La Consulta che ci insulta: su Jobsact un nuovo verdetto anticostituzionale

La consulta che ci insulta: una slabbrata foglia giuridica di fico copre il palese verdetto politico.

Qualche precedente recente, dall’ILVA alla legge elettorale. La deriva partitocratica della Corte Costituzionale.

Per fortuna c’è Gentiloni: Mao, Stalin, Mussolini avrebbero plaudito.

Per par condicio, ecco a voi un super Cazzola.

‘Iamm’ iamm’ ia’, funiculì funiculà’, fischietta Ettore Scola.

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Premesso che a Theleme dell’articolo 18 faremmo volentieri a meno, per un insieme di ragioni tutto sommato agevoli a comprendersi (ma che non tratteremo qui), la decisione della Consulta di dichiarare inammissibile il referendum sostenuto dalla CGIL rappresenta un’ennesima dimostrazione di come persino la Suprema Corte offra ai cittadini poca garanzia, scontando quel cinquantennio di partitocrazia pura che ha finito per far coincidere – al modo dei regimi totalitari – gli organi statuali con quelli partitici. 

Non occorre attendere le motivazioni della sentenza per sapere che la slabbrata foglia di fico giuridica – messa lì a coprire il palese scopo politico della sopravvivenza ultra vires del governo Gentiloni e del PD – sarebbe una supposta ‘propositività’ del referendum in questione, contrastante con l’abrogatività della previsione costituzionale. Ovvero si sostiene che cancellare le parti indicate nel quesito referendario non produrrebbe l’estinzione di norme esistenti – o di parti di esse – quanto la ‘scrittura’ di norme nuove.

Tanto per cominciare, è evidente la natura di lana caprina, il bizantinismo, dell’argomentazione. Anche perché la Costituzione – alla cui difesa sarebbe preposta la Consulta e da cui trae legittimità – indica chiaramente (e tassativamente, poiché parliamo dell’espressione diretta della volontà del popolo sovrano) i limiti per materia che sono posti all’istituto del referendum abrogativo costituzionale. Espressi nell’articolo 75 della Carta, ve li presentiamo qui per agevole lettura:

Articolo 75

E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

Ordunque, la materia del lavoro non è inclusa nelle fattispecie di cui al secondo comma. Purtroppo, nel corso dei decenni, la Consulta si è arrogata più volte il diritto – inesistente, come abbiamo visto, nel testo – di introdurre una sua discrezionalità in merito all’ammissibilità dei referendum (celebre il caso dei quesiti sulla liberalizzazione delle droghe leggere, promossi dai radicali), giustificandola con curiose capriole retoriche. Tra queste abbiamo la distinzione fra referendum abrogativo e ‘manipolativo’. Addentriamoci grazie al Sole24ore:

Nel febbraio del 1997 (sentenza n. 36) viene affrontato il problema della distinzione tra referendum abrogativo e manipolativo (o propositivo), ponendo le premesse per un vaglio più rigoroso nel futuro. Per la prima volta si dice che la tecnica manipolativa non è ammessa perché, attraverso il ritaglio di singole parole, non mira alla pura e semplice abrogazione di una disciplina legislativa «ma alla sua sostituzione con un’altra delle tante possibili, in particolare quella creata ad arte dai promotori proprio attraverso la soppressione di mere locuzioni verbali, peraltro inespressive di qualsiasi significato normativo»

Ora, al di là della sostenibilità logica e costituzionale – con l’arbitrio che ne consegue – di una simile prospettiva, in questo caso è invece palese che la ‘soppressione’ delle ‘locuzioni verbali’ non generava un nuovo testo e una nuova norma, ma semplicemente ‘espandeva’ a categorie di lavoratori non protetti dall’articolo 18 le previsioni già esistenti nel medesimo, limitate a certuni casi. Vediamo quali sono:

La disciplina giuslavoristica prevede due ordini di tutela nei confronti del lavoratore che abbia subito un licenziamento illegittimo: 1) la “tutela reale“, prevista dall’art. 18 l. 20 maggio 1970 n. 300 (cd. statuto dei lavoratori) e 2) la “tutela obbligatoria“, la cui disciplina è contenuta nell’art. 8 della l. 15 luglio 1966 n. 604.

In estrema sintesi, la tutela “reale” (o ripristinatoria o specifica) si differenzia da quella cd. “obbligatoria” (o compensativa o remediale), in quanto la prima delle due consente al lavoratore la reintegrazione sul posto di lavoro, mentre la seconda accorda al lavoratore una tutela meramente patrimoniale/risarcitoria.

Affinchè possa applicarsi la tutela reale, indubbiamente più favorevole al lavoratore, il legislatore ha previsto che debbano sussitere determinati requisiti, a seconda della tipologia di licenzimento illegittimo che il lavoratore avrebbe subito.

CIT. “le disposizioni dei commi dal quarto al settimo si applicano al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonchè al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell’ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti e all’impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti “.

L’articolo in commento, insomma, prevede che, in caso di licenziamento illegittimo (salvo il caso di licenziamento nullo), i lavoratori in forza presso un datore di lavoro che abbia alle proprie dipendenze un determinato numero di addetti abbiano diritto a delle tutele maggiori rispetto ai loro colleghi alle dipendenze di imprenditori più piccoli.

La differenziazione di disciplina tra imprese (differenziazione che rimane anche nella formulazione dell’art. 18 l. 300/1970 a seguito della modifica introdotta con la l. 108/1990) secondo la loro maggiore o minore dimensione troverebbe ragion d’essere, non tanto nella meno elevata capacità economica di queste ultime, quanto nella impronta fortemente fiduciaria che (in astratto) legherebbe i lavoratori all’imprenditore minore[1].

Non scriveva, né manipolava, né proponeva in sostanza nulla di nuovo, limitandosi a cancellare – o meglio ad abrogare – una distinzione presente nella legge in questione, determinando l’allargamento delle categorie dei beneficiari. In realtà, la cosa è abbastanza evidente, emergendo persino dall’articolo del Sole24ore menzionato, che pure cercava di non prendere una posizione netta. Chi volesse leggere il testo del quesito non ammesso, lo trova qui. Costituzione, logica e precedenti specifici dell’Alta Corte andavano in una sola direzione: oggi la Consulta si esprime all’opposto, contro il dettato costituzionale, contro la logica e contro i suoi stessi precedenti. E ciò al tanto palese quanto sottaciuto scopo di permettere al Governo di sfuggire all’ennesima bastonatura popolare – e quindi alla ribocciatura di una compagine già bocciata, di tutto il recente operato del PD e della linea politica decisa insieme alla Commissione Europea, la quale ci consente di evitare il default  tramite Draghi- rinviando le elezioni politiche sine die.

Del resto, pochi sanno che la Corte Costituzionale stessa è regolata da un groviglio di norme non organiche, che lascia spazio a molta, troppa manovra. E non è affatto nuova a simili scempi, camuffati con sterile retorica leguleia. Abbiamo citato l’inammissibilità di quesiti antiproibizionisti, ma c’è anche la parificazione incostituzionale fra diritto al lavoro e diritto alla salute, decisa per salvaguardare una decina di decreti finalizzati alla stentata sopravvivenza del siderurgico ILVA. L’articolo 41 della Carta parla chiaro, a tutti ma non agli ermellini. Provate ad immaginare sicurezza, libertà e dignità umana senza salute, ambiente sano o, addirittura, vita:

ARTICOLO 41
L’INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA È LIBERA.
NON PUÒ SVOLGERSI IN CONTRASTO CON L’UTILITÀ SOCIALE O IN MODO DA RECARE DANNO ALLA SICUREZZA, ALLA LIBERTÀ, ALLA DIGNITÀ UMANA.
LA LEGGE DETERMINA I PROGRAMMI ED I CONTROLLI OPPORTUNI PERCHÉ L’ATTIVITÀ ECONOMICA PUBBLICA E PRIVATA POSSA ESSERE INDIRIZZATA E COORDINATA A FINI SOCIALI.

Ma potremmo citare anche la recente dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale, senza trarne poi la conseguenza della decadenza degli eletti con quella legge. Sentenza che perpetra la violazione della stessa attività logica, senza cui ogni sentenza repubblicana – in nome del popolo sovrano – diverrebbe invece arbitrio regio. Provate ad andare oltre la propaganda e scoprirete che le argomentazioni addotte (‘bilanciamento dei diritti’, ‘principio di continuità’ etc.) non hanno alcun appiglio testuale né razionale. E si risolvono in ulteriori miserande foglie di fico. Cui in genere si aggrappa il Partito Democratico. Ecco quella consustanzialità fra Stato e Partito, tipica dei regimi totalitari, che abbiamo già menzionato.

Guardacaso degni di un regime sono pure alcuni comunicati odierni relativi alla salute del Conte Premier Gentiloni Silverj, che purtroppo ieri sera ha accusato un malore, costringendolo ad urgente intervento di angioplastica. Ecco un esempio interessante:

gentiloni cuore.JPG

Ci pensate? Lo operano al cuore e lui continua a lavorare! Senza requie, al telefono fra sonde ed anestesie, decretando fra barelle e cartelle cliniche. Uno Stachanov della politica! Certo, non lo hanno ricoverato a Nola e questo avrà aiutato… ma quanto la stampa italiana odierna ci ricorda quella del Duce che sfidava le tempeste a petto nudo, di Mao settantenne che nuotava contro corrente nei fiumi, di Stalin e di Munzeberg, di Castro e Andropov?

Tornando alla questione dell’inammissibilità del quesito relativo all’articolo 18, la liberale e libertina Theleme – non essendo indomita come Gentiloni né forte come Mao né spietata come Stalin – vi propone la lettura di un pezzo super del celebre Giuliano Cazzola (da qui in poi, quindi, Super Cazzola), tutta tesa a sostenere le ‘ ineccepibili ragioni giuridiche’ dell’Alta Corte, che abbiamo recisamente negato.  Breve estratto, da Formiche.net:

Una decisione in senso contrario sarebbe stato un atto di irresponsabilità, perché non avrebbe avuto senso arrampicarsi sugli specchi del diritto, incamminarsi nella terra di nessuno dell’arbitrio, quando si trattava di prendere posizione su di un atto di criminalità economica, come era appunto il tentativo di introdurre, anche nelle microimprese, la reintegra giudiziale – al posto del risarcimento monetario – a sanzione del licenziamento ritenuto illegittimo.

Per quanto riguarda invece gli altri due quesiti – riguardanti l’abolizione dei voucher e la normativa sugli appalti – la Corte non poteva decidere altrimenti, essendo anch’essi atti di criminalità economica, ma compilati in modo conforme alle leggi. Non è un processo alle intenzioni, infatti, ritenere che la domanda sul licenziamento sia stata, invece, scritta in modo pedestre proprio per farsela bocciare.

Immaginiamo appaia evidente, anche ai meno avveduti, che è SuperCazzola ad arrampicarsi sugli specchi. Adduce prima ragioni ‘politiche’, di merito, che nulla hanno a che vedere col vaglio immaginato dalla Costituzione per l’ammissibilità dei referendum. Per poi tornare sui suoi passi, al diritto e alle forme, definite ‘pedestri’ con squisita lingua dottrinaria. Ma a voi l’ermeneutica, ci fermiamo qui. Anzi, ci soffermiamo sul geniale Ettore Scola, che decenni fa aveva già previsto la deriva oligarchica e gerontocratica dell’Italia e di tutte le sue più alte istituzioni. Cinque minuti di grande cinema, presentato da Marcello Mastroianni: varranno più di cento pubblicazioni CEDAM.

‘Iamm’ iamm’ ia’, funiculì funiculà!!!’

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