Dal cavallo di Roma esce armata la Raggi. Ad attenderla c’è Malagò?

Rompiamo gli indugi, la Raggi non ci è, ci fa.

Proseguiamo da dove c’eravamo lasciati, per arrivare dove eravamo già arrivati.

Tante azioni autolesioniste, una sola spiegazione logica?

Grillo e Casaleggio, l’ultimo mistero.

L’ipotesi sulfurea, quel voto futuro della giunta: se sconfessa il NO della Raggi salva (quasi) capra e cavoli.

Prosegue la guerra all’ultimo sangue. Il nostro, si intende.

 

– Aggiornamenti in fondo –

raggi-malago

Ci eravamo lasciati con Virginia Raggi la quale, dopo esser stata eletta a sindaco di Roma grazie alla complicità, appena un po’ occulta, di Berlusconi e del PD – grazie al suo curriculum tutto legato alla destra romana – poneva in atto, appena insediata, numerose scelte autolesive del buon nome del Movimento Cinque Stelle. Il tutto consigliato ed assistito dai vari Marra e Frongia, ‘cervelli’ locali dell’operazione ‘cavallo di troia al Campidoglio’, o meglio ‘cavallo di Roma’.

Oggi, senza alcuna spiegazione plausibile, la medesima sindaca salta deliberatamente l’incontro concordato con Malagò, trito rappresentante sportivo della partitocrazia italica, affamata di deficit spending, che negli ultimi anni le è stato spesso impedito, per averlo praticato in passato sino al quasi default. Malagò/CONI, non a caso in combutta olimpica con Montezemolo/Renzi e Marchini/Caltagirone, ha oggi provocatoriamente chiesto che l’incontro mancato si tenesse in streaming, secondo gli stessi ideali di democrazia diretta ed ipertrasparente, contrabbandati dai cinque stelle come praticabili. Ma solo in campagna elettorale.

Perché, ci chiediamo, invece di seppellire l’interlocutore con alcuni dei tanti argomenti inaffondabili a disposizione dei contrari alla candidatura di Roma (che all’epoca non piacque nemmeno al tetro Monti, salvo oggi mutare opinione) ha lasciato la possibilità ai detrattori di darle della inaffidabile dilettante ed opaca? Continua a leggere

Col domino di Virginia Raggi i cinque stelle van giù e giù: Roma padrona!

Quello che (come d’abitudine… da Brexit alle elezioni a ILVA…) anticipammo mesi fa sul comune di Roma.

Virginia Raggi, la grillina col pedigree più forzista che c’è, chiede a Cantone (via Marra)  un colpettino al primo mattoncino. E lui l’accontenta.

Il domino stellato va tutto giù. Seguiamo i tasselli cadere…

Il documento integrale della richiesta di parere all’ANAC.

Una base elettorale di tonti cade presto in trappola. Ma possiamo dire lo stesso di Grillo e Casaleggio (figlio)?

A Roma, da quasi 3000 anni, di potere ne sanno più di tutti.

– aggiornamenti in fondo – 

Proseguiamo qui il discorso già iniziato con 

Berlusconi e lo sgambetto romano (alla Meloni). Santa Virginia, pensaci tu

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A Roma il domino stellato viene giù… 

che ci ha consentito di anticipare ciò che in questi giorni ha stupito i romani, seccato i grillini e depresso il paese. Usando un semplice filo logico, che sarebbe meglio leggere direttamente dalla fonte appena citata, ricca di link e immagini. Non posso non ribadire come, considerata la natura del testo, se ne consigli la lettura in specie ai sostenitori del movimento a cinque stelle. Ma al tempo stesso, per la sofferenza psichica che esso potrebbe procurar loro – pari a quella che in altre occasioni abbiamo riservato agli elettori del PD – li avvertiamo di avere presso di sé delle sigarette, se fumatori/fumatrici. O quantomeno una bella tazza di camomilla. Non lo si prenda per un tentativo di indebolire il consenso pentastellato, in quanto esso ha la caratteristica di essere intangibile da dati di realtà e di logica, tipica del fideismo di ogni matrice. Ma solo, eventualmente, da eventi di grande portata emotiva. Che temo arriveranno, puntuali, nel corso dei mesi. Anche qui ogni commento è libero, non moderato. Buona lettura. 

L’idea da cui mesi fa siamo partiti è piuttosto semplice: le elezioni romane hanno visto Silvio Berlusconi, ma anche il PD, favorire la vittoria del Movimento Cinque Stelle. Il cavaliere ha fatto la parte del leone, simulando di credere prima in Bertolaso, poi in Marchini (dati da sempre per perdenti), al solo scopo di spezzare il fronte dei voti della Meloni, l’unica che avrebbe potuto impensierire Virginia Raggi al ballottaggio. In tandem, un debole Giachetti, ampiamente implicato nelle giunte precedenti, veniva candidato dal PD come sparring partner per la Raggi. Con la garanzia, fornita dalla destra, di arrivare almeno al ballottaggio, evitando la cocente estromissione al primo turno, che gli sarebbe sicuramente capitata se non vi fosse stato lo ‘sgambetto’ (così lo chiamammo) di Forza Italia a Meloni e Salvini. Tutta questa tattica, perché? Per una strategia più generale, nazionale. Continua a leggere