(I) A qualcuno serve altro acciaio? Il grande taboo di ILVA

Non solo Willy Wonka, anche Sergio Marchionne si defila di corsa dal salvataggio.

Sui media volteggiano dei nomi altisonanti, ma si sa che ILVA sarà solo degli Ilvaliani.

Mille e una ricetta per preparare un appetitoso acciaio. Il migliore? Forse quello al metano… ma chi lo vuole vuol chiudere l’ILVA.

Il grande taboo: qualcuno ha ancora fame o son tutti sazi, oggi come domani? La risposta è arcinota. Ne parliamo meglio nella seconda parte.

Dopo l’abbandono di Willy Wonka, un altro big dell’industria mondiale taglia corto sulla faccenda del siderurgico. Sergio Marchionne, insensibile allo sproloquio di Renzi durante la quotazione della Ferrari alla borsa di Milano, ieri si è così espresso con chi gli faceva domande sul possibile intervento del suo gruppo nel siderurgico tarantino:

“No. Deve essere competitiva”. “Abbiamo fatto quello che possiamo”.

La notizia, ovviamente, è stata passata del tutto sotto silenzio. Altrettanto l’occupazione del comune di Genova da parte degli operai ILVA, preoccupati dalla conferma di quasi 4000 esuberi (che correttamente ritengono ormai destinati a non più rientrare). Altrettanto l’inseguimento e lo svillaneggiamento del segretario del PD di Genova, Terrile (Qui splendido video), invero sintomatico del pochissimo controllo che ha ormai il governo delle dinamiche industriali e sociali inerenti alla siderurgia. E del pochissimo rispetto che ne deriva.

settante per cento

“Ce ne sbattiamo il cazzo del vostro 70%”, operai ILVA di Genova, rivolgendosi al segretario locale del PD, Terrile. Primo ad esser trattato così. Ma non certo ultimo.

I media italiani hanno ben altre frecce nel loro arco: la loro faretra infatti la riempie direttamente il governo, il primo interessato alla massima e protratta controinformazione sull’argomento. Esistono 2 tipi di frecce. Quelle coi tanti big “in gara”: mi soffermerei qui sulla sempreverde Arcelor Mittal, l’eterna promessa sposa; sulla new entry coreana Posco ed addirittura sull’ENI. Bene, nessuno di loro è interessato: riscontri seri non ve ne sono, i soggetti in questione non rilasciano alcuna dichiarazione ufficiale o ufficiosa a nemmeno 30 giorni dalla data finale per la raccolta delle manifestazioni di interesse e per di più esiste un ampio storico di “soffiate”, tutte piuttosto simili fra loro, che si sono sempre squagliate a distanza di nemmeno una settimana dai pezzi di lancio.

Ma come mai non sono interessate? Come mai alla fine sarà interessata solo la sedicente cordata di anziani tondinari settentrionali – rimpinzati di soldi del risparmio postale, raccolto dalla Cassa Depositi e Prestiti dell’amico degli amici  Costamagna – guidata da qualche novello Gnudi (che so… un altro senile boiardo di stato…Scaroni?), sempre il governo riesca a convincerli in tempo, mediante qualche nuova norma anticostituzionale di sospensione del diritto penale,  che non saranno condannati prima di aver compiuto gli 80 anni? L’abbiamo già detto, ma ci torneremo: L’ILVA agli Ilvaliani.

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Banca Etruria: conferme clientelari e severità di facciata

La questione Banca Etruria tiene banco. Eccome. Un breve memento.

Quell’indesiderata fusione con la Banca popolare di Vicenza… Maria Elena Boschi sceglie il quarto comandamento.

Come rifare una verginità alle banche, riconquistando la clientela nauseata, senza toccare troppo gli intoccabili.

I bei materassi di una volta.

In Banca Etruria & C: un paese da ricoverare, giusto una settimana fa, scrivevamo:

…Quando si parla di un salvataggio, c’è qualcuno che deve essere salvato. In questo caso, quattro banche popolari. Sarebbe interessante entrare nel merito, nei come e nei perché, finanziari e giuridici, le banche popolari italiane abbiano spopolato per decenni (mi si perdoni il bisticcio)… ma porterebbe troppo lontano.

Limitiamoci a costatare che dette banche erano nelle condizioni di esser salvate in quanto schiacciate da debiti contratti nella gestione da amministratori e dirigenti, ovvero da enormi passività dovute in specie a crediti inesigibili, erogati agli “amici” secondo meccanismi notoriamente clientelari, che nulla avevano a che fare con una valutazione economica plausibile ma tutto con un giro di profitti ritornanti in ultima analisi di vantaggio alla politica locale – che a sua volta aveva certamente agevolato la nascita o la crescita dei suddetti istituti – la quale in tal modo si garantiva un bacino di voto permanente, attraverso il consenso sia dei direttamente impiegati nelle banche popolari stesse sia degli “imprenditori” finanziati senza requisiti, il che ovviamente significava anche il voto dei dipendenti di questi ultimi e di chi comunque  aveva a che fare con loro, sovente nel ramo edile. E’ il ben noto principio per cui se controlli i cordoni della borsa, controlli l’intera filiera che se ne avvale: essa ben poco potrà rifiutarti e men che meno il voto…

Una mazzata durissima a qualsiasi sistema creditizio, figuriamoci il nostro, contro cui non c’è contromisura. Se non la rapida condanna dei responsabili, teorici o presunti che siano, atta a restituire un minimo di fiducia ai risparmiatori. Una punizione esemplare, che serva da monito e garanzia e faccia pensare: “Difficile che si ripeta, perché si è visto come finisce chi gioca con risorse e vita (non dimentichiamo il suicida di Civitavecchia) altrui”. Ricordate Madoff? Carcere a vita (150 anni di pena, erogata in brevissimo) e tante disgrazie… ma abbiamo appunto descritto che meccanismo “politico” siano – e soprattutto siano state – le banche popolari… nessuno potrà esser punito duramente, perché potrebbe trascinare tutto il resto con sé, tanto intricate e patologiche le commistioni in gioco: figurarsi che c’è già un ministro in ballo, senza processi o indagini. Anzi, tutta la razza sua.

Si da il caso che, in queste ultime ore, la questione relativa delle banche popolari abbia trovato nuova linfa, grazie ad indagini che essenzialmente confermano in pieno l’assunto clientelare su cui si basa questa analisi nostra. Continua a leggere

Totò d’Arabia: con Renzi si finisce in farsa

Bifolco, l’etimologia. Il sommo Dante ha sempre l’ultima parola, che è poi anche la prima della nostra lingua.

Orologi di pregio a delegazione spregevole: un mix esplosivo.

Perché Totò è fotografia del paese intero: “orologi?? Noi sempre orologi…”

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“Gelati??!! Noi sempre gelati…”

Questo momento storico sembra dare la stura al peggio, in qualsiasi accezione: politica, sindacale, associazionistica, amministrativa, accademica, imprenditoriale, finanziaria. Ciò rende urgente la ricerca di un termine che possa stigmatizzare la cifra comune di tali meschinità, così diverse eppur così uguali. Ed i suoi detentori. Dopo interminabili discussioni, l’accademia della crôsca di Theleme ha deciso di propendere per “bifolco“, parola antichissima derivante dal greco Bou-kolos (o kolon), da cui il latino bubulcum, uomo che conduce i buoi, arando con essi la terra. Ormai utilizzato ad indicare persona rozza, villana, maleducata, grossolana, più che la storica mansione, in occidente scomparsa. Con in più quel sentor terragno, di zolla e di tolla, di sospetto e di micragna. Tipico del contado toscano… da Firenze ad Arezzo, per citar due nomi a caso. Anzi, per citar il sommo Dante il quale, di queste cose come di altre, se ne intendeva assai. Ecco infatti cosa ci dice al riguardo, o meglio cosa fa dire al suo avo Cacciaguida: Continua a leggere

Tramonta l’opzione cioccolato:L’ILVA agli Ilvaliani!

Ecco il parere richiesto da Willy Wonka.

Un vero mercato in crescita, quello del cacao, a fronte della catastrofe economica e giuridica che ruota intorno ad ILVA.

“Banane, non tubi”, le opinioni dei tecnici sulla qualità degli acciai.

Ma di chi è ILVA? i Riva e gli Amenduni. Promessa di fatto di terzo, vendita di cosa altrui. Chi compra in effetti non compra nulla.

Gnudi non balla: tramonta la riconversione al cioccolato. Di amaro restano solo i cazzi.

L’Italia agli italiani, l’ILVA agli Ilvaliani!

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Willy Wonka se ne va: L’ILVA agli Ilvagliani!

A seguire, copia del parere giuridico/economico, esperito a richiesta di Willy Wonka, in merito all’acquisizione dello stabilimento siderurgico ILVA di Taranto, col fine di realizzare il ciclo continuo del cioccolato, di cui nel precedente post: Continua a leggere

Willy Wonka: “ILVA, perchè solo salute e lavoro? Ci metterò anche il gusto!”

Clamoroso, Willy Wonka scrive a Theleme la sua ferma volontà di procedere all’acquisizione di ILVA.

Dalla Svizzera un miliardo di soldi di cioccolato per Matteo Renzi.

“Perché solo salute e lavoro? Io ci metto anche il gusto”. Immaginiamo la gioia di Pittella ed Emiliano: Il siderurgico di cioccolato.

Come qualificare il contratto di lavoro degli Oompa – Loompa? Bentivogli facci sapere.

Guidi ed il bando magico, Gnudi ballerino.

Ma l’amaro è tutto in fondo: un parere legale richiesto all’Abate: se qualcuno ha visto il film, sa che non si mente a Willy Wonka.

Willy Wonka 2 - ILVA

Questa mattina il meritato riposo dell’Abbazia di Theleme – notoriamente protraentesi ben oltre le 10 secondo la regola fondativa del “fa ciò che vuoi”– è stato interrotto dall’arrivo di una legazione del tutto inaspettata: non i tre Magi, certamente. Ma quasi: tre Oompa – Loompa in veste di gala hanno bussato al portone, superato i tre cancelli, srotolato una missiva e infine salmodiato quel che leggete: Continua a leggere

Banca Etruria & C: un paese da ricoverare

Arrivano le bufale che attendevamo, ma prima c’è da levarsi di torno il caso delle banche popolari. I media italiani, questi grandi controinformatori.

La follia dei risparmiatori, le gesta truffaldine delle banche, la pigrizia dolosa degli organi di controllo: un paese da ricoverare, tecnicamente.

Il salvataggio impossibile pagato a prezzo insostenibile. Senza un Madoff finisce malissimo: chiudono la stalla dopo che tutte le vacche son scappate, ma nemmeno il portone funziona.

E forse siamo solo agli inizi. Anzi, probabilmente.

Oggi avremmo voluto avere il tempo di stigmatizzare le nuove favole governative su ILVA, preconizzate già negli auguri thelemiti di capodanno. La faccenda dello stabilimento s’è fatta ancora più intricata e quasi sconfina nel thriller, anche se nessuno pare essersene accorto, o avere il coraggio di dirlo. Del resto questa disattenzione, o infingardaggine, non è una novità, anzi è una conferma. Di cosa? Ma della pochezza dei media italiani! Dalla carta stampata alle televisioni a buona parte dei siti professionali d’informazione: le eccezioni ci sono, ma assai poche e tenute ai margini.

Quando dico pochezza intendo soprattutto:

  • assenza cronica di logica plausibile
  • incapacità di riflessione autonoma rispetto al mainstream
  • ripetizione sic et simpliciter delle veline del potere, dai comunicati delle questure alle dichiarazioni dei membri del governo
  • scarsità di nozioni specifiche e di cultura generale
  • autoreferenzialità
  • dirottamento deliberato su questioni di poco peso, atte a distrarre il pubblico da accadimenti spigolosi, oppure loro interpretazione secondo canoni incapaci di reggere al vaglio di un’intelligenza media
  • acquiescenza alle linee editoriali imposte dai direttori i quali, in genere, rispondono rigorosamente alla proprietà, che a sua volta tende a coincidere con un apparato partitocratico

Riassumendo, lungi dall’esser mai diventato un quarto potere, come nei paesi avanzati, il mondo dell’informazione italiana è la stampella dei tre originari. Come nei paesi del terzo mondo o, al massimo, in via di

Quarto_potere

Il quarto potere in Italia è al servizio esclusivo degli altri tre

sviluppo. Vediamo se ciò si dimostri inoppugnabile mediante una serie inedita di riflessioni sulla recente crisi delle banche popolari del centro Italia (alias ex Stato della Chiesa e confini). Riflessioni che, a mio parere, avrebbero dovuto sin dall’inizio campeggiare nei dibattiti pubblici, in articoli e servizi televisivi… ed invece no. Nulla di troppo tecnico, solo ragionamenti conseguenziali, semplici nozioni e fatti notori. Se la questione vi interessa, seguite questo filo… e mi direte.

Quando si parla di un salvataggio, c’è qualcuno che deve essere salvato. In questo caso, quattro banche popolari. Sarebbe interessante entrare nel merito, nei come e nei perché, finanziari e giuridici, le banche popolari italiane abbiano spopolato per decenni (mi si perdoni il bisticcio)… ma porterebbe troppo lontano. Continua a leggere