notevoli punti deboli. Al di là del fatto oggettivo che argomenti così tecnici, inadatti ad essere oggetto di un’indistinta volontà popolare, possono attrarre ben pochi spettatori ed ancor meno mantenerli desti per tutta la durata dei dibattiti, lo scegliere sistematicamente politici di medio livello che si prestino a perdere, alternandoli con anziani e svampiti docenti, di sicuro abbassa ulteriormente il livello di interesse. Quindi gli ascolti e infine l’efficacia della propaganda stessa. Possiamo dedurne che, tanto per cambiare, il PD non disponga più di teste pensanti – quelle crimaste, pur nel loro veteromarxismo, sono infatti ormai su sponda alla renziana – e quindi si arrivi ad esiti non pensati, non voluti.  Continua a leggere

Boschi – Parisi Celebrity Deathmatch: Il vecchio, il compare e il ministro.

Monte Pathos, il sancta sanctorum: Boschi e Parisi sfidano la pazienza dei santi monaci di Theleme.

Il paradosso di Maria Elena. Ripetita juvant: la riforma è un abuso malriuscito.

Parisi, il compare al tavolo da poker.

Il copione pro referendum in due semplici step. Ma tutto ciò vale a pochissimo: non c’è Peron senza manganelli.

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Già duramente provato dal precedente dibattito Renzi – Zagrebelsky, l’Abate si è circondato dei suoi più fidi accoliti per affrontare degnamente un nuovo confronto referendario che pochissimo faceva presagire di buono. I santi padri si sono pertanto rinchiusi nel sancta sanctorum dell’Abbazia, un’altura inaccessibile nota come Monte Pathos. Lì si conservano le potentissime reliquie che permettono a Theleme di resistere al Kali Yuga: Il manoscritto di ‘Gargantua e Pantagruel’; l’edizione principe di ‘Nuova Atlantide’ di Francis Bacon; ex voto di vario genere (coreografiche lingerie lasciateci da star dell’intrattenimento per adulti, portapeni di remote tribù amazzoniche, catetere d’argento del compianto Kalergi, etc…); un Palantir della terra di Mezzo; la brillantina Linetti usata da Groucho Marx negli ultimi anni; un plettro di John Lee HookerIl baffometto di cui parlarono i delatori al processo dei templari (peculiare la somiglianza con Massimo D’Alema); i dischi di platino dei Traffic con dedica; un pelo di cane tripede (arcano, appunto); il rossetto di una nipote di Mubarak; l’unico VHS esistente (a parte la copia personale dei Papi, conservata in Vaticano) in cui Benigni canta gratis l’inno del corpo sciolto seduto sul water di Berlinguer; le sei bottiglie di vero Cirò appartenute a Antonio Pelle (le altre sei le tiene in carcere, grazie ad una classica trattativa Stato – Mafia), una foto di modella cicciona scattata da Donald Trump (sul retro si legge distintamente, ‘fat ass, I’ll win big’. La CNN la cerca da mesi, invano); la miniatura drone con cui Hilary Clinton giocava ad assassinare Assange (dotata di missili a molla realmente esplosivi); tre obbligazioni del Monte dei Paschi su cui Daevid Allen ha praticato riti candomblè nel 2010; La storia Universale di Toynbee in folio; la collezione di mudra cristiani, nu cuorne’ i curall’, nu manic’ ‘mbrell ed il becco di un pappagallo che perdemmo nel ’23. E altri parafernalia troppo tremendi perché li si possa anche nominare.

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D’Alema – Baphomet

Inutile dire che qui si riunisce un consesso sciovinista, machista, sessista, non migrante. Per fare solo un esempio, i gay possono entrare solo se dichiarano di non sposarsi mai, se non in Chiesa. Conserviamo lettere di protesta vergate da Pio Filippani Ronconi, Salvini, Farage e Rocco Siffredi. L’Abate di Theleme racconta che Orban ha pianto, durante un meeting, stringendo al petto il suo scarafaggio pelouche, che gli ricorda Kafka e la grandezza della patria.

Perché io cronista abbaziale mi dilungo così tanto sugli arcani di Theleme? Perché del confronto televisivo fra Boschi e Parisi non c’è da dir nulla, se non quel poco – ma importante – che seguirà: il tedio ha presto attanagliato l’elevatissimo consesso. Lunghe volute di fumo hanno sostituito le discussioni, una volta compreso il gioco delle tre carte che Bruno Vespa ospitava compiacente a ‘Porta a porta’.  Continua a leggere