Muhammad Ali: un campione (molto) controcorrente

Oggi ci lascia un grande boxeur. Ed un uomo coraggioso.

Quel che l’uomo di colore può dire ed il bianco no: intervista indimenticabile.

Dalle parole di Cassius Clay agli elefanti d’Africa e d’India.

L’ammissione della differenza presupposto per la sua accettazione? A Theleme crediamo di si.

cassius

Il vero Muhammad Alì, quello che mai si fece tappare la bocca…

In un’annata che è sembrata simboleggiare più di altre la definitiva conclusione del XX secolo – con le dipartite di Eco, Pannella, Cruyff, Prince, David Bowie, Ettore Scola, Cruyff, Silvana Pampanini, Keith Emerson, Paul Bley,  Massimo Ottolenghi, Paolo Poli, Giorgio Albertazzi, Cesare Maldini… la lista è lunghissima – arriva oggi la triste notizia della morte di Muhammad Ali. Cassius Clay. Non è qui che troverete la sua biografia completa, né le vicende della sua conversione islamica né le (mirabili) riprese delle sua grandissima abilità sportiva. Un video però vogliamo presentarlo, debitamente sottotitolato in italiano… ritenendolo degno d’esser visto più di altri, perché rappresenta una parte tanto importante quanto sottaciuta, per ossequio al conformismo totalizzante, del pensiero di Muhammad Ali. Che tutti si affrettano ora a ricordare oleograficamente (un po’ come accaduto al nostro Pannella), senza davvero sapere chi ricordano. Ma anche perché esso fa da spunto ad un discorso della massima importanza e delicatezza. Che ha a che fare con la verità, i diritti umani, la politica, la società, la cultura, i media.  Continua a leggere

#Pirandello i #Social e Uno nessuno e centomila noi.

Una riflessione interessante e molto ben scritta.
Vicina alle intuizioni sulla virtualità di Zygmunt Bauman, che consiglierei a tutti di leggere, nella loro immediatezza.

Buona lettura.

adorabili cingoli

Che bello questo mondo virtuale dove le miserie e l’orrore non esistono! Tra la foto di un piatto  nouvelle cousine pescato su google un gattino tenerissimo e un paio di piedi con smalto nero (il fetish impazza) tutti, possiamo essere proiezione del nostro modello di cultura  intercambiabile,  costruirci la casetta della barby oppure ammantarci di mistero con nickname improbabili e citazionismi a pioggia dalle 3 di notte in poi . Immagino casalinghe in ciabatte armate di cellulare selfarsi tra un soffritto e le buste della spesa, mariti e compagni spalmati sul divano a frugare tra citazioni sul sesso e sull’amore, chattare all’impazzata  con ipotetiche star automatizzate in attesa della stellinatura, adolescenti nelle loro camerette che giocano a fare le donne con i loro IPhone  mentre i loro genitori, alla fine, fanno la stessa cosa da un’altra parte della casa.Che bello questo mondo di cuoricini emoticons e vip che si “concedono”…

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Wikileaks, una questione cruciale tutt’altro che datata…

Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola… La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità.

 J. Goebbels

Non parlarne più è un grande errore
Chelsie Manning in questi giorni ha ottenuto il permesso di utilizzare Twitter per comunicare, in qualche modo, col resto del mondo.
La notizia, alquanto singolare (considerata l’entità della condanna inflittagli), riporta un minimo all’attualità una delle più importanti vicende mediatiche del nuovo millennio. Wikileaks, appunto.
Questo è lo spunto per affrontare nuovamente una questione dalle enormi implicazioni che, come sempre in questo paese, preferiamo invece lasciar cadere, proseguendo imperturbabili nel nostro cammino a ritroso verso un nuovo medioevo.
Eppure tutto ciò ci riguarda assai da vicino.
Vari sono i problemi che Wikileaks pone sul campo, lasciando ben poco spazio di manovra per glissare o simulare. Ad esempio qui un ottimo pezzo di The Guardian sottolinea l’innovazione notevole nel rapporto fra giornalismo e dati.
Ma il rovello principale sollevato dai leaks è certamente quello del rapporto fra la gestione reale del potere negli stati democratici e l’immagine dei fini e delle motivazioni che invece viene comunicata alla pubblica opinione dei detti stati, in teoria unica detentrice della sovranità e quindi di quel medesimo potere.
Quando scrivo “pubblica opinione” intendo naturalmente la doxa parmenidea, l’opinione atecnica e superficiale del cittadino medio che ha altre occupazioni quotidiane ed altri interessi … è ovvio infatti come nessuno che abbia confidenza con la politica internazionale potrà mai essersi sorpreso a leggere che l’Afghanistan moderno esiste solo quale creazione della politica internazionale, che la Corea del Nord ha patti decennali con l’Iran, che gli States sono irritati dalla politica italiana del “ndo’ cojo cojo”, in mezzo ai loro acerrimi nemici…).

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“L’Italia è un paese povero pieno di gente ricca”. Sinora.

O si comanda o si obbedisce (più spesso la seconda)

Graziano è più liberale di Renzi

Forte è in questi anni il dibattito sullo stato etico, che tutte le democrazie continentali occidentali conoscono molto bene. Un pò meno forte da noi, che lo viviamo sulla pelle. Parliamone.
Storicamente, nella modernità, esso è il portato naturale dell’idea di stato così come fuoriesce dalle pagine hegeliane.
Entità sovraindividuale, fonte del diritto, superiore ad ogni altra autorità; avente il potere, anzi il dovere, di premettere all’interesse del cittadino quello dello stato. E’ evidente che entro certi limiti, e se si intende per stato la collettività, posto che qualcuno riesca a definirla, il discorso fila. Del resto, la politica non è altro se non ricerca asintotica di contemperazione ed equilibrio tra gli opposti interessi dei consociati. Una volta attribuito alla totalità della popolazione maggiorenne il potere di decidere delle sorti della nazione tramite la democrazia rappresentativa, il problema della fonte del potere politico non dovrebbe sorgere. Se non a livello pratico, ovverosia della effettività (parola cara a Kelsen) dell’esercizio di tale potestà. Che, ad esempio, potrebbe essere inficiata dalla eccessiva povertà di alcune zone o dal loro isolamento culturale. O, anche, da un diffuso astensionismo. O da un’informazione integralmente asservita agli interessi del potere (mal) costituito. Ma questa è altra questione. Facciamo un passo indietro.  Continua a leggere

Storia e teoria della giustizia in Italia: le riforme e i privilegi

Lettura impegnativa ma indispensabile per il moderno operatore del diritto, consigliabile anche per chi vuol sapere da dove e verso dove si va – e dove invece occorrerebbe andare in Italia – nel campo della giustizia e del suo concreto esercizio.

 

Introduzione – dei privilegi, delle riforme, dell’inefficienza

Il concetto di riforma presuppone un forma anteriore, che la riforma prova a mutare.

E’ buona riforma quella che produce un miglioramento.

In politica democratica miglioramento significa il raggiungimento di un compromesso più elevato tra le forze sociali che compongono la comunità, al fine di realizzare un vantaggio sensibile per il maggior numero di cittadini possibile. Il compromesso politico trova poi concretizzazione in un complesso di norme che quel nuovo equilibrio rappresenta.

E’ evidente come qualsiasi cambiamento comprometta interessi tutelati dalla architettura normativa preesistente, frutto di un precedente e diverso compromesso.

E’ altrettanto evidente che, al momento della stesura delle norme, le condizioni di forza e di debolezza presenti in quel dato momento storico vengono a galla.

Ciascuna categoria o corporazione o gruppo, che abbia coscienza della sua identità, lotta per il riconoscimento dell’importanza della funzione da sé svolta in seno alla società.

Come è agevole immaginare, non solo per la gloria, ma anche e soprattutto per garantire ai suoi membri prestigio e ricchezza.

Niente di grave. Normale dialettica storica, che esiste nonostante non sia più di moda.

Accade però che la società muti molto più velocemente del corpus giuridico che la regola.

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