Da Frankenstein ad Arlecchino (servitore di 2 padroni, USA e Germania)

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La sorpresa dell’alchimista Mattarella: Frankenstein? Fatemelo voi.

Arriva il governo Arlecchino, frutto della carità (pelosa).

I ministri che non t’aspetti. Anzi, che t’aspetti.

Arlecchino servitore di 2 padroni, Germania e USA (ma un po’ di Russia e Cina non guasta mai).

Siamo Sordi (Alberto)? Nella commedia dell’arte la bastonatura è il finale più amato dal bambino che è dentro di noi.

Ci eravamo lasciati nel timore della nascita del ‘governo Frankenstein’. Per ben due volte siamo stati la là per assistere a un governo del Presidente. E in ambedue le occasioni ciò è servito per riportare al Colle Di Maio e Salvini, che pure durante questa campagna elettorale bis – camuffata da consultazioni – hanno dato il peggio di loro stessi. Il ‘no’ di Berlusconi all’ipotesi di Governo Cottarelli (i nomi ipotizzati dei ministri, fra cui la Severino, sembravano fatti apposta per respingerlo) ha messo la parola fine al temuto esperimento alchimistico. La speranza che esprimevamo, già da prima delle elezioni, s’è realizzata.

Teniamoci pronti al peggio, quindi. Augurandoci ciò non avvenga, perché i risultati delle elezioni non lo consentano o perché si desista, l’ipotesi è sul campo. E si fa via via più minacciosa. Le conseguenze sulla tenuta dell’ordine pubblico, oltreché sulla credibilità dell’intero panorama politico e infine istituzionale, potrebbero essere molto gravi: truffare praticamente tutto l’elettorato è un azzardo senza precedenti.

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Has has Savona! Ma dietro le quinte i problemi sono ben altri…

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Paolo Savona, fra Enrico Toti e Masaniello?

No, fra Ezio Greggio e D’Angelo. Prosegue la strategia Has Fidanken, che tanto ha già dato all’Italia a cinque stelle.

Il grand commis banchiere, allievo di Carli e Ciampi, presidente di quasi tutto e re degli europeisti. Due parole di Maccarrone.

L’amico di Mattarella che diviene nemico alla bisogna. Storia di una visita speciale. La sindrome di Stoccolma del M5s.

Dopo tanta wikipedia un salto sulla Treccani farà bene.

Conte, Savona, Massolo, Moavero, Mattarella, Casellati… tutto torna: il primo Conte è il secondo Monti. Ambedue figli di Frankenstein.

Tiriamo le somme con Jessica Rabbit.

 

Fra Toti e Masaniello…

In questi giorni è salito alla ribalta della cronaca il dottor Paolo Savona. Oggetto di una fantomatica ‘lotta’ fra europeisti ed antieuropeisti che vede schierati Di Maio e Salvini (soprattutto il secondo) contro il presidente Mattarella. Paolo Savona sarebbe insomma un mix fra Masaniello – aitante, col berretto frigio in testa, alla testa del popolo inferocito contro la casta – ed Enrico Toti, patriota antigermanico, capace di lanciare la stampella sugli austriaci. Un eroe in grado di ‘spirare baciando il piumetto della sua divisa da bersagliere’, come raccontano le cronache dell’epoca.

Alchè a Theleme ci siamo chiesti… ma è davvero il Paolo Savona che conosciamo noi? O un omonimo ignoto? Prima di ri-scoprire chi sia, il professor Paolo Savona (figura di indubbio spessore, al di là di ogni considerazione politica che andremo a trarre), non possiamo trattenerci dal menzionare nuovamente il mitico cocker Has Fidanken e il suo ‘promotore’ Armando/D’Angelo, miglior viatico all’Italia politica e mediatica odierna.

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Il voto di scambio costa. E si paga cash!

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Il paradosso dei neo DC: il voto di scambio senza scambio non si può fare.

Gli italiani, grillini inclusi, hanno la marchetta nel sangue. Ma i cash ci sono?

Patti, tavoli, piani, firme. In realtà non arriva una mazza.

Le regalie dell’ultimo minuto, sul conto corrente.

Il fallimento clamoroso della propaganda ‘industriale’.

Conclusione: saremo tutti, presto, orfani.

Attenzione, il testo che segue contiene turpiloquio. A Theleme se ne fa uso davvero parco, purtuttavia chi dovesse ritenerlo inadatto alla sua casta vista si astenga dal proseguire. L’autore è stato invasato dal volksgeist dell’italiano contemporaneo, allo scopo di svelare il segreto di Pulcinella… e non ha potuto nè voluto espungere il registro triviale. 

A volte si rimane basiti. E’ possibile che nemmeno i reduci della tradizione consociativa italiana ricordino come DC e PCI (e satelliti) fondassero il loro consenso più sulla concreta erogazione di benefici che sull’adesione a fumose idee, teoricamente prossime agli USA o all’URSS (ma poi in realtà prossime a un cazzo)? Naturalmente la qualità e la qualità del beneficio dipendeva dalla posizione nella medievale piramide sociale, ma si può dire che ciascuno, in base ai proprio demeriti, ci inzuppava il biscotto con sufficiente goduria per potersi turare il naso (aprendo beninteso il culo) e votare i rugginosi, senescenti, retorici ingranaggi della democrazia bloccata. Posti di lavoro, permessi edilizi fittizi, denaro contante, scarpa sinistra e destra, patenti regalate, mezzi pubblici senza controllori… chi più ne ha più ne metta, io ti do tu mi dai. E poi vaffanculo, sino alla prossima elezione. Già, perchè gli italiani la marchetta ce l’hanno nel sangue. E poco campanilisti come sono, per una serie di ragioni storiche e geografiche, sempre s’offrono bellamente anche allo straniero… fosse pure Barbablù, all’italiano, familista amorale al modo dell’ultima tribù turcofona delle steppe, non frega un cazzo: l’importante è che scucia la moneta, il privilegio o la prebenda, per sè e i propri cari. E’ in tal modo che abbiamo riempito lo Stato e il Parastato di stronzi e parassiti matricolati. Di gente che ha pagato per avere titoli fittizi, appena sufficienti a incamerare un posto di lavoro clientelare, finalizzato al voto di scambio. E’ così che le scuole sono piene di docenti mediocri, gli uffici postali di impiegati inetti, le direzioni centrali di incomparabili minchioni, i ministeri di cugini di monsignori e sindacalisti. E via discorrendo. E’ questa massa di beceri una delle ragioni per cui si devono pagare tasse sempre più elevate… qualcuno dovrà anche compensare la loro improduttività, che non è nefasta solamente in quanto furtiva ma poichè consente la prosecuzione sine die della demeritocrazia: è evidente infatti che codesta feccia non solo vota, ma anche faccia votare. E chi volete che voti, se non un pezzo di merda anche peggiore del pezzo di merda che già egli è?  Continua a leggere

Tabacci & Bonino (ma pure Grasso, Emiliano, Renzi, Baccini..) visti da Peppe

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Peppe è un uomo straordinario. Semplice per definizione, è in realtà il prodotto più sofisticato d’una riforma della Pubblica Amministrazione di cui è, essenzialmente, l’unico beneficiario noto. Al quale istituzioni e media danno lo spazio che merita: come l’echidna, o forse l’unicorno, è il primo e l’ultimo della sua famiglia, a cavallo fra etologia e mitografia. Peppe ha tali capacità adattive da ottenere un miglioramento della qualità della vita attraverso il rapporto continuativo con la Pubblica Amministrazione. Al modo di quei microorganismi anaerobi che vivono nelle più profonde grotte sotterranee, nutrendosi di ciò che uccide ogni altra forma di vita.  Continua a leggere

La Consulta che ci insulta: su Jobsact un nuovo verdetto anticostituzionale

La consulta che ci insulta: una slabbrata foglia giuridica di fico copre il palese verdetto politico.

Qualche precedente recente, dall’ILVA alla legge elettorale. La deriva partitocratica della Corte Costituzionale.

Per fortuna c’è Gentiloni: Mao, Stalin, Mussolini avrebbero plaudito.

Per par condicio, ecco a voi un super Cazzola.

‘Iamm’ iamm’ ia’, funiculì funiculà’, fischietta Ettore Scola.

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Premesso che a Theleme dell’articolo 18 faremmo volentieri a meno, per un insieme di ragioni tutto sommato agevoli a comprendersi (ma che non tratteremo qui), la decisione della Consulta di dichiarare inammissibile il referendum sostenuto dalla CGIL rappresenta un’ennesima dimostrazione di come persino la Suprema Corte offra ai cittadini poca garanzia, scontando quel cinquantennio di partitocrazia pura che ha finito per far coincidere – al modo dei regimi totalitari – gli organi statuali con quelli partitici.  Continua a leggere

Gentiloni imprenditore, Draghi finanziatore: il default è servito

Una nazione europea si trasforma in Stato totalitario: lui si gonfia, noi ci sgonfiamo. Senza troppo clamore.

Dalle cooperative dei migranti all’Alitalia, dall’ILVA a Piombino, dai call center agli avvocati: unico datore di lavoro, il Premier Gentiloni.

Nel frattempo si spegne l’attività privata. Come si pagano le tasse? Coi soldi del debito Pubblico.

Italiani drogati dalla guerra fredda. Ma nel 2017 ‘se la gode’ la Turchia.

Il ‘medico pietoso’ Draghi ‘fa la piaga verminosa’. Nonché il finanziatore, in bello stile MPS. Quanto dura?

L’epifania ci porta tanto – e solo – carbone.

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Nota bene. Quel che segue non è un saggio di Scienza delle Finanze. Non si prefigge di essere esauriente e nemmeno ‘preciso’, nelle definizioni e nei meccanismi, presentati a livelli estremi di semplificazione, più che grossolana. Ha il mero intento di creare un po’ d’ordine intellettuale, rivolto alla comprensione istintiva d’un organismo socioeconomico – quello italiano – malato, insostenibile e matematicamente alla fine del percorso.

Presenza e ruolo dello Stato sono stati sempre evidentissimi, nella società e nell’economia italiana. Il nostro quotidiano – scaturito dal centralismo sabaudo, dal totalitarismo fascista e dal consociativismo statalista cattolico e comunista – ha vissuto nei decenni un’impennata dell’azione economica dei governi. Le numerose privatizzazioni non hanno mai davvero affrancato i grandi gruppi… e nel contempo – senza dar troppo nell’occhio, grazie ad una stampa servile e poco brillante –  moltissime imprese, un tempo effettivamente private  (o privatizzate) sono oggi entrate (o rientrate) nell’alveo pubblico, a titolo più svariato (gestione, finanziamento, partecipazione azionaria…). Tutto ciò in ragione della logica per cui esse – ridottesi in miserevoli condizioni per obsolescenza o mala gestione, spesso clientelare – ‘non potevano fallire’, a causa delle conseguenze sociali (e politiche, aggiungiamo noi) che avrebbe comportato la loro scomparsa. La lista è davvero lunghissima. Il Monte dei Paschi, il siderurgico ILVA, la ex Lucchini di Piombino, la ex Fiat di Termini Imerese, le banche popolari, la SAIPEM, l’Alitalia, i maggiori Call Center (che non appena si riduce l’enorme esposizione pubblica chiudono tutto)… Continua a leggere

Buon 2017! Theleme reca a ciascuno i migliori auguri dell’Angelo Pavone

yezidi-taus-melik-emblemaAuguri di un lieto 2017 ai nostri lettori. Anche migliore a chi invece non ci legge.

Pur nella profonda inquietudine geopolitica, è ancora viva la speranza che l’intelligenza possa prevalere.

Il Buon Anno più antico del mondo, quello dell’Angelo Pavone Tawuse Melek. Sacro agli Yazidi, in attesa del 6767 *.

Il 2016 volge al termine, nella più grande confusione politica nazionale ed internazionale. Nuove alleanze fanno nevroticamente capolino fra quelle più consolidate, sia dentro che fuori l’Italia, mentre l’occidente e l’oriente – non sapendo incontrarsi – si scontrano in un caos che, lo diciamo con Nietzsche, speriamo saprà regalarci una stella danzante, prima o poi. Continua a leggere

Renzi – Zagrebelsky Celebrity Deathmatch. Chi ha davvero perso (oltre allo spettatore)?

La battaglia che non avreste mai immaginato: Quando la dialettica non è affatto un arricchimento.

Matteo Renzi contro Patrizio Oliva, che ne direste?

Cosa è accaduto davvero fra l’anziano prof ed il giovane politico. I due momenti del confronto.

L’inciso metagiuridico e ‘Il paradosso di Renzi’: il referendum che non doveva mai esserci.

I giuristi di Vergate sul Membro han curato la stesura dell’articolo 70?

Sei ragioni del No, più che sufficienti per decidere e guardare con sospetto chi vota SI. A cominciare dagli amici degli amici della Salini Impregilo.

Non ci crederete, ma la Storia umana non si ferma se Matteo Renzi ed il suo PD escono di scena.

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Nessuno avrebbe immaginato, credo, di vedere un Premier direttamente confrontarsi, anzi scontrarsi, con un tecnico. Sia pure di alto profilo giuridico e sulla materia che fra le altre più confina con la Politica. Ciò per la semplice ragione che se è in qualche modo ragionevole il confronto fra una mela golden ed una mela fuji – sebbene diverse, hanno in comune alcune caratteristiche di fondo della loro specie (buccia, croccantezza, profumo… valutabili secondo delle scale) –  l’opinione per cui preferiamo la banana alla nocciola è personalissima e, francamente, poco dibattibile.

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Dal cavallo di Roma esce armata la Raggi. Ad attenderla c’è Malagò?

Rompiamo gli indugi, la Raggi non ci è, ci fa.

Proseguiamo da dove c’eravamo lasciati, per arrivare dove eravamo già arrivati.

Tante azioni autolesioniste, una sola spiegazione logica?

Grillo e Casaleggio, l’ultimo mistero.

L’ipotesi sulfurea, quel voto futuro della giunta: se sconfessa il NO della Raggi salva (quasi) capra e cavoli.

Prosegue la guerra all’ultimo sangue. Il nostro, si intende.

 

– Aggiornamenti in fondo –

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Ci eravamo lasciati con Virginia Raggi la quale, dopo esser stata eletta a sindaco di Roma grazie alla complicità, appena un po’ occulta, di Berlusconi e del PD – grazie al suo curriculum tutto legato alla destra romana – poneva in atto, appena insediata, numerose scelte autolesive del buon nome del Movimento Cinque Stelle. Il tutto consigliato ed assistito dai vari Marra e Frongia, ‘cervelli’ locali dell’operazione ‘cavallo di troia al Campidoglio’, o meglio ‘cavallo di Roma’.

Oggi, senza alcuna spiegazione plausibile, la medesima sindaca salta deliberatamente l’incontro concordato con Malagò, trito rappresentante sportivo della partitocrazia italica, affamata di deficit spending, che negli ultimi anni le è stato spesso impedito, per averlo praticato in passato sino al quasi default. Malagò/CONI, non a caso in combutta olimpica con Montezemolo/Renzi e Marchini/Caltagirone, ha oggi provocatoriamente chiesto che l’incontro mancato si tenesse in streaming, secondo gli stessi ideali di democrazia diretta ed ipertrasparente, contrabbandati dai cinque stelle come praticabili. Ma solo in campagna elettorale.

Perché, ci chiediamo, invece di seppellire l’interlocutore con alcuni dei tanti argomenti inaffondabili a disposizione dei contrari alla candidatura di Roma (che all’epoca non piacque nemmeno al tetro Monti, salvo oggi mutare opinione) ha lasciato la possibilità ai detrattori di darle della inaffidabile dilettante ed opaca? Continua a leggere

Brexit: Il Regno Unito lascia la UE, ma l’Italia ha già lasciato il mondo.

Il voto nel Regno Unito. Un Popolo che non ragiona solo con la pancia ha governanti che non agiscono solo per conservare il potere.

L’Inghilterra e il suo universo: c’è chi può e chi non può. Noi non può. Svalutazione si, ma soprattutto guerra fredda.

I guai li passa l’Europa che ha voluto tenere la Grecia e perdere il Regno Unito. In primis l’Italia: rimarrà nella UE, ma è già da tempo fuori dal mondo.

Riduciamo il danno privato, certamente in arrivo.

Alla Scozia potrebbe bastare assai meno di un nuovo referendum.

*Supplemento necessario: Gazzetta e Repubblica, la prova del nove.

Stamp printed in Australia shows a portrait of Queen Elizabeth I

AUSTRALIA – CIRCA 1947: A stamp printed in Australia showing queen Elisabeth II., circa 1947

Non era agevole prevedere il risultato di questo referendum inglese, presentato peraltro attraverso un quesito fornito della chiarezza necessaria ad una votazione popolare. Che in Italia non conosciamo, a causa dell’insincerità della nostra democrazia. Ma una cosa era sicura e l’abbiamo evidenziata sin dalle prime ore del tristissimo, inquietante, fatto di sangue che aveva segnato i giorni immediatamente precedenti la votazione epocale:

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Gli inglesi non votano solo con la pancia, checché ne dicano gli stessi sedicenti esperti italiani di politica internazionale che in questi ultimi anni non ne hanno mai azzeccata una (ne parleremo dopo) e oggi si scagliano contro ‘popolo’ ed ‘anziani’, responsabili a loro dire del risultato. Come se democrazia universale non significasse, appunto, questo. E l’esperienza e la semplicità non fossero anch’essi valori universali, al pari della gioventù e della complessità. I cittadini britannici sono consapevoli sia dei loro limiti – e da sempre ciò li porta a comprare quel che apprezzano e manca loro (oppure direttamente a saccheggiarlo) – che della loro forza. Scambiare l’Inghilterra per una nazione europea come altre è del tutto fuorviante. Solo la Francia, ma sino ad un certo punto, può esserle paragonata. Tant’è vero che mentre Parigi non ha più la sua valuta, al pari di Italia e Germania, La Gran Bretagna l’ha conservata. E la cosa le è infine tornata assai comoda. Ma come ha potuto quell’isola rocciosa – dove non cresce l’ulivo, non c’è il bidet e si producono 5 varietà di formaggio al massimo – permettersi questi lussi persino nel mondo globalizzato, mollando un sonoro ceffone al continente intero?  Continua a leggere