(I) Dulcis in fund! Da Edolo a Roccasecca tutti pazzi per il recovery: il Nord Italia

italia imm

Il recovery fund è ‘realtà’ da un anno. In questi mesi la ‘politica’ italiana, a tutti i livelli – dalle associazioni ai sindacati, dalle  circoscrizioni ai comuni, dalle regioni ai ministeri, dai partiti al Governo – ha manifestato plurime volte il suo pensiero e soprattutto il suo atteggiamento nei confronti di quel che è, essenzialmente, enorme nuovo debito (per il 70%), più circa 60 miliardi a fondo perduto, sommati ad altre risorse nazionali ‘di accompagnamento’. Il totale, grossomodo 230 miliardi in più tranche, è astrattamente garantito da tutti gli stati membri, con la teorica finalità di reagire all’emergenza Covid, rilanciando l’economia europea. Anzi la società europea, considerate le ambiziose e minuziose riforme a cui risulta condizionato. Un aspetto probabilmente assai utile per immaginare quale potrà essere l’esito finale di questa imponente pianificazione, che presume di saper risalire a Bruxelles dai più riposti recessi del Continente per poi ridiscendere sino a San Giovanni Calibita, piuttosto che Travacò Siccomario, con l’intento prometeico di mutarne irrevocabilmente le sorti, è l’approccio sinora mostrato da chi quelle risorse deve, appunto, pianificare e gestire. Esse provengono da istituzioni sovranazionali, nazioni o grandi banche e fondi pensione politicamente indirizzati. Filtrano poi attraverso ministeri ed enti locali: sono pertanto pubblici al 100% e sarà il pubblico a occuparsi graziosamente di loro. E poiché è molto meglio mostrare che descrivere – senza la minima pretesa di esaustività, parliamo di migliaia di comunicati ed articoli provenienti da ogni dove – procediamo con una selezione ‘visiva’ del materiale antropologico, per così dire, che ci aiuti nella comprensione.

Iniziamo la nostra carrellata dal Nord:

piemonteIl Piemonte non si fa trovare impreparato ed entro Aprile 2021 riesce a sfornare ben 1200 progetti, 27 miliardi di euro di ipotetico valore (da adesso in poi associate pure mentalmente il termine ‘ipotetico’ ad ogni progetto e cifra riportati, non potremmo replicarlo all’infinito ma dovremmo). Del resto Torino aveva varato già a Febbraio una ‘cabina di regia’ allo scopo. Di quelle che più ce ne sono meglio è, se pensate che la sola provincia di Cuneo chiede due miliardi, naturalmente attraverso un ‘percorso ampio e condiviso’.

La Lombardia, locomotiva d’Italia, surclassa tutti: 35 miliardi, quasi 2000 cantieri ‘già partiti’, già a Novembre 2020. Milano vuole due miliardi solo per i suoi progetti edilizi, mentre Monza si accontenta, per il momento, di assumere 70 ‘tecnici a tempo indeterminato’. Certo ‘mancano i giudici’… si sa, coi piani quinquennali, insegnava Stalin, non si può pretendere troppo. Magari serve un ospedale e arriva un viadotto…ma qualcuno ha lavorato, qualcuno ha speso…e se poi non ci passa nessuno e non ci sono soldi per la manutenzione, che importa: a caval donato non si guarda in bocca.

Di Maio, in trasferta a Novara, manda in estasi il suo candidato sindaco: in tre anni dobbiamo spendere quel che spendevamo in un decennio, costi quel che costi. E peccato, veramente peccato, non sappia della crociera sul Po, dall’Adriatico alla Svizzera, passando per i navigli di Milano, che ha la chance di diventare realtà solo grazie al recovery…e se poi l’imprenditore non è abbastanza lesto a capire che la manna scende soltanto dal cielo stellato europeo, ci sono infiniti simposi, non solo a Brescia, a far da tramite fra politica, funzionari e businessmen, per insegnar loro come si compila la letterina per il boss.

Di fronte a tanto, Abbiategrasso non può certo rinunciare al raddoppio ferroviario. E’ vero, a Varese si lasciano prendere un po’ la mano dall’abbondanza, ‘250 miliardi da spendere in 3 anni’ – cifra in realtà da spalmare in un decennio, un anno è già passato e ne sono arrivati 30, di miliardi, ancora non utilizzati – ma la Brianza, coi suoi tristi numeri di economia reale, -8,9%, chiarisce che ogni cosa è persa, tranne il recovery. E quindi tutto bene signora la marchesa.

Edolo chiede varianti, la Val Brembana appena un tram, unica opera del bergamasco. Ma era Aprile, chissà quante oggi. C’è spazio per tutti nel libro dorato del recovery. Potremmo continuare a lungo, la Lombardia in resilienza va fortissimo. Spostiamoci invece un po’ ad est, nelle Venezie.

L’incantevole Venezia pensa di restaurare il suo davvero enorme arsenale, con ‘una pioggia di milioni’, ed il Veneto in quanto tale brama non meno di 25 miliardi, di cui circa 9 per infrastrutture. Chissà il resto per cosa, 155 progetti…se lo domanda anche Verona, che si sente ai confini dell’Impero, non riamata dal Doge Zaia. 

Già, recovery non è solo amore, resilienza non è solo pace: in tanti temono di essere sfavoriti in questa corsa all’oro, di non ricevere abbastanza carezze dal padre Draghi, che tutto sa ma forse non tutto vede. Ecco perché in Friuli si deve ‘pensare in grande’ prima che lo faccia qualche altro, magari l’odiata Venezia Giulia, dove Trieste già parla ‘l’alfabeto del futuro’, grazie all’abbecedario comprato col recovery…speriamo non si faccia irretire dal Mangiafuoco Kurz. Anche i centri montani sono in grande fibrillazione, guidati dal ministro Boccia non vogliono essere dimenticati. Se pensiamo a quante Alpi ed Appennini ha l’Italia, essere nei panni del Mario nazionale piace molto meno.

Dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno…non credo Manzoni si riferisse al fiume che bagna Bologna, ma viene utile per scendere un attimo più a Sud, verso Emilia e Liguria. La prima non si fa mancare nulla, dando vita a meeting internazionali per ‘coordinare’ a livello europeo i piani del recovery, confrontandoli (?) fra loro. In soldoni, carovane di burocrati, a vario titolo incardinati nello stipendificio nazionale ed internazionale – a cui sono affidate scelte chiave per la destinazione di risorse pagate coi denari dei cittadini dell’Unione – che si incontrano qui e là, sulla rete e fuori dalla rete. La scelta dirigista è stata quella di profittare della pandemia per ‘commissariare’ l’economia privata europea, preferendo ‘calare’ ingenti risorse dall’alto, prese a debito, invece di ridurre drasticamente la fiscalità e scatenare la concorrenza, l’escalation tecnologica e l’assunzione dei più capaci. Ma veniamo a Modena, che risponde da par sua con un’infinità di progetti, disponibili anche in video. Si va dal nuovo ‘Teatro delle passioni’ – amazing – alla riqualificazione di tutti gli alvei fluviali del distretto. Non senza rigettare fermamente la possibilità, che scopriamo in questo momento, di utilizzare il recovery persino per lo sviluppo di armamenti. Davvero, il PNRR è una cornucopia generalista, lo stagno in cui ciascuno riflette la sua immagine, dalla parità di genere alle cannonate.

Potevano simili commendevoli attitudini passare inosservate? Ecco la Regione Emilia-Romagna ricevere premi da un consorzio di servizi milanese che, immaginiamo, non avrà proprio nulla in contrario a fornire servizi imprecisati alla regione che premia. Il privato premia il pubblico sui palchi, nemmeno fosse la Romania di Ceausescu. Forlì, nel mentre, ribolle di relazioni aventi ad oggetto tutto il finanziabile via recovery, anzi ‘alcune’ priorità…immaginate le avessero elencate tutte:

la transizione ecologica, la sfida del digitale, il lavoro, la formazione, l’inclusione sociale, il sostegno alle imprese e l’innovazione, le infrastrutture, la parità di genere, le competenze e il capitale umano. Sono queste alcune delle priorità contenute nel “Documento Strategico Regionale per la programmazione unitaria delle politiche europee di sviluppo 2021-2027”

A questo ingrato, enciclopedico compito si accinge nientepopodimeno che l’assessore regionale Pompignoli, una specie di Diderot romagnolo a cui vanno i nostri più sentiti auguri.

Per effetto del recovery quello che era un forte diverrà ‘polo attrattivo straordinario’, galvanizzato persino da una cabinovia. Parliamo di Genova, siamo infatti giunti in Liguria, regione a misura di geronte che non smentisce la sua vocazione: anche le nuove ‘case di comunità’, quelle che in italiano chiameremmo ambulatori, saranno affidate a San PNRR. Il loro scopo, davvero rivoluzionario, è impedire che ‘il vecchietto’ debba fare ‘sei-otto fermate per vedere il curante’. Peccato, un altro piccolo sforzo finanziario europeo – tutto debito per i nipoti del vecchietto, i quali, alla sua età, per andare dal curante forse non avranno che l’asinello – e avrebbero potuto metterglielo direttamente in casa, il dottore. Fertili in resilienza si rivelano anche le Coop liguri, le quali si sentono interlocutrici ideali per ogni sorta di pubblico e para pubblico, allo scopo di divenire ‘digitali’, ovvero ‘driver per la crescita economica del Paese’. I migliori auguri anche a loro.

Se infine voi, sprovveduti, pensate magari di tornare in Valle d’Aosta e riconoscerla, beh, vi sbagliate di grosso: il recovery ve l’avrà cambiata irrimediabilmente. Ha un futuro molto ambizioso, che si condensa in 51 azioni ‘messe in fila dalla giunta’, al modico costo di circa un miliardo. A Trento intanto si lambiccano il cervello su come sforare l’uno per cento del recovery – mica male per 500.000 abitanti, certo non fra i più svantaggiati d’Europa – ed allo scopo approntano addirittura una ‘task force’, guidata da ben ‘due dirigenti generali donne’ della provincia autonoma. L’omologa di Bolzano invece ‘assalta’ il recovery con richieste pari a quasi 2,5 miliardi, per 47 progetti partoriti dalle fervide menti altoatesine, di cui 77 milioni solo per il marchio ‘SudTirol’ e 20 per Trauttmansdorff, con relative polemiche, «cosa c’entrano 20 milioni per Trauttmansdorff?». Chi volesse sapere cosa diamine sia, può cliccare sulla fonte.

Il tempo dedicato al recovery nell’operoso Nord Italia è terminato, la seconda parte sarà dedicata al Centro papalino. 

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