Tramonta l’opzione cioccolato:L’ILVA agli Ilvaliani!

Ecco il parere richiesto da Willy Wonka.

Un vero mercato in crescita, quello del cacao, a fronte della catastrofe economica e giuridica che ruota intorno ad ILVA.

“Banane, non tubi”, le opinioni dei tecnici sulla qualità degli acciai.

Ma di chi è ILVA? i Riva e gli Amenduni. Promessa di fatto di terzo, vendita di cosa altrui. Chi compra in effetti non compra nulla.

Gnudi non balla: tramonta la riconversione al cioccolato. Di amaro restano solo i cazzi.

L’Italia agli italiani, l’ILVA agli Ilvaliani!

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Willy Wonka se ne va: L’ILVA agli Ilvagliani!

A seguire, copia del parere giuridico/economico, esperito a richiesta di Willy Wonka, in merito all’acquisizione dello stabilimento siderurgico ILVA di Taranto, col fine di realizzare il ciclo continuo del cioccolato, di cui nel precedente post:

Gentile Mr. Wonka,

come posso esimermi dalla grata fatica di illustrarle, al meglio delle mie modeste capacità, il quadro (anzi il soqquadro) giuridico/economico che al momento regge le sorti del capolavoro di archeologia industriale – un tempo erogante benessere materiale e malessere psichico e fisico, oggi gli ultimi due e basta – di cui lei vorrebbe fare scaturigine di straordinario cioccolato? Il mercato del cacao è peraltro in fortissima ascesa, tanto che scorte e produzione non riescono a tenere il passo della richiesta mondiale, in grande crescita soprattutto a causa del mercato asiatico. Pensi un po’ che coincidenza… la stessa Cina che vende e svende il suo acciaio a noi, fra pochissimo liberissima di farlo,  ambirebbe invece acquistare ingenti quantità di cioccolato… quanto lungimirante la sua idea.

Ma, ahimè, in Italia di lungimiranza non v’è traccia. E nel 2015 siamo pronti a borseggiare i libretti dei pensionati (vedi CDP) pur di mantenere in vita ancora qualche tempo uno stabilimento ideato negli anni ’50 del secolo precedente. Siamo disposti a sostenere una propaganda incessante, su tutti i media nazionali, al mero scopo di simulare che il settore siderurgico italiano sia ancora appetibile (in alcuni casi recenti giungendo ad inventare di sana pianta sedicenti miliardari interessati). Siamo capaci di stravolgere completamente il diritto, dalla Costituzione all’atto amministrativo, pur di non cedere di fronte alla Storia, alla tecnologia, alla geopolitica, all’economia. Come fosse possibile non cedervi…

Dopo questo breve preambolo, veniamo al quid. Procediamo per punti:

  • Lo stabilimento è tutt’ora oggetto di un provvedimento complessivo di sequestro, emesso dalla magistratura. Trattasi di sequestro con permesso d’uso (ottenuto dopo ripetute forzature al dettato normativo e alle sentenze delle corti), vincolato alla riduzione dell’impatto inquinante ed “ammalante” della produzione.
  • Tale riduzione avrebbe già dovuto da tempo esser realizzata, secondo un sedicente cronoprogramma tanto all’epoca sbandierato quanto mai realizzato. Così non è, anzi se ne rimanda di sei mesi in sei mesi l’ultimazione (posto che qualcosa di serio sia stato fatto nel frattempo). Parrebbe che l’ultimo decreto, di cui dovremo poi riparlare, la rinvii addirittura alla fine del 2017.
  • Il direttore dell’ARPA Puglia, dottor Assennato, ha più volte ripetuto che, ad ogni modo, dovesse la produzione di acciaio tornare ai livelli necessari al sostentamento economico del complesso industriale, essa sarebbe comunque incompatibile con la salute umana e con l’ambiente, siano o non siano state attuate le misure previste nella famosa AIA.
  • Il Presidente Emiliano, ex magistrato, ha ribadito che quella zona franca, al riparo dal diritto vigente sino allo strappo costituzionale, ottenuta mediante l’escamotage di affermare la necessità del perpetrare il reato proprio allo scopo di eliminarlo (avvelenamento del ciclo alimentare), ha un limite temporale oltre cui non vi sarà più copertura. Ma lei, producendo cioccolato, certamente non incorrerebbe in censure. A differenza di ogni altro.
  • Al momento sovraintendono alla gestione dell’ILVA tre commissari, ultimi di una nutrita schiera. Essi godono, appunto, di una sorta di impunità penale, inserita in alcune norme ad hoc, che ovviamente fanno a pugni con la Carta Costituzionale. Sinora tale aberrazione non è stata fatta valere, ma non si esclude affatto nel futuro (vedi punto precedente)
  • Lo stabilimento è attualmente indebitato (per oltre due miliardi di euro, non di cioccolato), ogni mese scava un buco finanziario da quasi 50 milioni, ha perso tutte le commesse significative, pratica prezzi non concorrenziali, produce acciaio di qualità scadente (“quel tubificio produce banane, non tubi, creda a me. Me ne sono scappato.” – parole testuali di un giovane ingegnere ex addetto al controllo qualità dei tubifici ILVA), è lontano dalle materie prime e dai nuovi mercati. Chi volesse comprarlo per produrre acciaio dovrebbe avere elevatissime disponibilità economiche ed incredibile attitudine al rischio. Anzi al suicidio. Tanto è vero che sino ad oggi, checché i media di regime – gli stessi per cui sarebbero certo arrivati i denari svizzeri – ne abbiano sempre detto, nessun acquirente si è mai accostato più di tanto al risaputo bidone.
  • Quando lo stabilimento fu sequestrato e poi commissariato, esso aveva cospicua disponibilità di cassa, produzione su livelli economicamente sostenibili e ampio portafoglio clienti. Difficile ritenere li avrebbe mantenuti a lungo, considerata la rapida ed inarrestabile crisi dell’acciaio europeo. Purtuttavia, essi al momento sono diventati debiti, produzione ridotta ad un terzo e perdita quasi completa di committenti. La famiglia Riva ha pertanto già fatto causa allo Stato italiano ed ai commissari, a suo dire responsabili di tali disastri. La questione non è peregrina ed implica numerose ed onerose conseguenze.
  • Al momento vi sono commissari e custodi giudiziari, dovuti alla concorrenza di commissariamento e sequestro. I secondi sono destinati a permanere anche nel caso di un passaggio di proprietà. Ma non solo, poiché il plesso produttivo non è stato confiscato, permane la larvale presenza della proprietà originaria.
  • Ma chi sono i proprietari? La rinuncia all’eredità operata dai diretti eredi di Emilio Riva implicati nella gestione del siderurgico tarantino (che non ha evitato però i fatti svizzeri, che lei ha mostrato di conoscere, sino all’apprensione del fatidico “tesoro” da parte delle figlie), non ha intaccato le quote di ILVA, che erano in realtà già di loro proprietà, avendone mantenuto il capostipite solo l’usufrutto, mediante atti notori pregressi. Pertanto al suo decesso la proprietà si è di nuovo espansa sino a ricomprendere la totalità del diritto, senza passare dalla successione. E quindi senza essere intaccata dalla rinuncia. In conclusione la famiglia RIVA detiene ancora la maggioranza delle quote. Ma non è la sola proprietaria. Altra quota consistente, più del 10%, è infatti in capo alla famiglia Amenduni, acciaieri d’origine pugliese ma stabilmente in Veneto, proprietari di Valbruna, leader dell’acciaio inossidabile che, a differenza del generico, possiede ancora un valore significativo. Detti Amenduni non solo non sono stati interessati dalle azioni giudiziarie, ma parrebbero essere loro stessi vittime dei Riva, i quali avrebbero truffato loro i dividendi degli anni buoni, distraendoli a favore della propria famiglia. Su tali questioni pendono a tutt’oggi svariati processi e anche un ricorso diretto al Presidente della Repubblica. Sarebbe possibile, ad esempio, che i Riva o gli Amenduni o anche altri proprietari pro quota, anche infinitesima, si opponessero alla cessione. Che pretendessero di contribuire a determinarne l’importo, quantomeno, includente la liquidazione della loro quota. Sinora, almeno nel caso degli Amenduni, ingiustamente negletta e svalutata. Ne hanno ampia facoltà. A che titolo il governo può quindi decretare oggi la vendita di ILVA, quando una pluralità di diritti di proprietà di terzi insistono sui medesimi beni? Chi vende il bene di cui non è proprietario, a quale conseguenze espone sé stesso e l’acquirente?

ILVA riva

  • E’ di tutta evidenza che si ricade qui in almeno due casi previsti dai codici: vendita di cosa altrui e promessa di fatto di terzo. La promessa del fatto di terzo è abitualmente considerata un’obbligazione di garanzia. In sostanza, se la vendita del bene altrui, oggetto del contratto, non dovesse realizzarsi, il malaccorto venditore risponderebbe certamente per danni all’acquirente. E che danni. Se ne deduce che il governo italiano, in base alle sue stesse leggi, mette a serio repentaglio miliardi di euro dei contribuenti. Inqualificabile. La vendita di cosa altrui invece non realizza i suoi effetti fino a che il venditore non s’appropria del bene oggetto della vendita dal terzo che ne è proprietario. Ed ovviamente non è vincolato dal contratto, stipulato fra altri. In realtà, laddove lei Willy Wonka comprasse lo stabilimento dallo Stato, che non è proprietario, la proprietà le si trasferirebbe solo in un secondo momento. Per non rendere tale obbligazione incerta ed infinita, è necessaria l’apposizione di un termine. In difetto, come pare nel caso del decreto, dovrebbe farselo assegnare da un giudice. Nel caso, infine, tale trasferimento dal terzo (Amenduni, Riva, etc.) al suo venditore (cioè lo Stato) non si verificasse entro il termine, allora potrebbe chiedere risoluzione del contratto. E ovviamente risarcimento dei danni. Inutile aggiungere altro sulla totale aleatorietà della situazione. E’ infatti del tutto indifferente che la disponibilità dei beni da trasferire sia già nelle mani dello Stato venditore, sino a che quest’ultimo non li acquista in modo lecito dai suoi dante causa, eventualmente anche mediante esproprio.
  • Pochi se ne sono accorti, ma ILVA e Taranto sono svaniti dalla legge di stabilità. E con loro le risorse che lo Stato voleva garantire allo stabilimento. A quanto pare esse ricompaiono però nel decreto ILVA cui abbiamo accennato. Al momento nessuna certezza al riguardo. C’è chi dice che vi saranno 800 milioni di diretta provenienza statale (ma da dove?) per le bonifiche (quali?). Chi che invece se ne aggiungeranno altri 300 per la prosecuzione delle attività industriali (e lei dovrebbe restituirli al momento dell’acquisto della cosa altrui… ma quando? Quando sottoscrive il contratto con lo Stato o quando l’effettivo trasferimento si realizza?). Chi aggiunge che l’indotto verrà sostenuto, contrariamente a quanto detto appena un mese fa… ma c’è solo da attendere il testo effettivo, pare la prossima settimana…
  • Infine, leggerà sui media italiani come una pluralità di soggetti, i più disparati, sarebbero interessati ad ILVA. Dalla Corea all’India. Dai Marcegaglia ai Rocca. Da Eni a Fintecna. Capirà che, se il suo stimato Abate ha scritto correttamente quanto ha potuto leggere, tutto ciò non corrisponde ad alcuna verità. L’unico interessato è Lei. Pertanto non è necessario abbia alcuna fretta, laddove intendesse proseguire nel suo lodevole disegno.

           In fede,

          Abate di Thélème

 P.s. davvero squisiti e dinamici i suo Oompa – Loompa, meglio di tanti nostri rappresentanti.

Poche ore fa è giunta laconica risposta:

Carissimo,

la ringrazio per l’attenzione e la cura con cui ha voluto ragguagliarmi. Mi auguro in futuro di poter rendere il servigio.

Devo ahimè confessare che il quadro offertomi è desolante. Produrre cioccolato è cosa seria, a differenza del governare l’Italia, a quanto pare.

Comprare non si sa cosa non si sa da chi non si sa quando non si sa a che costi, con un sequestro in corso, custodi in mezzo e processi in fieri capirà bene sia prospettiva terrificante, per qualsiasi imprenditore.

Per di più, è impossibile insegnare a Piero Gnudi anche i più semplici passi delle danze richieste. Finisce sempre per credersi in qualche sacro rito e si incolonna dietro il celebrante.

Non escludo che in futuro possa ancora interessarmi della faccenda, ma lunghi decenni dovranno passare.

Un dolcissimo 2016 a Lei ed ai suoi confratelli.

Willy Wonka

O giorno funesto… tramonta ogni speranza legata al cacao. Di amaro, in ILVA, restano solo i cazzi.

Parliamone brevemente.

Esclusa ogni ipotesi di privato autentico – ovvero imprenditore dell’acciaio internazionale sufficientemente dimensionato – secondo le riflessioni fatte, non resta che la prospettiva qui avanzata in precedenza. Non farò altro che citarla:

[non resta al governo che raccattare] …qualche vecchio tondinaro bresciano, qualche imprenditore incartapecorito, per indurli a simulare insieme una cordata, rimpinzata occultamente di denaro pubblico – nella speranza che la Comunità Europea chiuda ancora gli occhi di fronte a tali puerili trucchi per aggirare il divieto di aiuti di Stato. Il tutto col mandato di recitare interesse per un bene privo ormai di qualsiasi valore (perché il suo prodotto è definitivamente fuori mercato) ed un patto rivolto a proteggerli, mediante nuove norme anticostituzionali, dalle inevitabili conseguenze penali derivanti dalla prosecuzione di attività pericolose per la salute e l’ambiente…

Perché vecchi (come del resto Bondi e Gnudi)? Perché un giovane manager in carriera (vedi il fuggitivo Guerra) sa che può solo bruciarsi le penne… e magari finire anche condannato per reati gravissimi che, in fondo, non ha perpetrato lui. Perché la Commissione, nonostante le giustificatissime pressioni di ambientalisti (vedi Peacelink) e industriali europei, nonché  le sue stesse pianificazioni (che costatano un 40% di eccesso produttivo nella Comunità e lo identificano col più obsoleto, inquinante e fuori mercato degli stabilimenti, ILVA),  potrebbe chiudere per un po’ gli occhi di fronte alle palesi violazioni dei trattati e del diritto? Perché il governo Renzi è uno dei pochi che ancora sostiene in concreto la burocrazia di Bruxelles. E il Draghi che ne è promanato, ai cui cordoni della borsa siamo assai legati.

Insomma, i predestinati saranno italiani, italianissimi. Se riusciranno a trovarne. Come italianissimi e pubblici i soldi da gettare in un simile calderone bucato. Esiste una vera e propria categoria di connazionali, insomma, che percepisce come fondamentale ed insostituibile, per la sopravvivenza del suo potere o del suo sostentamento, la sopravvivenza ad ogni costo del siderurgico (non è la prima volta che vi si accenna). Senza nemmeno provare a predisporre un paracadute, che non c’era ieri e non c’è oggi, nel caso sempre più probabile che invece accada l’opposto. Ecco, vogliamo dar un nome a questa enorme lobby trasversale: Mussolini gridava “L’Italia agli italiani!”e noi gli facciamo eco con “L’ILVA agli ilvaliani”.

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Un commento su “Tramonta l’opzione cioccolato:L’ILVA agli Ilvaliani!

  1. […] l’abbandono di Willy Wonka, un altro big dell’industria mondiale taglia corto sulla faccenda del siderurgico. Sergio […]

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