I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al referendum: i prodromi al merito (II)

marco-mi-fuma-addosso

Marco Pannella era certo che la riduzione dei parlamentari fosse solo l’ultimo tranello della partitocrazia, per difendersi dalla volontà popolare…

In silenzio elettorale si può finalmente parlare di merito, appunto perché non interessa in verità a nessuno.

Una ragione in più per il successo del NO, nonché la ragione obbligata della personalizzazione.

Cos’è una Costituzione? Si basta da sé?

Differenza fra burocrazia e rappresentanza parlamentare.

Marco Pannella, antipartitocratico per eccellenza, non avrebbe mai e poi mai tagliato il numero dei rappresentanti del popolo. Un incontro di qualche anno fa e qualche motivazione.

Chi avesse voluto davvero…

Prosegue da ‘I (tanti) motivi per cui il No prevarrà al Referendum (I)’ 

“In un referendum,il popolo non risponde mai alla domanda che viene posta. Dà solo la sua adesione o rifiuto a colui che la pone”

Françoise Giroud

La citazione in esergo, suggeritami da twitter, credo parli di per sé stessa.  Ammette certo delle eccezioni, quando la tematica è davvero sentita dalla popolazione. Così fu per divorzio ed aborto. Ma nessuno, in questo paese, avrebbe risposto sino a pochi mesi fa che i suoi guai dipendevano dalla Costituzione, o che essa avrebbe potuto incidere sul funzionamento di ciò che gli stava davvero a cuore. I problemi dipendono infatti dalle persone, molto più che dalle norme. Ovvero dal popolo stesso, che si fa rappresentare da mediocri clientelari in cambio di tornaconti personalissimi. E dagli eletti, che ne traggono legittimazione. Cioè da quella ‘Costituzione materiale’ di cui parlano i libri di diritto costituzionale, su cui si incide con ben altre leve. La scuola, la famiglia, il fisco, i valori posti concretamente al vertice di una società, coi relativi riconoscimenti. Compensare un insegnante quanto un facchino non rende giustizia né ai costi della loro, diversa, formazione né alla funzione sociale che svolgono nella società. E, tutto sommato, credo che ogni facchino che abbia un figlio insegnante in Italia ci darebbe volentieri ragione. Facile il medesimo facchino abbia avuto problemi col corso della giustizia civile, che costa tanto e non rende in tempi umani il servizio. Altrettanto dicasi coi mezzi pubblici, i libri scolastici non gratuiti per la prole, gli autovelox piazzati dove meno sono utili e più lucrativi, le case popolari gestite dalla malavita organizzata… e via dicendo. Persino l’idea di poter votare direttamente il Premier e la sua coalizione, impedendo continue mosse trasformiste di palazzo, avrebbe certo incontrato una comune esigenza (quella di non votare Alfano, credendo di sostenere Berlusconi, per poi trovarlo nella maggioranza di governo di Renzi, per intenderci). Nel caso del referendum sul bicameralismo perfetto e i poteri dello Stato e delle regioni, invece, l’aforisma della Giroud si applica al millesimo: Il voto verrà espresso in base all’impressione ‘politica’ che il cittadino ha di chi lo sostiene. E, purtroppo per il fronte del NO, anche di chi gli è avverso. Ma di questo ci siamo appena occupati. Ecco perché ci è parso che la giornata di silenzio elettorale fosse quella più acconcia per parlare in dettaglio – al di là di qualche inciso precedente – di certi punti di merito, in quanto siamo persuasi che quanto qui scriveremo, per quanto ben difficilmente sindacabile, non influenzerà – né probabilmente interesserà – nessuno. 

Facile capire come mai il premier abbia di corsa personalizzato il referendum, mettendo sul piatto la sua testa politica: visto che ciò sarebbe accaduto comunque, perché non approfittarne per giocare sulle ansie di un futuro incerto, mettendo l’accento sul fatto che chiunque fosse stato in disaccordo con la riforma sarebbe stato automaticamente in accordo con le forze politiche che la avversavano, approfittando del disagio che ciò avrebbe comportato ai tanti che, se non vogliono Renzi, nemmeno vogliono Bersani, Berlusconi o Grillo? Parliamo però di un’arma estrema e a doppio taglio. Talmente a doppio taglio che le oscillazioni di Matteo Renzi sul punto – mi dimetto, non mi dimetto, mi dimetto – suggeriscono come la paura del vuoto da lui lasciato e dell’accozzaglia che potrebbe colmarlo non sia stata sufficiente a spezzare la banale conta del voto politico – corroborata dagli scontenti in quanto tali, che vanno dagli aquilani ai livornesi, dai frodati dalle banche popolari ai piccoli imprenditori schiacciati dal fisco – che ci pare condannare la sua proposta.

Ma veniamo ora al merito, come promesso. E quindi alla Costituzione.

In fondo, cos’è una Costituzione? E’ una legge a cui viene dato uno status speciale. Contenutisticamente dovrebbe rappresentare la somma dei principi fondanti il patto sociale da cui essa proviene, insieme alle regole necessarie affinché si promulghino efficacemente le leggi. Questo status si concretizza nella ‘rigidità’, ovvero nell’impossibilità di mutare la Costituzione col percorso che essa disciplina per le leggi ordinarie. Al fine di mutarla, in tutto – qui si aprirebbe tanto altro spazio di intervento, ma lasceremo stare – o in parte, è la stessa Costituzione che immagina una trafila ben più ardua e maggioranze ben più ampie (che ad esempio in questo caso non si sono trovate, tanto è vero che i ‘riformatori’ si sono ridotti alla soluzione residuale del referendum confermativo, non immaginata certo per modifiche così estese e tecniche). 

Naturalmente, se riformare una costituzione è cosa resa volutamente ardua, altrettanto arduo sarebbe emendare gli errori in essa inseriti. Col sovrappiù di tutta un’attività giurisprudenziale e dottrinale intermedia che al cittadino medio sfugge, ma che invece è decisiva per il funzionamento di un parlamento quanto la norma costituzionale scritta. E supera di gran lunga in intensità e lunghezza il tempo necessario a scriverne i testi. La serietà ed il rigore richiesti ai riformatori devono quindi esser almeno pari a quelle di chi poi le valuterà e ne permetterà l’applicazione. Questo in uno Stato occidentale, quel che noi non siamo, o meglio non siamo più.

Ciò che leggerete a seguire non è colorito dalla personale scelta di campo qui fatta e la rigidità delle censure che incontrerete saranno giustificate ed adeguate alla rigidità intrinseca alla Costituzione. Cosa pensare di quella massa di giuristi che, esprimendosi acriticamente in favore del SI, hanno voluto tacere dei numerosi punti deboli, anzi debolissimi, della riforma? Di quelli che si sono sperticati nel chiarire come difficilmente vi sarebbe stata in futuro un’occasione per riformarla nuovamente, senza dire che altrettanto vale per sanarne gli errori e gli anni di caos ipotizzabili nel frattempo? Dei politici taciamo, il loro mestiere sembra essersi ridotto all’ingannare ed al sedare il popolo, al modo di tutti i momenti bui della storia. Ma dei giuristi, di accademia in specie, peggio se di mezza età, non possiamo che lagnarci immensamente.

Gioverà rammentare come il Parlamento che ha approvato la riforma, a maggioranza non qualificata, sia il primo della storia d’Italia ad esser stato eletto, in parte cospicua, attraverso un premio di maggioranza che, secondo sentenza della Corte Costituzionale, è contrario alla democrazia delineata dalla Costituzione vigente. L’attuale Parlamento, quindi, riforma una Costituzione di cui esso stesso è parziale, decisiva, violazione. A nulla rileva ribattere come la stessa Consulta, cadendo in contraddizione con sé stessa e violando la logica – che, in democrazia, è a necessario fondamento di ogni provvedimento giurisdizionale, perché in sua assenza si ricade nell’arbitrio regio (Quod principi placuit…) – non abbia tratto le conseguenze dalla sua stessa sentenza e quindi il Parlamento sia formalmente legittimo. Dal punto di vista sostanziale, infatti, il PD – grazie ad una prevalenza dello 0,2% sul principale competitore dell’epoca – ha acquisito un numero enorme di deputati in più, per i quali non vi è corrispondenza alcuna nella volontà popolare. E solo mediante questi ultimi ha potuto approvare la riforma. Il giudizio politico su tutti i soggetti coinvolti, pertanto, dovrebbe essere della massima severità. Un ulteriore esercizio di logica, in passato definito ‘il paradosso di Renzi’, ci porterebbe sin d’ora a rifiutare la riforma. A cosa credete infatti servano due camere ed infiniti organi di controllo se non ad impedire che in Italia, storicamente portata all’esercizio del dispotismo, la piena disponibilità del potere eviti di finire nelle mani di chi lo occupa in modo non trasparente, al limite della legalità e senza aver ottenuto il crisma di una pacifica approvazione popolare? 

Ma andiamo oltre. Una delle cose più aberranti del dibattito in corso è stata la confusione fra burocrazia e parlamento. Il parlamentare non è un burocrate. Non è lì per concorso, non firma gli atti della pubblica amministrazione in quanto non appartiene alla Pubblica Amministrazione. E’ il portatore della voce, il rappresentate del popolo che lo ha eletto. E’ il facitore delle leggi, che per suo tramite verranno attribuite al popolo sovrano. Riducendo il numero dei parlamentari non si riduce la burocrazia! Si riduce il numero di cittadini che incarneranno la volontà degli elettori. Si riduce, insomma, la pluralità delle voci politiche di una collettività. Di questa aberrazione sono responsabili tutti i populismi: leghista, grillino e da qualche tempo anche piddino (perché il fine giustifica i mezzi, secondo la peggior dottrina possibile). Far passare al popolo che le sue stesse voci vadano ridotte per ridurre i costi della burocrazia è in contrasto con le realtà, ben espressa dalla semantica:

burocrazia

I costi del Parlamento – minima frazione di quelli di uno Stato spendaccione in ogni suo aspetto, dal dirigenziale all’esecutivo – sono i costi della Democrazia.  Tagliarli – al di là degli oggettivi sperperi, non connaturati alle leggi e tantomeno alla Costituzione ma bensì alle prassi di un paese di familisti amoralisignifica tagliare le vie per cui la sovranità popolare conferisce il suo crisma alle norme promulgate. Ecco perché Marco Pannella, in margine ad un incontro col Dalai Lama del 2012, chiarì all’Abate quanto sarebbe stato sbagliato riformare la Costituzione nel senso di una riduzione dei parlamentari, già all’epoca ventilata. In specie, sottolineò, era dannoso avvenisse nel momento storico in cui iniziavano a palesarsi gli insuperabili affanni di quel potere cattocomunista partitocratico, stragista del diritto e delle vite, che aveva combattuto tutta la vita – per finire poi tradito dagli eredi meschinelli che si era, ahinoi, scelto – e di cui Renzi, figlio del PD, quindi nipote della DC e del PCI, è oggi il massimo rappresentante pubblico. Sino a ieri eleggevamo circa 1000 onorevoli. Uno ogni 60.000 italiani, circa. Se la riforma passasse, ne eleggeremmo 630. Uno su centomila. Allora, diceva Pannella, è possibile che il popolo debba rinunciare a parte importante della sua espressione politica proprio quando è la politica che ci manca e che ci serve? Proprio quando le elites che ci governano non sostengono più il meccanismo perverso fatto di clientele, assistenzialismo, tasse espropriative della libertà di intraprendere, debito pubblico, gerontocrazia, che ha sempre condizionato i consensi ed è la vera fonte dell’arretratezza del paese? Con Pannella riteniamo del tutto errato l’assunto che la riduzione dei parlamentari incida sui costi del paese, aberrante la sovrapposizione con la piaga burocratica, populista e in mala fede ogni forza politica che si presti a tale confusione, improvvido il momento storico in cui la si propone. E diabolica la finalità ultima. 

arriva-pannella

2012: Pannella fa irruzione sul Palco di Scanzano. L’oligarchia partitocratica lucana, oggi tutta sul carro di Renzi, provava ad impedirglielo. Ma il suo amico Dalai Lama lo volle naturalmente accanto. In margine, l’incontro ed il lungo dialogo riportato.

Chi avesse voluto davvero dare stabilità ai governi avrebbe inserito l’elezione diretta del Premier, oltre ad un premio di maggioranza decente, nella riforma. Chi avesse immaginato di tagliare i costi dello Pubblica Amministrazione, dai ministeri in giù essa si burocrazia, avrebbe proseguito la spending review. I cui responsabili, nominati solo per adempiere ad accordi presi con la Comunità Europea, sono stati invece sempre scacciati. Chi avesse desiderato davvero distinguere le competenze Stato – Regione non le avrebbe mai riscritte come invece risultano dal testo approvato. Chi avesse voluto dar vita ad una vera camera delle Regioni, avrebbe previsto dei rappresentanti dei loro governi locali, non consiglieri regionali e sindaci con doppio munus. Ma di questo  e altro scriveremo, mostrandone senza pietà i manifesti difetti, nella terza ed ultima parte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...