Il vero Renzi: da Kevin Spacey a Totò, da Ryiad a Taranto

L’americano de noantri e la Rai di Campo Dall’orto. Nuovo canone, vecchio imbonimento.

Altro che House of Cards. Per capire Renzi serve Totò, suo palese ispiratore.

ILVA come la fontana di Trevi. Totò, Nino Taranto e Deciocavallo ci spiegano tutto il “piano Scaroni” (o chi per lui).

Iraq o Iran, pari sono. L’Italia finalmente degradata a macchietta comica, dice il Gufo.

Ricordare il Renzi esordiente leader del suo Partito Democratico è cosa assai simpatica. Quel giro italiano con le slide e gli slogan, più l’ostentata matrice yankee, da Kennedy ad Obama (per inciso, passò anche  da Taranto, senza ammettere domanda alcuna). Quanto di americano potesse esserci a Rignano, dispersa nell’agro toscano, ce lo rivelò poco dopo la spettacolare padronanza dell’inglese del nostro Matteo, squadernata di fronte ad una basita platea anglosassone. I video di quell’evento fanno da anni milioni di visualizzazioni, nonché la surreale gioia di Fabrizio Rondolino meglio noto come “il senza vergogna”. Strapperà un sorriso, forse, rammentarlo:

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(I) Il caso Regeni: un po’ di luce nel buio. I Fratelli Musulmani

L’assenza della lettura geopolitica ci fa brancolare nel buio.

Proviamo ad accendere una fiaccola. Tristi fatti e tragiche sincronie.

Delitto comune e delitto politico: categorie diverse.

Al Sisi scaccia la Fratellanza Musulmana, vicina a Erdogan ed Iran. E forse non lontana da comunisti e gesuiti.

La “porta italiana” e le tre strade. Nel posto sbagliato al momento sbagliato?

Una prima ipotesi, ma purtroppo non finisce qui.

L’Italia è nazione in cui si tende a non informare e a non informarsi sulle grandi questioni che muovono il mondo, di modo da lasciare sempre la scena principale al teatrino controllato e controllante della politica nostrana, ai suoi burattini, alla sua provincialità. Esistono molte ragioni a dar conto di questa nostra incapacità di approfondire gli scenari globali ed in particolare la nostra posizione al loro interno. Conosciamo tutti il ritardo con cui l’Italia divenne nazione; il disperato tentativo di atteggiarsi a potenza coloniale con un ritardo di almeno 300 anni sulle altre; la manifesta superiorità dell’antichissima, straordinaria rete informativa e diplomatica del Vaticano (che ci considera il suo cortile); il deficit di sovranità derivato dall’aver perso la Seconda guerra mondiale; la scarsità di poliglotti e “viaggiatori” nel senso pieno del termine, che ha contraddistinto gli ultimi 40 anni; la ridottissima quantità di esperti nel campo ed ancor più l’assoluta mancanza di divulgazione dei saperi di costoro sui media. Ben peggio che ai tempi del grande Giuseppe Mazzini, quando l’elite laica era quantomeno in possesso di nozioni, visioni e coraggio. Questo è un problema serissimo per una penisola protesa nel Mediterraneo, sempre più gomito a gomito con le dinamiche politiche, sociali e religiose dei vicini islamici, fuori e dentro i confini nazionali,  in virtù delle conquiste tecnologiche contemporanee. Un campo estremamente complesso in cui le nozioni storiche (il che significa anche culturali, teologiche, letterarie), politiche nazionali, geopolitiche internazionali, militari, tecnologiche e la cronaca si fondono all’attitudine all’azione ed al rischio personale sul campo: solo un “lavoro di squadra”, consapevole o meno – di cui certamente Giulio Regeni ha fatto piena parte, sia pur per il poco tempo che una sorte crudele ed ingiusta ha voluto riservargli – consente di seguire al suo interno le tracce lasciate dai grandi sistemi di potere, non sempre coincidenti con le identità nazionali, che  giocano cinicamente a dadi col mondo. E con le vite di chi incontrano sulla loro strada.

Per provare ad accendere una fiaccola su questo orribile buio egiziano costato la vita al ventottenne friulano – senza ovviamente credere di dare un nome ed un volto agli autori materiali dei fatti, né all’eventuale catena di comando, ma con la legittima pretesa di rischiarare la realtà del contesto mediterraneo e mediorientale in cui ciò è purtroppo avvenuto e in cui riteniamo sia da cercare il movente – è necessario partire dal fatto. O meglio dal poco che ci è noto delle circostanze.  Mettendo da parte, almeno per il momento, i commenti della politica e degli analisti italiani sulla vicenda, viziati dai limiti ricordati. Ed investendo invece grande attenzione sulle notizie pure e semplici e sulle date degli eventi. Continua a leggere

(II) A qualcuno serve altro acciaio? No, grazie

Che bello sarebbe avere dei giornalisti, in Italia. Ma ne faremo a meno.

L’esoterica conversione del decreto, la divinazione degli “acquirenti” di ILVA.

Incerti di legge, incerti di diritto, incerti di processo. Una breve (si fa per dire) lista.

Perché altro acciaio non serve proprio. Se non a restare nel Novecento di Giorgio Napolitano.

Quanti sceicchi… Cordata, se ci sei batti un colpo (dice Scaroni).

Ma un tintinnio fortissimo sale dalle gravine…

Sarebbe davvero bellissimo avere dei giornalisti, in Italia. Differenziandoci dal resto d’Occidente (come ha detto ieri sera Morricone, “vorrei che l’Italia fosse in Europa…”), nutriamo persino uno splendido ordine, che ce li raggruppa dopo averli carestosamente selezionati, sulla base di prove simulate e non (manco fossero top gun): in teoria il massimo. In pratica il massimo del minimo, con qualche piccola coraggiosa eccezione. E quindi tocca far loro da succedanei, anche quando il sole invernale brilla sulle acque dello Ionio, da cui un dì felice vergine nasceva Venere ed oggi invece sbarcano migliaia di disperati, e verrebbe voglia di dedicarsi a ben altro. Anzi, a pensarci bene tocca far da succedanei persino al Parlamento. 

P.s. In data odierna il testo della legge di conversione è finalmente disponibile, almeno sul sito della Gazzetta ufficiale. Ed in vigore.

Prosegue da (I) A qualcuno serve altro acciaio? Il grande taboo di ILVA

Non è forse notizia da darsi con certa evidenza la mancata pubblicazione, ad una settimana dalla conversione in legge nel Senato, dell’ultimo decreto ILVA, noto come “Disposizioni urgenti per la cessione a terzi dei complessi aziendali del Gruppo ILVA”?

disposizioni urgenti ILVA

E invece se non lo leggete qui non lo leggete da nessun’altra parte. Al di là dell’uso avventato del termine “urgente”, tale conversione al Senato risulta avvenuta solo dopo l’importante presa di posizione della Commissione Europea sulle vicende del siderurgico tarantino – che per quanto sibillina di certo non ammette sostegno pubblico delle attività produttive e commerciali. Mentre il testo inviato ai senatori dalla Camera, approvato ben prima dell’indagine europea, attribuiva ai Commissari di Stato centinaia di milioni (di provenienza genericamente ministeriale) per mantenere in piedi il business siderurgico, da anni ormai in enorme e costante perdita. Vediamo la cronologia precisa:

Il testo approvato dalla Camera risultava quindi palesemente in contrasto con la procedura aperta a Bruxelles. Basti ricordare il commento di alcuni deputati del PD all’approvazione in quel ramo del Parlamento:

Con l’approvazione del decreto Ilva abbiamo raggiunto importanti risultati: lo stanziamento di 800 milioni per il risanamento ambientale e le bonifiche; 300 milioni per gli stipendi e i fornitori; 35 milioni per i creditori dell’indotto attraverso il Fondo di Garanzia per le Pmi, ferma restando l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/EOZ1P2

I 300 milioni per gli stipendi ed i fornitori ed i 35 milioni per l’indotto sono infatti senza ombra di dubbio estranei ad ogni bonifica (e anche gli 800 milioni ad essa destinati sarebbero, sempre secondo le parole della Vestager, da farsi rimborsare dall’acquirente).

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Giorgio Napolitano, ai tempi in cui traghettava il siderurgico tarantino nel socialismo reale. E viceversa.

Insomma, poterlo leggere sarebbe una gran cosa: oltre a rispondere all’urgenza (che poi è il motivo per cui è previsto che un Governo decreti), la mancata pubblicazione viola doveri di trasparenza ed accessibilità peculiari dei sistemi democratici – dei quali evidentemente il nostro paese non fa parte, sebbene ne abbia il nome. Ma non finisce qui. E no. Perché è previsto che gli interessati alla “vendita” manifestino il loro interesse entro il 10 Febbraio. La cosa è certa, poiché è stato pubblicato su giornali anche il pubblico bando. E chi volesse leggerlo LO TROVA QUI.   Continua a leggere