Colpo di Stato in Sudan, guerra d’Etiopia: dighe, etnie, religioni e sgambetti fra potenze

Quella passione per i colpi di Stato

Mentre infuria la guerra nella confinante Etiopia, con l’esito ‘a sorpresa’ dello sfondamento delle linee dell’esercito ‘regolare’ di Addis Abeba da parte del TPLF, Fronte popolare di liberazione del Tigray, il Sudan si accoda alla scia golpista d’una serie di stati vicini. Quella del colpo di Stato è una passione africana, e si declina in tanti modi. Può essere semplice, doppio, triplo; può portare al potere dittatori di lungo periodo o infinite sequele di militari di breve scadenza; può regalarci despoti tribali sostenuti da quella o quell’altra potenza, così come pure – ma molto più raramente – premi Nobel, filosofi, medici. Una cosa è certa, il mix di scarsa tradizione democratica e abbondanti risorse naturali, ghiotte per le grandi potenze, rappresenta terreno fertile per la rimozione improvvisa e forzosa dei governanti del momento. Secondo uno studio dell’African Development Bank sono stati 200 i tentativi di colpo di stato (non solo militari) nel continente africano tra il 1960 e il 2012. Di questi il 45% ha avuto successo. C’è da dire che, nel silenzio generale dei media – i quali al massimo, di volta in volta danno la notizia del mese, senza tentare mai di collegare fra loro i puntini che formerebbero il disegno, per quanto vicini – da quando Joe Biden è diventato Presidente degli Stati Uniti la frequenza dei colpi di stato è stata quasi mensile, attraversando tutta l’Africa, da Est ad Ovest. Dove non c’è colpo di Stato, spesso c’è guerra, basti pensare al Mozambico. Rimanendo ai primi, a partire approssimativamente dalla data delle elezioni USA abbiamo Mali (due volte), Guinea, Niger (riuscito a metà), Chad, Tunisia. E adesso Sudan (due volte). Una delle costanti di queste evoluzioni repentine è il coinvolgimento, più occulto che palese, delle potenze coloniali tradizionali, specie Inghilterra e Francia, che, in genere aiutandosi – vedi l’operazione antiterrorismo islamico ‘Barkane’, francese però spalleggiata da Londra – usano tutte le leve in loro potere affinché i neonati governi africani non si trovino altri padrini, o quantomeno che tali nuovi padrini non ‘spadrineggino’ troppo, se così si può dire.

La presenza della Russia in Africa non è così recente, tutt’altro. Anzi, l’ideologia marxista è un legame di lunga data con Mosca, come la compravendita di armi, la formazione di parte dell’elites militare e saltuarie forme di finanziamento allo sviluppo. Per quanto riguarda la Turchia, se la immaginiamo come Impero Ottomano certo non è l’ultima arrivata, semmai la prima, sebbene per quasi cento anni la sua influenza sia rimasta quasi esclusivamente culturale e commerciale, ricominciando solo nell’ultimo decennio una vera politica di potenza. Autentica outsider risulta essere la Cina, gigante economico – più fragile di quel che sembra – ma nano diplomatico e militare, che approfittando dell’esosità occidentale e del crollo sovietico ha penetrato per anni il ‘continente nero’, procurandosi l’energia e le materie prime che le difettano in patria. Altro player fondamentale non statale è quello ‘missionario’ cattolico, che dalla fine dell’Ottocento ha accompagnato, anzi talora preceduto, la presenza coloniale europea. Al netto di qualche girovago gesuita secentesco, la primogenitura pare sia da attribuire ai cosiddetti ‘Padri Bianchi’, i quali dettero impulso sia alla catechizzazione, un po’ sincretica, delle popolazioni locali, sia all’espansione territoriale francese. L’Italia in ciò non fu da meno, tante cose ci difettavano nel 1800 ma certo non preti e congregazioni. Francescani, salesiani, comboniani, saveriani, anche per conto della nascente Italia unita – ma soprattutto, naturalmente, del Vaticano – operarono lungamente nelle zone di influenza romana, da prima di Crispi: Libia, Sudan meridionale, Mozambico e Corno d’Africa. Se parliamo dell’Etiopia, infine, è terra di straordinaria tradizione ebraico-cristiana.

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L’Islam belligerante e la via della seta

Il proselitismo e l’indottrinamento islamico in Africa rappresenta un capitolo a parte, risultando essere elemento imprescindibile di queste tumultuose vicende internazionali: nonostante le molte varianti – i Sufi di Somalia, i Senussi di Libia, il Mahadismo Sudanese etc.etc. – a partire dalla seconda metà del 1900 possiamo dire si sia diffuso nell’Africa centrosettentrionale nella forma specifica maomettana ‘evolutiva’, se così possiamo chiamarla, proveniente dalla ‘Fratellanza Musulmana’ egiziana. La quale, per inciso, sarebbe anche la madre ideologica, insieme al più antico Wahabismo saudita, di quella famosa ‘Al-Qaida’, la rete; il cui nome a nostro parere si adatta meglio alla ‘Fratellanza’ stessa di Al Banna, appena menzionata, che al gruppo terroristico di Al-Zawahiri (egiziano) e Bin Laden. Tanto è vero che la Fratellanza è ancora e sempre fra noi, eccome, solo alcuni colpi di Stato degli anni trascorsi (vedi quello di Al-Sisi, co-protagonista del seguito di questo post), le hanno anzi impedito di divenire stabilmente egemone, da Istanbul all’Africa saheliana. Così non è per Al-Qaida e le varie ISIS, che appaiono e scompaiono, a seconda del momento, del leader locale, della potenza islamica più autorevole presso di loro in quell’anno e del nome che, di volta in volta, si vuol dare ai ‘terroristi’. La Fratellanza musulmana, per quanto sunnita, ha però buoni rapporti con lo sciismo, e lo sciismo a sua volta col cattolicesimo (anche loro hanno dei papi ed un martire che risorgerà, insieme ad altre finezze teologiche) ed il cattolicesimo missionario – e gesuita – con la Fratellanza. Basti vedere quanto Qatar c’è nella Milano del Cardinal Martini…e nemmeno l’Iran difetta, più in generale, in Italia. Pensiamo a Pietro Amara.

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O ad altro ancora. Non è un mistero per nessuno che la Turchia di Erdogan sia ormai nazione faro per l’Islam dei Fratelli Musulmani, né che i suoi antenati ottomani s’espandevano dall’Afghanistan al golfo di Guinea. Altrettanto noto é che esisteva allora, e vorrebbe esistere nuovamente, la lunga ‘via della seta’, cuore del commercio mondiale per secoli, corridoio mercantile che univa Nord Europa germanico, Italia, Impero turco e cinese. Prima di Suez, altra soluzione non v’era se non attraversare steppe e passi dell’Asia centrale, Marco Polo per intenderci. Dopo il canale di Suez, progettato dall’italianissimo ingegner Negrelli nel 1868, esiste invece una rotta navale cruciale. A seguirla ci porterebbe subito al ‘Corno’ d’Africa, fra Gibuti, Somalia, Eritrea ed Etiopia: a Nord del Nilo e a poche decine di miglia dalla sponda arabica del Bab el Mandab. Ci torneremo fra un po’. Per intanto, abbiamo identificato la cordata storica-culturale-commerciale-religiosa-politica che s’è via via incuneata in mezzo alle potenze coloniali più blasonate, per contendere materie prime e snodi strategici. Ecco perché la costante dei colpi di Stato, cui abbiamo accennato all’inizio, trova il suo fil rouge nella progressiva rimozione dei leader africani amici, soci o direttamente ‘protegè’ di Turchia, Cina, Italia, Iran, Qatar. Quelli insomma che nell’ultimo decennio hanno nettamente preferito trattare finanziamenti, scuole, armamenti, infrastrutture, concessioni minerarie e petrolifere con questi ultimi. Poiché la Russia di Putin tende a giocare in solitaria, variando sempre l’alleato a seconda del momento (in maniera più accentuata dalla sconfitta di Trump in poi), non è difficile immaginare chi possa aver costantemente sostenuto i vari golpisti, da un anno a questa parte: Sauditi, emiratini, israeliani e francoinglesi. Non crediamo le cose siano troppo diverse, nel caso del Sudan. Ma la situazione è più complessa.

Il Sudan e la vicina Etiopia

Nel 2019 Il generale Al-Bhuran, protagonista del colpo di Stato attuale, rimosse il suo Presidente, Al-Bashir. Al-Bashir era stato per più di venti anni al potere, vicinissimo alla Fratellanza ed insieme prossimo alla locale versione di Al-Qaida, intrisa di Mahadismo, il che ci porta all’Iran duodecimano e di nuovo a Bashir, notorio grande amico di Teheran almeno sinché non è stato obbligato a batter cassa presso gli arabi, i quali però col tempo hanno finito per stancarsi della sua inaffidabilità. Discreti rapporti con l’Italia dell’ENI, con la UE (che provvedeva anche a cospicui finanziamenti), eccellenti con la Turchia, probabilmente il maggior sponsor diretto, buoni anche con la Russia e soprattutto, negli ultimi anni, con la Cina, giungendo al punto di attivare in patria un progetto nucleare guidato da Pechino. Mediocri, invece, i rapporti con Francia ed Inghilterra e, alfine, anche coi sunniti arabici, quali sauditi, emiratini & co. Al posto di Al-Bashir fu da questi ultimi insediato un governo di transizione, più orientato verso Egitto e sauditi, guidato da tal Abdalla Hamdok – con Al-Bashir quale ‘mammasantissima’ – figura di temporaneo compromesso in questa giungla africana di interessi contrapposti. Sarebbe in teoria arrivato il momento di parlare del colpo di Stato tentato questo Aprile, e poi fallito. Non fosse che prima, per capirci appena qualcosa, è necessario fare un salto in Etiopia. 

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In Etiopia da circa un anno è in corso una guerra su larga scala, che ha finito per coinvolgere tutta la nazione – molto vasta, popolosa e abitata da decine di etnie diverse – risucchiando dentro gli stati vicini, Somalia ed Eritrea. Non possiamo addentrarci più di tanto nel ginepraio, basti dire che il governo in carica, protetto dalla Turchia e addirittura beneficato del Nobel per la Pace, nella persona del presidente Abiy Ahmed Alì, s’era fatto finanziare dai cinesi la costruzione di una diga (GERD), effettivamente tirata su dalle grandi ditte parastatali italiane (Salini, Impregilo, etc.), per trattenere in un bacino artificiale nientepopodimeno che le acque del fiume Nilo. Che se rimangono a monte non scendono a valle, e le valli sono il Sudan e l’Egitto. L’Egitto guardacaso si è sottratto da anni – con debito colpo di Stato, inutile dirlo – alle grinfie della Fratellanza musulmana di Al-Morsi, deceduto in carcere, per finire sotto quelle di Al-Sisi. Gradite all’Inghilterra, alla Francia, alla Russia e ad Israele, nonché ai sauditi. L’approvvigionamento idrico via Nilo è vitale, sia per il Sudan che per l’Egitto, che è anche padrone di Suez, ovvero dello snodo marittimo più importante del mondo, quello della ‘via della seta’ navale, per intenderci. l’Etiopia insiste a due passi del Bab-el-Mandab, l’altra strettoia, ed è alleata fortemente con l’Eritrea e la Somalia (li vedete in foto a dividersi la torta), ovvero gli stati che si spartiscono la fascia costiera africana dello stretto: ciò significherebbe dare al Corno d’Africa – inclusa Gibuti, praticamente un protettorato internazionale – la supremazia strategica sull’intero mar Rosso e sulla via marittima della seta. Ecco spiegato l’all-in dei turchi e dei cinesi, con gli italiani a giocare quel che resta del loro fugace impero – continuando a fornire armi ad Abiy durante la guerra – e gli iraniani a sognare uno Yemen sciita, foraggiato di armi proprio dalla Somalia attraverso il Puntland. Qui potrebbe persino far capolino l’omicidio di Sir David Amess, di cui abbiamo già scritto. La mappa darà idea immediata del contesto:

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La guerra etiope è stata apparentemente innescata da effettive rivalità interne e secolari, che contrappongono l’etnia storicamente dominante, quella del Tigray – essenzialmente una casta militare fatta popolazione, numericamente ridotta ma indomabile, gli italiani ne sanno qualcosa – ad altre, soprattutto Afar e Ahmara, che al momento esprimono politicamente il Presidente etiope, Abiy, in realtà un Oromo. Ma la verità pare un’altra. La famigerata diga GERD, infatti, è l’incubo dell’Egitto e del Sudan, come abbondantemente rappresentato all’ONU un’infinità di volte, senza alcun esito. Su questione vitale, dove la diplomazia non arriva è allora tempo delle armi. La speranza etiope di schiacciare i tigrini si è rivelata un’utopia: invece di Makallè, a rischiare la presa in mani nemiche è ormai la capitale Addis Abeba. Proprio oggi, infatti, il TPLF tigrino ha conquistato sia Dessie che Kombolcha, località site sulla strada per Gibuti, senza il controllo della quale diviene molto più arduo portare le indispensabili derrate e mercanzie nella capitale. E’ assolutamente credibile, anzi certo, che dal Sudan sia arrivata anche fornitura di armi per il Tigray, sponsorizzata dall’Egitto e dalla Francia, col beneplacito della Gran Bretagna ed i soldi arabi. La possibile caduta di Abiy – il premio Nobel per la pace più guerrafondaio che sia mai vissuto – ha spinto la Somalia a ritirare le modeste truppe, per timore di possibili nefasti sviluppi interni, mentre l’Eritrea, che anche grazie all’Italia ha forze armate migliori, fa l’opposto, muovendo cannoni e soldati al confine col Tigray. Le fonti dicono che l’attempato dittatore eritreo, Isaias Afewerki, anche lui ampiamente finanziato dalla UE, viva in queste ore un grave dubbio: rientrare in forze sul territorio etiope, attaccando la regione del Tigray per evitare il collasso definitivo del sodale Abiy, correndo il rischio però che il fronte meridionale sia ormai perduto e che quindi il TPLF possa concentrarsi contro l’Eritrea, oppure attendere gli eventi, cercando di non perdere la sua stessa nazione, scossa comunque dal conflitto in corso. Il TPLF ha infatti trovato alleati fra le altre etnie, esempio ne sia il patto col Fronte di Liberazione dell’Oromo, militarmente non trainante, ma comunque in grado di arrivare rapidamente ad Addis Abeba, che si trova nella sua terra ancestrale, se l’esercito regolare etiope è ormai ridotto, come sembra, a sole due o tre divisioni. 

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Ad ogni buon conto, l’ingresso dell’Eritrea in guerra potrebbe cambiarne le sorti, connesse a quelle della Diga GERD, o Grand Etiopian Renaissance Dam, ossia ciò che maggiormente preme ad Egitto e Sudan. Varrà la pena di notare come tale maestosa opera d’ingegneria si trovi esattamente al confine fra Sudan ed Etiopia, e vicinissima anche al Tigray. Sono luoghi un po’ fuori mano, meglio abbondare con le cartine geografiche. 

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I due colpi di Stato del 2021

Torniamo quindi al Settembre del 2021, quando in Sudan avviene un tentativo di colpo di Stato. I golpisti vengono identificati quali sostenitori del vecchio presidente Bashir, quindi vicinissimi sia alla Fratellanza che alla Turchia. Sino al Marzo di quell’anno era il Tigray ad essere invaso, apparentemente senza scampo, a dar retta ai media mainstream. Solo in Agosto scopriremo come il TPLF, lungi dall’essere definitivamente sconfitto, si era riorganizzato nelle aree rurali ed improvvisamente aveva iniziato ad avanzare, riconquistando distretti su distretti, approfittando della ritirata delle truppe eritree, dovuta a preoccupazioni interne e pressione internazionale, motivata dal desiderio di evitare un allargamento del conflitto. La contemporaneità del primo colpo di Stato fallito; del riscatenarsi delle truppe tigrine, arrivate in pieno Afar già a Settembre; del parziale abbandono eritreo del campo, ci consente di collegare gli eventi: la Fratellanza Musulmana del sudanese Al-Bashir tenta di riprendere il potere, sia per proteggere la diga Gerd – non a caso subirà attacchi terroristici qualche mese dopo, con la supposta complicità sudanese – che per impedire ulteriori sovvenzioni militari al TPLF, finendo eventualmente per costituire un nuovo fianco scoperto per il Tigray. Non dimentichiamo che gli stati africani NON rispecchiano le composizioni etniche e sono sprovvisti, generalmente, di grandi barriere naturali: la geografia che conosciamo è stata decisa dagli occidentali nel 1800, a scopi amministrativi e di facilitazione nella suddivisione delle aree di influenza e delle risorse. Quindi i confini fra Sudan ed Etiopia non escludono affatto che da un lato all’altro del confine vi siano esattamente gli stessi popoli, etnie o tribù. E questo, oltre a far comprendere come parte del Sudan possa voler aiutare i tigrini e parte no, dovrebbe rammentare che, in piena sincronia coi fatti raccontati, nel Febbraio 2021 l‘ambasciatore italiano in Congo veniva ucciso in prossimità del Sud Sudan, durante una misteriosa missione. Un atto gravissimo, che certifica la dimensione di polveriera interazionale di tutto il circondario, ben al di là dei confini tracciati con le squadrette. 

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Ad ogni modo il golpe fallisce: si decide che Al-Bashir è responsabile, insieme alla sua cricca, e Abdalla Hamdok, l’uomo del traballante compromesso, rimane al suo posto. Ma sino a quando? Sinché le vicende etiopi lo permettono. Il secondo colpo di Stato, realizzato dal Capo di Stato Maggiore Al-Buhran – che per inciso è omonimo di Al-Sisi e suo compagno di corso nelle accademie militari dell’Egitto di Sadat – sembra anch’esso seguire il calendario della vicina guerra, verificandosi durante la nuova svolta del conflitto: cioè mentre i tigrini decimano letteralmente le divisioni governative etiopi, prendendo possesso dello snodo Gibuti-Addis Abeba, e l’Eritrea riporta minacciosamente l’esercito sul confine, tentando una prima timida sortita sulla cittadina di Rama, respinta. Un Sudan più attivo nel conflitto – disposto cioè a controbilanciare l’eventuale offensiva eritrea – avrebbe molto senso. Il suo ingresso in Etiopia inevitabilmente comporterebbe la presa dell’area di confine su cui insiste la Diga della discordia. Inoltre, come alleato di Al-Buhran nel ‘servire’ lo Stato sudanese, in qualità di capo delle milizie paramilitari, troviamo un personaggio famigerato in tutta l’Africa. Il suo nome di battaglia è ‘Hemeti‘: parliamo di Mohamed Hamdan Dagalo, macchiatosi di una sfilza di crimini contro l’umanità, certamente quando era a capo delle terribili milizia janjaweed, che a colpi di machete e motorette esportavano l’islamismo fondamentalista nelle aree rurali di mezza Africa. Ma crediamo anche adesso. Egli è il prodotto ‘vincente’ delle guerre e delle stragi del Darfour, in cui è nato. Per quanto sprovvisto di formazione culturale, fesso non deve essere: dopo aver scorrazzato ovunque, spargendo sangue, si è ricavato un ruolo politico militare nel nuovo Sudan, in combutta con Al-Buhran, ed insieme a lui è proprietario di aziende, business, miniere. A differenza del compare Alì Kushayb, ad esempio, finito di fronte alla Corte dell’Aia. I janjaweed han sempre goduto di sostegno arabo, specie degli Emiratini – si dice Hemeti sia il plenipotenziario di Abu Dhabi in Sudan e che al momento copra le spalle ad Haftar in Libia. La presa diretta del potere da parte di Al-Buhran, quindi, potrebbe indicare un vantaggio egiziano rispetto agli Emirati, ma anche rinnovata influenza nella guerra civile libica, un fuoco sempre pronto a riaccendersi. In questi giorni numerosi ambasciatori si sono succeduti nei colloqui col ‘man in charge’, il quale ha promesso, prima o poi, di ridar vita ad un governo semicivile. L’Unione Europea ha inviato diplomatici, idem gli USA, il Qatar e la Francia. Ma mentre quest’ultima, al pari di Emirati e Arabia Saudita, ha taciuto sul golpe, forte si è levata la voce di Londra, che ha addirittura indotto il suo Ambasciatore ad una netta presa di posizione mediatica. Mr. Giles Lever ora deve lasciare il Paese, perché ‘persona non grata’, e ciò segnala quanto poco questa ennesima operazione ‘golpista’ sia stata ‘trattata’ con Londra. Potrebbe ciò, in qualche modo, ricambiare il gravissimo sgarbo ricevuto dai francesi nel business militare, quando l’Australia ha di colpo cancellato l’accordo miliardario con Parigi, preferendogli i sottomarini nucleari angloamericani? Siamo nel campo delle ipotesi: sicuramente una marcata differenza fra Parigi e Londra è in questo caso evidente, nonostante l’interesse comune di non rendere dipendenti il Sudan, e soprattutto l’Egitto, dai governi iranitaloturcocinesi del Corno d’Africa. Da non trascurare è, inoltre, l’influenza strisciante di Israele e del suo Mossad, pronta a controbattere ovunque l’influenza iraniana e desiderosa di vedere il Sudan implementare finalmente i ‘patti di Abramo’, firmati a Gennaio 2021.  

Rebus sic stantibus…

La situazione rimane assai fluida, sia in Sudan che in Etiopia, dove il destino di Abiy e dei suoi Afar-Amara sembra segnato, in assenza di aiuti esterni. Proprio in queste ore si segnala una ripresa di attività dell’OLA, Organizzazione di liberazione dell’Oromo, regione dove si trova la capitale Addis Abeba. Aggiungiamo che le coscrizioni continue di giovanissimi civili Afar ed Amhara, lanciati contro le milizie ben organizzate di un popolo guerriero, sono servite a nulla se non a ridicolizzare ‘l’offensiva finale’ di Abiy, inizialmente molto quotata, specie nelle (pochissime) news italiane. Suona strano aver parlato così poco del ruolo degli USA, ma in effetti da Joe Biden in poi essi sembrano diventati l’ombra del ‘poliziotto globale’ che furono. La recente rotta afghana ha insegnato molto a tutto il Mondo: questo non rassicura affatto, in termini di stabilità geopolitica. Continueremo quindi a seguire gli eventi ed a ragionare su di essi, a differenza dei media mainstream, che se ne ricordano solo quando tutto è esploso, fornendo notizie episodiche aggravate da analisi poco credibili, elucubrate sempre e solo nell’interesse del padrone delle ferriere. Quindi destinate a non trovar conferma nei fatti. Purtroppo oggi piove sul bagnato, con l’intervento del rappresentate dell’Unione Europea al Cairo: 

raggiungere un’intesa sulla Diga è inevitabile

Conosciamo bene le capacità ed i successi della diplomazia comunitaria. Dalla Brexit alla Libia alla Polonia e via discorrendo. Quasi sempre avviene l’opposto di quanto affermato con certezza. Augurandoci il contrario, siamo obbligati nel frattempo a dar conto della realtà, che di inevitabile sembra offrire solo la guerra: 

https://www.youtube.com/watch?v=bU-yFw1DIIU

 

https://www.youtube.com/watch?v=t13rjhRc3-Y 

 

Un commento su “Colpo di Stato in Sudan, guerra d’Etiopia: dighe, etnie, religioni e sgambetti fra potenze

  1. […] dal ‘suo’ porto. Una campagna militare sicuramente sostenuta da potenze straniere, come abbiamo ampiamente spiegato QUI, ma condotta in modo esemplare dai comandanti del Tigray. Il Presidente Etiope Abiy Ahmed, insieme […]

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