Donald Trump versus Hillary Clinton: analisi accurata del voto possibile (II)

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Prosegue da Donald Trump versus Hillary Clinton: analisi accurata del voto possibile (I) 

Che accade su internet. Twitter, un semplice confronto.

Obamacare? No grazie.

Quelle inchieste che fanno milioni di spettatori su youtube. Wikileaks ed una censura che volge al termine. Potenza della rete o inseguimento della realtà?

L’improvviso cambio di tendenza nei sondaggi nasconde altro. Indirizzare il voto va bene, la figura da cialtroni meno.

Il formidabile argomento ‘toccata di culo’ varrà davvero l’elezione del Presidente? Forse no.

Un video per rifletterci su.

Ci siamo lasciati qualche giorno fa, quando ancora tutti i mass media concedevano mirabolanti vantaggi elettorali ad Hillary Clinton. Parliamo addirittura di 12 punti percentuali. Oggi le cose sono cambiate, e di molto: improvvisamente leggiamo di parità e persino di sorpasso di Trump. Questa seconda parte dell’analisi è destinata a completare la prima – dedicata ad evidenziare il magnate americano quale candidato più adatto a conservare il voto della sua parte politica, drenandone altro dalla sponda opposta – nel dimostrare che Donald molto probabilmente non fu mai davvero distanziato nella corsa alla presidenza. Se non sui sondaggi. Apparente paradosso che qui proveremo a spiegare. 

twitter-use-2Abbiamo già mostrato in precedenza le immagini degli affollatissimi raduni di Donald Trump, impressionanti soprattutto se confrontati con le dimensioni striminzite, per locations e partecipanti, dei rallies di Hillary Clinton. Potrebbe anche voler dir poco, non fosse che il 90% degli americani usufruisce della rete ed il seguito social dei due candidati pare percorrere grossomodo lo stesso tracciato di quello ‘in carne ed ossa’, per come emerge dai meeting elettorali. Tanto è vero che un algoritmo, già testato in precedenza e capace di analizzare milioni di interventi virtuali, ha previsto la vittoria di Donald Trump: Su Facebook, in occasioni politicamente cruciali, l’argomento dei post è stato Trump con frequenza 4 volte maggiore rispetto ad Hillary. Altrettanto dicasi per il numero di like caratterizzanti mediamente l’interazione con i candidati. Ma  qui vogliamo soffermarci soprattutto su Twitter, le cui caratteristiche di piattaforma rivolta principalmente alla condivisione di notizie di interesse collettivo e frequentata da un’utenza più colta e sofisticata, ne facevano (ed in realtà ne fanno) il terreno social più impegnativo per la campagna di Donald Trump: figuratevi che vi risultano notevolmente sovrarappresentati sia ‘coloured’ che ‘ispanici’. Prima di proseguire, lasciamo il campo visivo a qualche tweet di confronto, ‘prelevato’ contemporaneamente dagli account ufficiali dei due candidati:

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Come potete notare, le tracce del consenso per Trump, fra retweet e likes, sono assai superiori a quelle per Clinton. Gli elettori di quest’ultima, considerati nei sondaggi nettamente più numerosi di quelli dell’avversario, sarebbero quindi restii a mostrarsi anche sul web. Aggiungiamo che tutte le piattaforme social, nate e sviluppatesi nel ventennio democratico, propendono apertamente per la Clinton e non consentirebbero alterazioni pro Trump, per via di software e trolling.

Sicuramente le travagliate vicende della più grande riforma avviata da Obama, quella del sistema sanitario nazionale, non avranno favorito le discussioni ‘social’ sui meriti del partito democratico e sul perché sostenerlo… soprattutto negli stati in cui l’aumento delle tariffe per gli ‘abbienti’ si è fatto davvero gravoso (sino al 110% in più!), come in Arizona, Pennsylvania, Iowa, North Carolina etc. Un tema che crea notevoli imbarazzi ad Hillary, fra i pochi a cui il sistema dei media americano ha dato adeguata copertura. Ma ci sono altre vicende, di grande momento, che invece non hanno ottenuto attenzione dai media. Eppure sono diventate notizia fra la gente. Parliamo di una serie di inchieste scottanti, di cui in Italia nulla abbiamo saputo, che hanno scosso la coscienza degli americani senza aver donald-duckstrovato posto nei telegiornali e sulle testate tradizionali. Prodotte da professionisti di orientamento nettamente conservatore, queste inchieste sono state capaci di far emergere una serie di contiguità fra la campagna democratica, il direttivo nazionale DEM e loro fiancheggiatori senza scrupoli, le cui attività (pagate) potevano andare dalla creazione di tumulti ai comizi di Trump – nella speranza di ottenerne discredito o reazioni scomposte – all’ideazione di tecniche per alterare il voto in vari stati, alla gestione di donazioni private mediante fondi esteri,  alla realizzazione di quel che viene descritto come ‘un desiderio di Hillary’, ovvero che dei pupazzoni Donald Duck fossero disseminati nel paese per deridere Donald Trump, violando numerose norme a cui le campagne elettorali devono attenersi. In seguito a tali video, che vantano decine di milioni di visualizzazioni su youtube, i due protagonisti principali (Scott Foval e Bob Creamer) – assai vicini alla Casa Bianca, a Bill e ad Hillary – sono stati licenziati ed allontanati. Confermando l’impianto degli scoop. Ma quel che preme far notare è come la notizia sia partita dalla rete e solo da lì – dopo molti giorni di deliberato ‘disinteresse’ – sia infine arrivata sui media ufficiali. Potete leggere del licenziamento sul Washington Post, ad esempio. Ma per seguire gli eventi e capire la gravità delle vicende è indispensabile andare su youtube:

In sostanza, l’elezione di Trump è stata la prima grande occasione politica in cui l’informazione disintermediata, sfruttando le piattaforme internetiche accessibili a tutti, ha saputo e potuto fronteggiare ciò che, persino a qualche democratico, è sembrato uno sbilanciamento dei mass media troppo netto. Sino a ribaltarlo, anche grazie al continuo flusso di ‘soffiate’ provenienti dal celeberrimo  sito Wikileaks. Decine di migliaia di mails, sottratte all’entourage ristretto della Clinton, hanno infatti mostrato una serie incessante di inquietanti magagne, di cui abbiamo dato sporadico conto in

Una traduzione dal Daily Mail: Hillary, wikileaks e il mercimonio del potere

ma su cui si potrebbero scrivere (e certo si scriveranno) più e più tomi. Da un paio di settimane  a questa parte anche i media ufficiali hanno iniziato a dare qualche ragguaglio sulla rete di contiguità (autodichiarate nelle mail hackerate) fra Hillary, Dipartimento di Stato, Partito Democratico, Staff elettorale, FBI, Fondazione Clinton e giornalisti. Senza dubbio tutto ciò avrà il suo peso sulle scelte elettorali, in particolare dei sostenitori di Sanders – milioni e milioni – di cui avevamo parlato a lungo nella prima parte. Pare ad esempio che il voto della gente di colore non stia affatto premiando Hillary. Nel cosiddetto ‘early vote’, infatti, la percentuale di votanti di colore si è notevolmente ridotta rispetto alla precedente turnata elettorale. Mentre si è impennata quella dei ‘bianchi’. Per di più, la FBI stessa ha riaperto indagini sulla Clinton – non a causa dell’uso improprio di server privati o dell’aver mentito al giurì che se ne occupava o delle ‘rivelazioni’ wikileaks, ma per nuovi elementi emersi dalle mail sequestrate al marito pornomane di Huma Abedin – finendo per far presumere agli americani che votare Hillary significa rischiare una presidenza dimezzata, sotto continuo scacco investigativo. Non dimentichiamo, infine, come alle elezioni manchino ancora 5 giorni. Una tempistica giornalisticamente perfetta per l’eventuale afflusso di ulteriori mails squalificanti, provenienti dal sito di Julian Assange – più volte intervistato in queste ore – che alcuni paventano possano riguardare direttamente Hillary in qualità di Segretario di Stato (la cosiddetta ‘phase 3’) e portare ad una sua definitiva incriminazione e uscita di scena.

Ma sono davvero solo queste le ragioni (inchieste youtube, wikileaks, riapertura di casi FBI) per cui i sondaggi e gli articoli, che una settimana fa davano la Clinton stravincente di 12 punti (e lo staff di Trump pronto a mollare), sono passati al ‘pareggio’ delle ultime 48 ore?  Oppure c’è altro?

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La verità è che le collusioni fra il sistema di potere DEM – in specie la famiglia Clinton – ed i grandi media americani, committenti e diffusori dei sondaggi più noti, sono state davvero cospicue: è ancora wikileaks a permetterci di andare oltre la mera deduzione o intuizione, in almeno due casi clamorosi. Il primo riguarda Donna Brazile, membro del comitato direttivo dei democratici, licenziata dalla CNN proprio per aver passato domande in anticipo ad Hillary, consentendole un ingiusto vantaggio su Bernie Sanders (vi avevamo già accennato nella prima parte). Il secondo, meno noto ma assai sintomatico, fa emergere quanto interessasse all’equipe di John Podesta, capo di gabinetto per Bill Clinton e attualmente responsabile della campagna elettorale di Hillary, il sistematico e preventivo aggiustamento dei dati elettorali nei sondaggi. Realizzabile mediante alcune scelte statistiche di cui si forniva in dettaglio ogni delucidazione.

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Bene, siamo arrivati dove volevamo. Crediamo in sostanza che Trump non sia mai stato lontano dalla Clinton, in termini di consenso elettorale. Facile, anzi, che egli la sopravanzi da mesi. Riteniamo che i sondaggi siano stati sistematicamente addomesticati, in linea con quanto visto sopra (peraltro non una grande novità nella storia mondiale). Ciò allo scopo di influenzare l’esito delle elezioni, creando un clima di artificiale fiducia fra i sostenitori di Hillary. E di artificiale sfiducia in quelli di Donald, provando a tenerli lontani dalle urne e privandoli del desiderio di diffondere le loro convinzioni. Ciò fa il paio con le collusioni, ormai dimostrate, fra i media statunitensi – committenti e diffusori dei polls – ed i Clinton. Altrettanto con la censura che ha colpito i contenuti informativi considerati pericolosi per la candidata democratica, i quali hanno inizialmente trovato posto solo nel mondo ‘selvaggio’ della rete. Il rapidissimo aggiustamento – statisticamente più che improbabile, con un salto di 13 punti percentuali in nemmeno 10 giorni- altro non sarebbe che l’indispensabile adeguamento in extremis alla realtà. Nessuno vuole, naturalmente, sputtanarsi come fonte credibile di informazione, ma ‘guidare’ l’elettorato, sino a quando risulta utile e possibile. Se ne deduce che, nei giorni immediatamente precedenti le elezioni, i sondaggi in precedenza alterati devono esser fatti rientrare in linea col risultato effettivamente prevedibile: Ha senso influenzare il voto, non passare per irrimediabili cialtroni.

In conclusione, questa lunga analisi del voto americano ci induce a ritenere che gli indicatori siano tutti, o quasi, a favore di Trump. Le accuse a suo carico sono assai sgradevoli (sessismo, aggressività sessuale fuori luogo, volgarità, eccessiva simpatia per la Russia, tendenza a straparlare, tasse pagate al minimo possibile e mancanza di trasparenza) ma non definitive. La presenza di un elettorato assai convinto è evidente sia nelle piazze che sui social. Sicuramente egli può vantarsi di essere un volto nuovo, almeno nella politica. E di non temere grandi condizionamenti futuri nell’esercizio dei suoi poteri. Gode ormai dell’appoggio aperto del partito repubblicano – la cui ostilità lo ha peraltro favorito, consentendogli di presentarsi come un outsider assoluto – partendo da Paul Ryan sino a Cruz, sconfitto agevolmente alle primarie. La scelta anticinese segue una logica rivolta a preservare gli States nel ruolo di unica superpotenza, anche passando attraverso un accordo con Putin: ben al di là dei giudizi severi che governi amici dei Clinton gli riservano, ciò gli ha valso l’attenzione ed il consenso di personalità di primo piano, quali l’ex capo di stato maggiore britannico, a conferma dell’assenza di rischi di isolamento diplomatico. Infine, come già detto, sembra possedere la capacità potenziale di attrarre una parte dei dissidenti democratici ex sandersiani.

Hillary ha dalla sua maggiore esperienza ed autocontrollo. Ma 25 anni nel giro ristretto della Casa Bianca, le vecchie vicende di Bill, quelle sue nuove, la gestione pessima del caso Libia – culminata con l’uccisione dell’ambasciatore a Benghazi – il caos delle mails su server privato, i tentativi di occultamento posti in essere dal suo staff, le indagini federali in corso, la goccia cinese di Wikileaks, l’Obamacare pochissimo amato, la crisi della low and middle class americana, il clamore che alcune mails stanno destando anche in Medio Oriente – soprattutto per la questione ISIS – il timore di qualche altro ‘regalo’ da parte di Assange, la compromissione con tutti gli attori di una fase geopolitica probabilmente superata, l’elusività sia fisica che virtuale del suo elettorato, sembrano renderla distintamente più debole. É improbabile che la propaganda mediatica, di per sé stessa, possa compensare simili handycap.

Nonostante la non eccelsa qualità di Donald Trump e l’opinione contraria di ogni commentatore del globo, forse una sua sconfitta non sarebbe il peggio. Vedere (o rivedere) questi 12 secondi di video – a maggior ragione col senno di poi (cioè la Libia di oggi) – è un’occasione finale per rifletterci, senza preconcetti.

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5 commenti su “Donald Trump versus Hillary Clinton: analisi accurata del voto possibile (II)

  1. […] già fatto – con successo predittivo – in occasione delle amministrative, di Brexit e delle elezioni americane, non prenderemo in considerazione i sondaggi, se non marginalmente: sebbene in questo caso abbiano […]

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  2. […] di là di ogni analisi altrui, avevamo previsto la netta vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali dell’otto Novembre 2016 – che possiamo […]

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  3. […] le carte più spregiudicate contro l’Islam jahdista; che abbia già dimostrato di riuscire a capovolgere ogni pronostico durante le elezioni, a vantaggio del ‘progetto […]

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  4. […] bene: a differenza che con Trump (il quale nel frattempo ha ottenuto tutto ciò che aveva in mente nei primi 100 giorni, persino su […]

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