Primo Maggio 2016: Tanti, troppi morti sul lavoro in Italia. Perché?

Arriva il primo Maggio. Come ogni anno accompagnato dalla vasta conta delle morti sul lavoro (+16%, 2015). Le statistiche in Italia sono falsate, in ogni modo. Ed infatti surrealmente conflittuali.

Nulla è cambiato rispetto a 5 anni fa: manteniamo il primato in Europa. I perché di allora sono buoni anche oggi, anzi ottimi. Rispolveriamoli.

Restare ignoranti, a fini di conservazione e controllo, ci rende competitors perdenti dei paesi in via di sviluppo, quindi vittime degli stessi dolori. Un cancro inesorabile.

E’ arrivato il primo maggio, come ogni anno accompagnato dalle notizie, confuse e di ardua lettura, relative alle morti sul lavoro. Cinque anni fa ci occupammo in dettaglio della dolorosa questione, sia in sé stessa sia al fine di farne esempio indiscutibile del modo indecoroso e falsario con cui in Italia si divulgano tutti i risultati statistici, per poter prevenire la effettiva comprensione della realtà da parte dei cittadini.

Nulla risulta cambiato. Anzi. Le cifre vengono presentate, se possibile, in modo ancor meno districabile ed ancor più funzionale al caos – un vero porto delle nebbie, come allora lo chiamammo – e soprattutto tali dati non mai ragguagliati con la situazione dei comparti produttivi, agricoltura ed edilizia essenzialmente, in cui i casi di mortalità o di invalidità si verificano. Ad esempio, su ADNKRONOS si parla in questi giorni di un aumento delle morti sul lavoro pari al 16% rispetto all’anno precedenteCosì come di cali avvenuti dal 2010 sino appunto al 2014. Il problema è che, nel frattempo, i comparti produttivi hanno subito sensibili  riduzioni, sia di ordini che di fatturato che di impiego. Pertanto, “i cali” appena menzionati lo sono solo in senso assoluto ma, se ragguagliati al numero di ore lavorate e di lavoratori, rappresentano invece un aumento. Peggio, l’incremento del 2015  è tale sia in senso assoluto che, a maggior ragione, rispetto ai dati di cui parliamo: in realtà, quel +16% potrebbe benissimo essere un +25%, ad esempio. Ma come mai una simile condizione cronica di mortalità sul lavoro è nettamente e storicamente superiore a quella degli altri stati avanzati? La risposta è semplice: non siamo un vero stato avanzato, ormai. E ci troviamo a concorrere, ad armi impari, con chi è in via di sviluppo. Ma di tutto questo si discorrà, in dettaglio, nei testi che vi ripresento. Le dinamiche là descritte e le conclusioni dedotte mi paiono ancora attualissime e di tutta logica. Non pare cosa di poco conto, infine, riferire della chiusura al pubblico – per protesta – dell’ “Osservatorio indipendente di Bologna” di cui mi sono più volte avvalso. E che qui ringrazio. 

Grafico morti sui luoghi di lavoro dal 1° gennaio 2008

Buona lettura e, si fa per dire, buona festa dei lavoratori.

I

Possiamo dire quel che vogliamo, esistono lavori pericolosi e meno pericolosi. Qualsiasi attività umana, talvolta persino l’inazione, come nel caso dei terremoti, comporta dei rischi. Che inevitabilmente aumentano se si svolgono professioni che comportino altezze, l’uso necessario di agenti chimici, di macchinari pesanti o affilati. E via dicendo.
Banalità, certo. Ritenere che le morti sul lavoro possano azzerarsi grazie a controlli, tecnologie, informazione e prevenzione è assurdo. Il fato esiste e le distrazioni umane, causate dai motivi più disparati, sono sempre dietro l’angolo. Di casa nostra.
Eppure i 310 morti sul lavoro, contati sinora [N.d.A. sino ad Maggio] nel 2012 in Italia (cifre non ufficiali), sono tanti. Forse troppi.
Nel 2011 ci sono stati più di 1170 morti, di cui 663 sui luoghi di lavoro: + 11,6% sul 2010 (dati dell’OSSERVATORIO INDIPENDENTE DI BOLOGNA, così come le mappe mostrate, che riportano il numero dei decessi città per città).
Ma nel 2011 si è lavorato molto molto meno, soprattutto in edilizia, da sempre tallone d’achille, insieme all’agricoltura. Nel 2012 certamente meno che nel 2011.
Un dato preso così… calano le ore di lavoro, di ben il 30% in un anno, dal 2010 al 2011, nella sola provincia di Roma. Che significa quindi quel che leggiamo?
Un altro indizio… in Inghilterra, con un certo margine di errore, nel 2011 le morti sul lavoro sono state 171 (se volete approfondire la cosa partite da qui) .
SEI VOLTE IN MENO CHE IN ITALIA.
E allora che accade? Stesso continente, stessa popolazione. Certo, l’Inghilterra è più centrata sui servizi, attività meno rischiose per definizione… sul lavoro intellettuale, anche. D’impresa in senso contemporaneo, spesso immateriale. Probabilmente i controlli sono più efficienti che da noi, la corruzione incide in modo ben inferiore, secondo l’OCSE. Per carità, a noi un Commonwealth non ce lo dà nessuno e la Libia è già un miraggio svanito nel deserto, in un mare di sangue.
Ma abbiamo grandi colpe e c’è altro. C’è che, appunto, noi continuiamo a fare tanta manifattura. O almeno ci proviamo. Ed anche edilizia. Ma abbiamo concorrenti molto più numerosi e forti che in passato. Capaci di spiazzarci con le loro produzioni di massa a costo bassissimo. Produzioni di cui noi stessi abbiamo elevato il livello qualitativo, con le cospicue delocalizzazioni operate negli anni ’90 e 2000.
Per continuare a manterere quote di mercato nel manifatturiero siamo costretti a inseguire cinesi, indiani, turchi. Per avere qualche (misera) possibilità di vendere ancora appartamenti, o immobili commerciali, dobbiamo utilizzare manodopera non italiana, scarsamente scolarizzata, macchinari obsoleti, contenere ogni spesa non indispensabile.
Di conseguenza le misure di sicurezza sono necessariamente inferiori al necessario e peraltro se ne presuppone l’applicazione da parte di personale non formato e spesso non formabile.
Tutto ciò segue una logica stringente che si avvita su sè stessa e non può invertire il suo ciclo se non con la crescita del sistema paese: è il sistema paese che deve sottrarsi a questo gioco al ribasso, da cui le vite dei medesimi abitanti/lavoratori sono sempre più minacciate.
E può farlo solo mediante l’acquisizione di SAPERI, TECNICHE, ABITUDINI sufficienti ad elevare l’offerta italiana nel mondo e sul mercato interno, ridonandole quell’unicità, o almeno superiorità tecnica ed estetica, su cui abbiamo costruito i boom dal ’50 al ’70.
Il che significa quantomeno:
  • scuole primarie e secondarie efficienti;
  • istituti professionali up to date;
  • botteghe e aziende capaci di accogliere e perfezionare;
  • uno stato che favorisca la libera impresa e la ricerca controllando la pressione fiscale;
  • un sistema bancario che finanzi le idee e le potenzialità;
  • sindacati che non ingessino la concorrenza, i privilegi, la meritocrazia…
 … ma in teoria anche diffusione molto maggiore delle lingue straniere, fine del posto fisso di stato, biblioteche e videoteche in ogni comune, stimolo alla conoscenza scientifica ed alla conoscenza tout cour e via discorrendo. Al momento è ben difficile intravedere luce, le condizioni succitate sono agli antipodi di quel che abbiamo. Facebook non è italiana, Ikea non è italiana, Apple non è italiana. Saunier Duval non è italiana. Anzi, la FIAT scappa e Pininfarina, ahimè, non è più con noi.  Tutto ciò non avviene per caso, qui il Fato non c’entra davvero. Avviene anzi deliberatamente, miope calcolo per il beneficio di alcuni. Ma non è argomento che si possa affrontare qui, ora.
Già iniziare a comprendere come i nodi siano venuti tutti al pettine perchè è il pettine ad essere il vero problema, da cui tutto sgorga  come da fontana malefica, è un passo avanti che questo blog si ripromette di incoraggiare a compiere.

II

Mediante il coordinato disposto degli articoli online di Corriere della SeraMessaggero, provo a disegnare la mappa delle morti sul lavoro nel 2011, questa volta su analisi dell’ INAIL.
Per iniziare sono obbligato a rilevare come non coincidano affatto con i dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, che nel 2011 forniva una cifra complessiva di 1170 morti, di cui 663 sui luoghi di lavoro: + 11,6% sul 2010.
Questi dati li fornivo la settimana scorsa, in apposito post, cercando di inquadrare la delicata questione all’interno del sistema Italia, di cui secondo me essa rappresenta una costante che non può significativamente variare, laddove permangano le condizioni culturali ed economiche, nonchè fiscali e di commercio estero, che la determinano.
La grande mole di controlli svolta da Inail, che avrebbe rivelato l’85,6% di irregolarità, non fa che confermare la mia tesi: una percentuale simile di violazione fa dell’irregolarità la regola, per così dire. E la regola trae origine certamente da un malcostume che certo non si fonda solo sull’egoismo del singolo imprenditore, o sulla disattenzione del singolo lavoratore.
Comprenderete bene l’impossibilità di mutare lo stato di fatto menzionato mediante multe e sanzioni.
Sarebbe, più o meno, come imporre a tutti gli italiani di apprendere e parlare fluentemente l’arabo, parlato nel 2010 da circa 660.000 immigrati , a furia di multe.
Oggi scopriamo invece che i decessi di ambito lavorativo sarebbero 920, di cui 240 in itinere.
Il che significa, tra l’altro, che le strade per giungere al lavoro son divenute più rischiose del 4,8%, oppure che i lavoratori vivono condizioni di maggiore stress e affaticamento, posto che secondo i dati INAIL l’anno precedente, 2010, aveva visto 229 decessi in itinere.
Ma il dato complessivo presentato mostra pur sempre un calo del 5,4% annuo.
Questo potrebbe significare che non tutti i decessi sul posto siano noti all’INAIL, oppure che l’Osservatorio indipendente, anch’esso con molto seguito tra i media, abbia commesso errori sostanziali.
Una prima domanda Corporeus Corpora la rivolge pertanto a quest’ultimo.
Come si spiegano tali discrepanze? Alchimie statistiche diverse o dati diversi?
Una risposta sarebbe doverosa e interessante.
A questo punto non resta che ribadire quando sostenuto nel precedente post. Cioè che il calo sostanziale di attività e manodopera registrato nel 2011 rispetto all’anno precedente, a sua volta in drastica riduzione sul 2009, non consente alcuna ottimistica previsione e cambia radicalmente il significato delle risultanze INAIL.

“Dalle nostre rilevazioni – sottolinea Franco Osenga, imprenditore piemontese e Presidente della CNCE – che mettono a confronto i dati relativi ad uno stesso mese (giugno 2011 con giugno 2010, calo del 9%, N.d.A.) così da fotografare con estrema precisione la situazione del settore (Edile, N.d.A.), anche considerata la rilevante incidenza di fattori stagionali, emerge un quadro drammatico. Possiamo tranquillamente affermare che solo nel sistema rappresentato dalle Casse Edili dove si concentrano oltre 100.000 aziende, dall’inizio della crisi abbiamo perduto più di 100.000 lavoratori. Tenendo conto che si tratta sicuramente delle aziende più strutturate e attente al valore del lavoro e delle competenze professionali delle proprie maestranze, possiamo tranquillamente ipotizzare che, considerando anche l’indotto, la riduzione occupazionale dalla seconda metà del 2008 ad oggi si aggiri intorno a 300.000 lavoratori in meno” (Citazione dal sito Costruzioni. net)

L’agricoltura perde 40mila occupati e fa registrare, con un -4,6 per cento, il calo più elevato nel numero di lavoratori, tra tutti i settori. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’occupazione, in riferimento ai dati Istat sugli occupati e disoccupati nel secondo trimestre 2011. (Da www.vita.it)

Come possono quindi gli organi di stampa presentare una riduzione, sia pur da confermare e migliorare, degli incidenti mortali sul posto di lavoro (e non in itinere), se il dato non è ponderato con quello del numero di occupati in vertiginoso calo?
Non dimentichiamo i dati enormemente più bassi degli altri stati europei avanzati.
Vero che il presidente INAIL, Massimo De Felice dichiara che “inferenze troppo tranquillizzanti sul miglioramento della sicurezza degli ambienti di lavoro” non sono in realtà consentite.
Ma se il calo del lavoro in edilizia è stato del 9% a Giugno, in agricoltura del 4,6% (secondo trimestre 2011), con una riduzione della mortalità del 5,4% (peraltro in discordia con i dati dell’Osservatorio Bolognese) cosa vanno cianciando i giornali e le tv e le istituzioni?
Infine è importantissimo considerare come questa tecnica del dato non ponderato, ma assoluto, viene utilizzata ossessivamente dai media per privare di incisività notizie sgradite.
Ed è utile a comprendere, per la sua immediatezza, come appunto codeste tecniche esistano e siano applicate su vasta scala, allo scopo di guidare le coscienze e le reazioni dei cittadini.
Ad esempio, la medesima cosa accade ogni anno per la tragica conta dei morti sulla strada… ma questo è argomento che merita spazio specifico.

 

Tratto da: 

Morti sul lavoro: una costante sistemica. Ecco qualche perché.

e

Dati statistici in Italia: un porto delle nebbie – Ancora sulle vittime del lavoro

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