Renzi – Zagrebelsky Celebrity Deathmatch. Chi ha davvero perso (oltre allo spettatore)?

La battaglia che non avreste mai immaginato: Quando la dialettica non è affatto un arricchimento.

Matteo Renzi contro Patrizio Oliva, che ne direste?

Cosa è accaduto davvero fra l’anziano prof ed il giovane politico. I due momenti del confronto.

L’inciso metagiuridico e ‘Il paradosso di Renzi’: il referendum che non doveva mai esserci.

I giuristi di Vergate sul Membro han curato la stesura dell’articolo 70?

Sei ragioni del No, più che sufficienti per decidere e guardare con sospetto chi vota SI. A cominciare dagli amici degli amici della Salini Impregilo.

Non ci crederete, ma la Storia umana non si ferma se Matteo Renzi ed il suo PD escono di scena.

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Nessuno avrebbe immaginato, credo, di vedere un Premier direttamente confrontarsi, anzi scontrarsi, con un tecnico. Sia pure di alto profilo giuridico e sulla materia che fra le altre più confina con la Politica. Ciò per la semplice ragione che se è in qualche modo ragionevole il confronto fra una mela golden ed una mela fuji – sebbene diverse, hanno in comune alcune caratteristiche di fondo della loro specie (buccia, croccantezza, profumo… valutabili secondo delle scale) –  l’opinione per cui preferiamo la banana alla nocciola è personalissima e, francamente, poco dibattibile.

Ora, un anziano professore/giudice costituzionale è chi è. Idem un giovane politico centrista, attualmente Premier. Non a caso, nella storia culturale politica e televisiva italiana credo sia stato un unicum. Ahinoi, non perché geniale ma perché insensato. E’ come immaginare Andreotti che in tribuna elettorale avesse avuto un testa a testa sulla Mafia con Giovanni Falcone. O Leonardo Sciascia. Gli scopi dell’analisi, e gli strumenti, di queste due figure divergono così tanto da non renderle affatto raffrontabili, impedendo quindi una dialettica costruttiva e certamente una sintesi. Il giovane era tutto preso dall’effetto sullo spettatore e aveva come scopo la sopraffazione dell’avversario. L’anziano voleva dimostrare in primo luogo al suo interlocutore – come ciò fosse accettabile per Renzi – le conseguenze perniciose del testo legislativo oggetto del referendum. Che poi vi fosse un pubblico a casa era per lui fatto accessorio.Vittima di questo celebrity deathmatch nostrano è stato lo spettatore medio, il quale immagino in buona parte aver lasciato precipitosamente il canale dopo i primi 5 minuti. Ma vittima di chi? In primis del Premier, dei suoi spin doctor e di Mentana che si è prestato. A ben pensarci, c’è della megalomania inquietante che serpeggia nel paese… la disonestà intellettuale – e la scortesia – del politico che fingeva di attendersi dal vecchio professore una tempistica di intervento diversa dal convegno e più simile alla sua, al mero scopo di ottenerne la confusione, la dice sulla lunga sulla qualità di quel che la partitocrazia è arrivata a proporre al popolo, dopo decenni di clientelismo e nepotismo.

Se tanto mi da tanto – valga come suggerimento a chi vuole liberarsi di Renzi – forse basterebbe indurre il Governo a riformare le norme della Boxe italiana per ritrovarci sulla RAI il toscano, in guantoni da ring, che invita un Patrizio Oliva a farsi sotto… ‘dai, dai, colpiscimi con quel tuo gancetto da gufo, che non mi fai niente…’. Finché poi il gancio arriva. E tu non sei un pugile…ma lui si. Più o meno quel che è accaduto durante la trasmissione di La7. Che possiamo suddividere in due lunghi momenti.

Il primo, in cui il Professor Zagrebelsky, mostrando una certa acredine (in specie verso la Boschi, forse per antiche ruggini) non disgiunta da pedanteria e ritmi omiletici, ha provato ad utilizzare concetti giuridici acclarati – quali le due camere che hanno il medesimo ruolo ma non fanno la stessa cosa, in quanto oltre a promulgare paritariamente le leggi si controllano l’una con l’altra, ovvero il motivo per cui esiste il bicameralismo nella nobile tradizione politica dell’occidente – e soprattutto le nozioni di Costituzione formale e materiale. Questo per sottolineare come la sommatoria della tradizione politica ‘messianica’italiana con il nuovo Italicum – a suo giudizio ancora troppo simile al Porcellum ‘cassato’- e con alcune trovate della riforma costituzionale, potrebbero produrre un risultato sostanziale deprecabile, ovvero un accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo. In effetti, se pensiamo ai capolista, ai senatori non più scelti dal popolo ma pescati dai partiti fra consiglieri regionali e sindaci ed all’elezione del Presidente della Repubblica con un sistema progressivo di votazioni che giungono sino a considerare solo il numero dei presenti e non dei componenti (cioè il numero nominale di deputati e ‘senatori’), l’idea di Zagrebelsky non affatto appare infondata o surreale – come invece la stampa accattona e faziosa l’ha descritta (QUI un esempio preclaro, magna opus di Rocco Todero – @roccotodero). In particolare molto tempo s’è perduto nello sterile scontro sull’ultimo punto. Renzi, con vari teatrini e sgambettini, ha sostenuto grossolanamente che è impensabile per i partiti non andare in aula per votare il Presidente della Repubblica, quindi per lui numero dei presenti – indicato nella riforma – e numero dei componenti – indicato nell’attuale testo- uguali sono. Il Professor Zagrebelsky – costretto dalla complessità del suo ragionamento a molte più parole (ecco perché contro costituzionalista va un costituzionalista, che non può esser grossolano a pena di sputtanarsi professionalmente, a differenza del politico che è professionalmente grossolano) – ha fatto presente che non è così, perché anche la presenza in aula è da sempre strumento di ‘pressione’ e ‘contrattazione’, in specie delle minoranze. Ma io vorrei andare ben oltre. A questo punto mi consentirete di aprire un inciso, certo non esaustivo e finalizzato esclusivamente a quel che qui interessa, per spiegare perché così proprio non crediamo sia (chi non se la sente di approfondire, può saltare il corsivo senza compromettere il filo del discorso).

Inciso metagiuridico dell’Abate, ‘il Paradosso di Renzi’

In fondo, cos’è una Costituzione? E’ una legge a cui viene dato uno status speciale. Contenutisticamente dovrebbe rappresentare la somma dei principi fondanti il patto sociale da cui essa proviene, insieme alle regole necessarie affinché si promulghino efficacemente le leggi. Questo status si concretizza nella ‘rigidità’, ovvero nell’impossibilità di mutare la Costituzione col percorso che essa disciplina per le leggi ordinarie. Al fine di mutarla, in tutto – qui si aprirebbe tanto altro spazio di intervento, ma lasceremo stare – o in parte, è la stessa Costituzione che immagina una trafila ben più ardua e maggioranze ben più ampie (che ad esempio in questo caso non si sono trovate, tanto è vero che i ‘riformatori’ si sono ridotti alla soluzione residuale del referendum confermativo, non immaginata certo per modifiche così estese). In tempi ordinari, insomma, la Costituzione dovrebbe semplicemente fare da riferimento costante, da faro. Per il cittadino e per il legislatore. Ciò presuppone anche una sua agevole consultabilità e comprensibilità, qualità nei secoli ricercate dai costituzionalisti (e oggi accantonate, ci torneremo dopo). Ma la Costituzione esplica forse tutta la sua ‘potenza’ nei tempi ‘non ordinari’, difficili, contrastati, tempestosi. Quando, magari per problemi economici interni o di contesto internazionale, il patto sociale si incrina, sembra sfaldarsi, si colma di farragini… è allora che la Storia vede crescere il rischio di azioni di forza, di furbizia, di autorità, da parte di uno o più ‘forti’ ai danni dei deboli, della moltitudine che, disorientata, finisce per prestare orecchio a sirene messianiche. Ora, immaginate per un attimo che la riforma abbia luogo e che dopo tot votazioni fallite si giunga a poter eleggere il Presidente della Repubblica a due terzi dei presenti… e non come adesso a maggioranza dei componenti. Quanti sono i presenti, in quel giorno fatidico? Lo sappiamo? No. Oggi, se gli onorevoli restano a casa, non può avvenire una lecita elezione del Presidente della Repubblica. Domani potrebbe. E del domani che sappiamo? Sappiamo di ieri, di una Repubblica nata sulle ceneri di un regime e di una monarchia. Sappiamo di invasioni sovietiche. Sappiamo di Tejero che 35 anni fa sparò nelle Cortes spagnole… 

Sappiamo di De Lorenzo, del golpe Borghese… e l’oggi è fatto anche di un Haftar in Libia, candidato ad esser il prossimo Gheddafi – ma nostro nemico – o di un Erdogan uscito per miracolo – e chissà a quali condizioni – da una trappola golpista molto ben congegnata. Ordunque, le costituzioni si immaginano proiettandole sul vasto fondale della Storia, non sulle quinte scalcagnate dei teatrini di provincia di oligarchie nazionali. E se la mattina delle votazioni duecento militi, carabinieri, forestali, appartenenti a servizi segreti nazionali o internazionali, impedissero ad altrettanti onorevoli di recarsi in aula, con la forza o l’astuzia? Oggi non basterebbe ad alterare l’andamento delle votazioni, bisognerebbe portarli li con la forza… ma domani potrebbe: sarebbe legittimamente possibile eleggere un Presidente della Repubblica coi due terzi dei presenti… salvo contestare l’avvenuto, anche dopo sole 12 ore … ma intanto la carica sarebbe pienamente e legittimamente operativa. Naturalmente non consideriamo probabile un simile evento… ma nemmeno ci sentiamo di escluderlo del tutto, con così tanti precedenti storici, in fondo per nulla lontani, né nello spazio né nel tempo. E voi, amici del si, siete sicuri che l’Italia non abbia più bisogno di due camere che si controllino a vicenda e della sicurezza data dal numero dei componenti come base per la legittimità elettiva? Noi, il paese di Capaci e di Enzo Tortora, del Piano Solo e del Piano Gladio, di Tobagi e di Moro? Di Calvi, di Licio Gelli, del Vaticano, di Kappler? Capirete anche che non erano, quindi, argomenti e scelte da referendum popolare… ma ci torneremo. Vorrei terminare l’inciso con quello che mi pare possa definirsi ‘il paradosso di Renzi’. In sintesi riformare profondamente la Costituzione significa riformare il patto sociale e le salvaguardie poste a sua garanzia. Si preferisce quindi ad un plus in sicurezza – alto numero di rappresentanti, bicameralismo perfetto, elezione a maggioranza dei componenti, etc. – un plus di speditezza – almeno in alcuni casi e sempre che ulteriori leggi ed interventi dell’Alta Corte rendano poi non intralciante il nuovo senato dei sindaci e dei consiglieri – e di governabilità – fermo restando che il trasformismo come lo fai con due camere lo fai anche con una camera e mezza, appartenendo tale costume alla Costituzione materiale che poi davvero governa, appunto. Ciò si può fare se immaginiamo un contesto in cui il paese non è socialmente, economicamente e politicamente a rischio di grandi scossoni. Ma vi pare questa l’Italia di oggi, che nemmeno iniettando decine di miliardi e decreti riesce a tenere in vita MPS e ILVA – su cui Renzi ha più volte messo la faccia, sempre perdendola? E vi pare che un Premier come l’attuale, le cui parole al vento – iniziando col ‘mi dimetto’ smentito appena non conveniva più – pervengono sino a questi unicum televisivi, sia la testimonianza dell’elevazione culturale, civile e politica del Paese, quella di cui avremmo bisogno per privarci di alcune protezioni? E’ proprio necessario immaginare i tempi della Costituente, che ci diedero un De Nicola, un Einaudi ed un De Gasperi, come più oscuri degli attuali? E se fosse il contrario? 

Il paradosso di Renzi è alfine questo: egli sponsorizza una riforma della Costituzione che richiederebbe, per esser plausibile – oltre alla profonda revisione formale e sostanziale – una fase storica la cui esistenza è negata in primo luogo dalla presenza di sé medesimo a Palazzo Chigi. 

A corroborare queste gufate, chiamiamo Giampaolo Pansa ed il suo generale ‘Rambaudo’, protagonisti di una distopia datata 2014. Ordunque, torniamo al dibattito. 

Durante tutta questa prima fase, essenzialmente il Premier non ha fatto altro che richiamare alla pedissequa testualità Zagrebelsky, il quale si dilungava invece nelle complessità di cui abbiamo appena parlato. Renzi in sostanza ripeteva: ‘ma dove legge sugli articoli della riforma queste cose che dice, questi rischi… stia al testo che presentiamo, non divaghi con fantasie ‘professorali’… mantra che, unito all’atteggiamento da conferenziere del costituzionalista e alle difficoltà di rappresentare una dimensione giuridica sfaccettata, per i primi tre quarti d’ora si è rivelato funzionale a lasciare interdetti gli spettatori, senza convincerli di alcunché ma inducendoli se non altro a dubitare della lucidità del più anziano. Ma non appena questi si è reso conto dell’impossibilità di discutere di quanto gli stava a cuore con un Renzi del tutto disinteressato alle obiezioni concettuali e concentrato su come annullare il loro effetto sul pubblico a casa, è cambiato tutto. Zagrebelsky è passato, lento pede e talvolta ‘protetto’ dall’ospite Mentana, all’analisi delle norme previste nella riforma. E lì abbiamo visto ogni limite culturale e caratteriale di Matteo Renzi, tutti i mezzucci imparati in anni di parrocchie, scout e sezioni toscane. E di conseguenza tutti i limiti di quel sistema partitocratico, rinfrescatosi con una dozzina di mezze figure intorno ai 40 anni, a cui la riforma consegnerebbe certamente maggior potere. Posto che fosse in grado di funzionare. Eh si, perché Zagrebelsky sul Senato non ha fatto sconti. A suo dire non solo non sarebbe più eletto, ma oscuri sarebbero i criteri per la selezione dei sindaci e dei consiglieri regionali destinati al ruolo senatoriale, ovvero da demandarsi a futura complessa normazione. Per di più, i sindaci godrebbero della doppia carica solo in costanza del loro mandato primario, quindi venendo a perdere la qualità di sindaco, per fine del mandato o magari per uno dei frequenti commissariamenti – a proposito, in tal caso, chi va in Senato, il commissario (che magari è un prefetto)? Oppure si risceglie dal mazzo? – essi sarebbero sostituiti, determinando una camera ‘ballerina’, composta da membri incostanti (absit iniuria verbis), con tutto quel che può comportare per la funzionalità di un organo rappresentativo. L’emolumento di questi 100 senatori superstiti – di cui ben 5 scelti dal Presidente della Repubblica, proprio come oggi solo che spalmati su 365 – sarebbe minore, ma forse anche maggiori le spese di spostamenti frenetici, diarie, sostituti, pied-à-terre… identici anche i costi del bellissimo palazzo Madama. Sul beneficio economico, davvero pochissimo sugo. Ma non solo… il Trentino Alto Adige si troverebbe a godere di due rappresentanti per ogni provincia, quindi ben 4 senatori per un milione di persone, in patente violazione con minimi principi di equità rispetto alle altre regioni. Anche solo per riformare ciò, una volta approvato, servirebbe una nuova legge Costituzionale, con doppio passaggio etc. etc. Le riforme costituzionali sarebbero uno dei casi in cui il vecchio bicameralismo perfetto verrebbe mantenuto, ad esempio. Quindi sindaci e consiglieri regionali (pensate un po’ a chi sono i vostri, come utile passatempo), non più votati ma cooptati in modalità ancora da decidere avrebbero l’ultima parola in campo di leggi costituzionali. Oltreché godere dell’immunità. Per di più, alla superficiale obiezione di Renzi per cui ‘si fa così anche in Germania e la Germania corre’ – come se i successi del sistema tedesco fossero dovuti alla Costituzione tedesca e non ai tedeschi stessi, ovvero alla Costituzione materiale di cui sopra… perché in caso contrario noi dovremmo pensare quel che Renzi pensa, cioè che se dai la nostra Carta ai tedeschi si riducono in breve al debito pubblico italiano, se dai loro Carta a noi Napoli diventa Stoccarda… chi non concorderebbe, PD escluso per ragioni di bottega, che questa idea è demenziale? – Zagrebelsky repicava che in realtà in Germania non è che le cose stian così. Ovvero, in primis nel Bundesrat ci vanno i governi degli stati federali. E non nella persona dei governatori- come si deduce dovrebbe invece accadere coi sindaci, nella riforma italiana – ma con loro delegati, con vincolo di mandato. In modo da consentire, senza che si inceppino reciprocamente, lo smaltimento dei due incarichi, quello locale e quello nazionale. Quel doppio ‘munus’, per usare la terminologia cara al professore, attraverso cui la lingua latina ci rammenta del tempo in cui Roma insegnava diritto a tutto il mondo, con la splendida icastica nettezza del brocardo… mentre oggi, partitocratica, clericale e ladrona, ci riduce all’improbabile, lunghissimo articolo 70, chiave della riforma delle camere. Che non abbiamo avuto il piacere di sentir letto per esteso in tv, perchè dovete sapere che mentre questi notevoli, autoevidenti, limiti venivano sciorinati con flemma e degnazione da Zagrebelsky, un Renzi isterizzato – a malapena tenuto a bada dal divertito Mentana – cercava in ogni modo di interrompere il flusso di quell’esame testuale che proprio lui aveva sollecitato in ogni modo, sino a qualche minuto prima. I vari ‘Io sono stato sindaco…lei è un professore’ ‘… si va e si viene continuamente da Roma…’ ‘il paese aspetta da 30 anni…’ culminavano infine nella madre di tutti gli argomenti fittizi in mano al Governo: ‘o si accetta la riforma come è oppure è il pantano’. Ma nemmeno questa raffica arrestava il lento incedere professorale… ecco quindi il trucco retorico più penoso, l’arma finale da oratorio usata proprio quando ci si accingeva alla lettura del famigerato articolo 70, mal scritto e mal pensato da una burocrazia governativa che si avvale ormai, evidentemente, di penne estratte a sorte fra i cugini dottorandi degli uscieri delle Università di Roccacannuccia e Vergate sul Membro. Senza vergogna, in palese difficoltà, Renzi erompe in ‘Non penserà certo professore che a quest’ora dopo tutte queste tecnicalità i nostri spettatori possano ascoltare la lettura…‘ (la citazione virgolettata non è testuale, ma ci va assai vicina). Mentana capisce che la situazione sta diventando critica e pone fine, con garbo, alle ostilità, senza che ci si possa addentrare nel fatidico articolo. Qui non abbiamo tale problema, quindi lo riportiamo per esteso, nelle due versioni

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No, non erano pronti a mangiare una pizza insieme dopo il dibattito, concordiamo. Questo il racconto, per filo e per segno, di quel che è avvenuto per come è avvenuto. Se avete fegato, potete controllare vedendolo o rivedendolo qui:

Tre considerazioni conclusive sul dibattito:

  • Lo sconfitto, direi 3 a 1, è il premier Renzi, che ha creduto di sterilizzare, troppo a lungo e con mezzucci, le argomentazioni ben fondate di Zagrebelsky. Un giurista più giovane e meno paludato lo avrebbe addirittura messo KO.
  • Il dibattito è servito a poco a chi ascoltava, stante quel che dicevamo sulla totale incompatibilità della dialettica e degli scopi dei due protagonisti.
  • Questo referendum non avrebbe mai dovuto esistere. Le questioni costituzionali tecniche non sono materia da voto popolare. Siamo arrivati a questo punto perché il governo ha voluto forzare la mano alla mancanza di maggioranza qualificata, la via maestra che la Costituzione prevede per le riforme costituzionali. Quella residuale del referendum confermativo non era pensata per alterare profondamente l’architettura della Repubblica, ma per casi specifici, singoli articoli che incidessero su valori suscettibili di valutazione popolare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un plebiscito sulla (scarsa) credibilità di Renzi, che si difende a colpi di Ponti sullo Stretto, assecondato dai boiardi di Stato (ad. es. Salini Impregilo). Insomma, il peggio del peggio.

Potete quindi gettare via quanto raccontatovi il giorno dopo dai media italiani, tutti a libro paga o troppo paurosi di piangere per non far male al Re

Per concludere momentaneamente sul tema SI o NO, propongo 6 rapidissime obiezioni, scelte fra tante, ciascuna delle quali dovrebbe esser sufficiente a preferire che si resti dove si è:

  1. Il Parlamento che si è attribuito il compito di riformare completamente le Camere è quello che è arrivato alle camere con una legge dichiarata anticostituzionale dalla Consulta. E’ quindi esso stesso – sia pure non dichiaratamente, perché l’Alta Corte ha scelto arbitrariamente di non trarre tutte le conseguenze di quel che aveva sentenziato – logicamente anticostituzionale, il primo della Storia della Repubblica. La sua unica funzione sarebbe stata quella di fare una nuova legge elettorale,  secondo i dettami della Corte, ed andare a casa. Invece è ancora qui e tenta, senza nemmeno la maggioranza qualificata – già essendo minoranza nel paese, ma gonfiata dal premio elettorale anticostituzionale – di imporre al paese un testo mediocre, che da Novembre potrebbe divenire la nuova pietra miliare del nostro vivere (in)civile. Napolitano ieri e Mattarella oggi, non dicendo una sola parola avversa, anzi sostenendo l’abuso, si rendono correi di questo scempio, custodi scellerati della partitocrazia, non della Repubblica.
  2. Le obiezioni di Zagrebelsky sul ‘senato ballerino‘ ed il doppio munus insostenibile sono essenzialmente insuperabili, facendo presagire con sicurezza gravi intralci all’azione politica e legislativa del futuro.
  3. Avere una camera e non eleggerla non ne riduce sensibilmente i costi, ma solo la rappresentatività della volontà popolare. Non dimentichiamo che il ceto politico dei consiglieri regionali è fra i più squallidi del paese e che nemmeno è chiaro come fra loro saranno selezionati i ‘fortunati’ vincitori del premio ‘senatore con immunità’. Di sicuro sceglieranno i partiti, ancora una volta. C’è molto da riflettere anche sull’opportunità di ridurre i parlamentari. Su questo punto, prossimamente, vi riporterò un’opinione del grande Marco Pannella, ascoltata con le mie orecchie in un’intervista/colloquio rilasciatami qualche anno fa. 
  4. Le Costituzioni nacquero anche per poter essere lette dai normali cittadini, in quanto sono una summa dei loro diritti e doveri e consentono la comprensione delle principali architetture dello Stato cui appartengono. Senza questa comprensione, il potere repubblicano finisce per somigliare troppo a quello regio, volontà e norme calate dal cielo sul suddito. L’attuale Costituzione, scritta dal meglio del paese di allora, ha queste caratteristiche in somma grado. La riforma no, per nulla. E’ un testo ideato da mediocri burocrati faziosi per l’uso esclusivo dei loro simili. Renderlo ‘rigido’ sarebbe un gravissimo errore. Rileggete l’articolo 70, almeno.
  5. Quando il governo ed il parlamento hanno voluto ben 10 decreti per ‘salvare’ il siderurgico di Taranto (che peraltro è ormai inattivo da mesi, nella realtà) sono diventati legge in un battibaleno. L’argomento ‘velocità’ è quindi esso stesso specioso. Idem l’argomento ‘stabilità’: il trasformismo oggi è in due camere, domani sarà in una sola. Non cambia nulla, perché non è dalla legge che dipende la mentalità di un popolo e dei suoi rappresentanti.
  6. Altre sono le necessità del paese. Su cui agire con urgenza. Prima, la riforma della giustizia, che ci da un così pessimo servizio. Poi la riforma delle spese dello Stato, affogato nel clientelismo a beneficio del potere ma a danno di tutti. Ancora, la riforma del fisco, con aliquote da ridurre drasticamente, per consentire la nascita e la sopravvivenza delle imprese, che creano e sostengono il lavoro salariato. Un’idea realistica della situazione la trovate in tabella. Con queste pessime riforme stiamo solo sprecando del tempo preziosissimo, forse l’ultimo che abbiamo. E chi le sostiene o non vede, quindi deciderà da cieco, oppure non vuol vedere. Per interesse o per paura. Guardiamoli col giusto sospetto. La Storia non è finita con Hilter e nemmeno con Fukuyama, figuriamoci se dopo Matteo non ci sarà tempo e modo per far ciò che si deve, nella Costituzione e fuori.

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5 commenti su “Renzi – Zagrebelsky Celebrity Deathmatch. Chi ha davvero perso (oltre allo spettatore)?

  1. […] duramente provato dal precedente dibattito Renzi – Zagrebelsky, l’Abate si è circondato dei suoi più fidi accoliti per affrontare degnamente un nuovo […]

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  2. […] e Stefano Parisi a quella dei ‘politici compiacenti’. La prima analisi la trovate per esteso QUI – insieme ad una prima rapida disamina della questione riforme – la seconda invece QUI […]

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  3. […] quando non già ostile o favorevole, della bontà di queste mediocrissime riforme. Del merito ci siamo in parte già occupati – e ci torneremo appositamente al tempo debito – ma quello che qui interessa è la […]

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  4. […] Opinione dello scrivente è che la bilancia di merito penda quasi integralmente dalla parte del NO, come dicemmo. E che il numero cospicuo di giuristi incapace di ammetterlo segni un livello di declino della […]

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  5. […] che la giornata di silenzio elettorale fosse quella più acconcia per parlare in dettaglio – al di là di qualche inciso precedente – di certi punti di merito, in quanto siamo persuasi che quanto qui scriveremo, per quanto […]

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