“Il grande Bluff”: Renzi va al Cern, mai a Taranto. Svizzera, ILVA ed i mattoni del default italiano

La vicenda ILVA, industria decotta, madre di tutte le battaglie del cattocomunismo.

Si legge che i soldi dei Riva sono dove erano… figuriamoci le obbligazioni.

Mattarella dal Jersey tira fuori solo Fabio, o’ latitante…

Renzi al CERN parla di Comunità Europea… o promette denari italiani? Che dilemma.

Il pensiero luciferino di Theleme e quel “grande Bluff” su Rai 3.

ILVA pietra angolare del default.

La vicenda ILVA è di una complessità infinita… noi che la seguiamo da anni (ma chiunque ci abbia a che fare, dagli operai ai ministri, direbbe lo stesso) possiamo certificarlo.

Si potrebbe affrontarla da mille punti diversi, come pure abbiam fatto su CORPOREUS CORPORA , anticipando tanto di quello che sarebbe poi avvenuto. A tutt’oggi, ad esempio, sarebbe di estrema attualità dar conto del meccanismo geopolitico di cui lo stabilimento è da sempre parte (nato con tecnologia americana, ma la prima commessa sarà russa). Oppure narrare dello strazio del diritto che più volte è stato perpetrato, in danno di milioni di italiani, mediante una serie di decreti uno più anticostituzionale dell’altro. Uno strazio che ha coinvolto ogni istituzione, dai presidenti della Repubblica sino alla Corte Costituzionale, per tacer di procure, sindaci e presidenti di regione.

E di cui il neogovernatore Emiliano pare sia, finalmente, conscio. Sua citazione letterale:

…E dubito che sarà possibile un nuovo decreto, perché se la Corte Costituzionale ha consentito il sacrificio di alcuni elementi fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano, lo ha fatto perché c’era un termine…

In fondo si tratta di quel che abbiamo detto in decine di casi (qui, ad esempio), nel silenzio assoluto di giuristi e politici, locali e nazionali.

Ma non è di questo che si voleva scrivere.

Quel che importa, allo scopo di dar conto della sulfurea ipotesi qui esposta, è dedurre l’importanza capitale di tale stabilimento per il potere consolidato nel paese. Per nessun complesso produttivo si è giunti a sommare una tale mole di alchimie finanziarie, politiche, giudiziarie, sindacali, lobbistiche. Come mai? L’importanza economica storica dello stabilimento è nota, ma altrettanto l’acclarata decozione. Ed anche la palese inadeguatezza, dimensionale e logistica, a reggere il confronto con le attuali dinamiche del mercato dell’acciaio, certificata dai piani di sviluppo della UE.

ILVA negli anni '60, molto simile ad oggi

ILVA negli anni ’60, molto simile ad oggi

Terminata la ricostruzione europea, finita la grande infrastrutturazione degli anni 60′, 70′ ed 80′, cessata la necessità dei paesi in via di sviluppo di acquistare in Italia il semilavorato – perché ormai fan da sé a costi bassissimi, avendo materia prima, stabilimenti e mercati negli identici luoghi (a differenza nostra) – finito in fiamme il Nord Africa, unico sbocco rimasto, è palese che l’immenso siderurgico tarantino, altamente inquinante e con gli altoforni a fine ciclo, non sia più un business sostenibile. Infatti i privati, al di là di ogni giudizio sul loro comportamento, non investono più su di esso da almeno 10 anni. Lo stesso valore geopolitico dello stabilimento, determinato dal potenziale di riconversione bellica, ha perso negli ultimi anni gran parte del suo smalto, stante sia lo sviluppo tecnologico militare sia la nascita di analoghe strutture nell’est europeo, ben più moderne e sostenibili economicamente nell’ordinario.

Per di più la prevedibile “crisi di crescita” cinese, unita allo sviluppo qualitativo e quantitativo della sua siderurgia negli ultimi 10 anni, ha fatto sì che il mondo sia oggi inondato dagli acciai di Pechino. S’era provato, inutilmente, a porre un freno a tale esportazione massiva con dazi specifici… ma a quanto pare, come sottolinea l’ottimo Seminerio, a breve non sarà forse più possibile nemmen quello, stante l’ingresso della Cina nelle “economie di mercato” riconosciute dalla WTO. E ciò mette ulteriore pietra tombale sull’ILVA, in quel che pare ormai una tumulazione a cumulo. Altrettanto, il clima di scontro globale che s’accresce mese dopo mese rende estremamente arduo reperire commesse sufficientemente dimensionate e stabili (vedi le incertezze sulla TAP, poi ovviamente sfociate nel nulla) per un’industria in tali ambasce, in mano ad una dirigenza statale, pertanto ben poco qualificata.

Eppure non si vede al momento alcuna exit strategy e neppure il minimo tentativo di ridare fiato all’occupazione nella provincia di Taranto, che  sconterà certamente la perdita non solo del tenore di vita e del potere di acquisto (al politico italiano importano poco) ma pure la fine di un consenso “pilotato” tale da consentire un’enorme rendita di posizione a Chiesa, sindacati, governi, politici locali e persino delinquenza. Da almeno 50 anni. Tale stasi prosegue persino ora, dopo che morti sul lavoro e abbandono dichiarato dei maggiori committenti italiani (FIAT, SAIPEM) dipingono la quotidianità a tinte fosche e surreali. Mentre la città intera precipita in un clima da frontiera nel far west, avendo già perso CEMENTIR, Vestas, Arsenale e sopravvivendo di carrozzoni assistiti in perenne precarietà (perché fuori mercato anch’essi), come il colossale call center Teleperformance. Niente e nessuno sembra voler prendere atto della realtà e farvi fronte, anzi… tutti schierati a difendere l’indifendibile ed in ogni modo, incenerendo ingenti capitali, norme, ambiente. Ma come mai?

Bisogna cercare oltre per trovare delle ragioni adeguate di tanto sforzo, sino a raggiungere il valore intrinseco del “pianeta ILVA” all’interno del sistema paese. Per Theleme, questo valore intrinseco sta nella rassicurazione di tutti i grandi player, popolazione assistita inclusa, che il meccanismo di potere ereditato dal dopoguerra riesce a resistere alle forti pressioni attuali, interne ed esterne.

ILVA è infatti l’archetipo della grande industria di Stato, che impedisce la formazione della piccola/media impresa, troppo libera di intraprendere, vivere e votare. Essa invece genera mandrie di stipendiati poco inclini al pensiero critico, sostiene la spesa al dettaglio senza crear cultura e mantiene equilibri di potere ultrasecolari. L’Italia, passata dal fascismo sociale al cattocomunismo, non ha fatto altro che adattare al modello sovietico le basi poste dall’ IRI di Mussolini e Beneduce. Ma la fine della guerra fredda, con la caduta dei blocchi e la fine del debito pubblico senza fondo, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla Russia, ha incrinato in modo drammatico un’economia mai pensata per competere sul libero mercato ma solo per distribuire, fidelizzare clientele e gestire potere. Questo detto, veniamo all’oggi.

Si è appreso che i famosi denari dei Riva – confiscati dalla procura milanese per diverse vicende fiscali, già divenuti supposta base per obbligazioni da trarsi ad opera di Equitalia giustizia – sono sempre dove sono. Questa fantascienza giudiziaria/legislativa, ordita al fine di reperire fondi freschi – risorse in grado di evitare la censura UE per “aiuti di Stato” –  per lo stabilimento (praticamente chiuso da mesi, in quanto marcia al 40% max della capacità, ma costa come fosse al 100%) li ha insomma lasciati in Svizzera. Nonostante le sperticate dichiarazioni che da anni si succedono, sempre più roboanti, di premier, ministri, magistrati, assessori regionali. Nonostante ordinanze, rogatorie, decreti, newco e badco, a tutt’oggi non c’è un quattrino. Tanto è vero che le famose obbligazioni, che pareva dovessero trarsi già mesi fa (lo stesso Renzi più volte in tv lo spergiurava, ad esempio a Bersaglio mobile), son invece meschinamente scomparse nel nulla.

Col tempo abbiamo saputo che l’operazione non s’è realizzata per via di un ricorso, presentato da eredi Riva in Svizzera. Siamo al 7 luglio 2015. Non abbiamo ragione di dubitarne, ma crediamo conti molto più quel che scrivemmo in un’epoca in cui gli eredi non c’entravano affatto. E tutti erano anzi certi che il sequestro avrebbe portato in Italia quei denari. A Theleme eravamo sicuri del contrario, per motivi qui sotto appena delineati, già sufficienti però a dare un’idea:

caso ILVA obbligazioni

Note: 1) “emettere”, non mettere. E in effetti nulla si emise – 2) La Lucchini di Piombino prosegue a tutt’oggi un cammino contorto e sinanche illusorio, fatto di sedicenti sceicchi tunisini, industriali agroalimentari algerini, commissari “galeotti” e profluvi di trionfali comunicati sindacali e politici. E qualcuno, solo oggi, si aggiunge all’Abate di Theleme nel denunciarlo (intervista storica, consigliamo la visione. Ma non indispensabile alla stretta comprensione del testo)

Tornando ad ILVA, La questione giuridica  di cui discorreva è naturalmente assai intricata. Lasciamola stare per ora, limitandoci a rammentare che, per il Corriere della Sera, a Luglio si attendeva la decisione di un tribunale di Bellinzona. Notizia dal punto di vista tecnico assai mal raccontata (non credo casualmente), ma a noi qui interessa solo che sempre di Svizzera si tratti. La verità è che ancora oggi la si attende: Zurigo “ospita” 1 miliardo e rotti (si tratta di titoli, quindi per renderli liquidi van venduti e il loro valore finale dipende ovviamente dal corso del momento) e sinora li tiene stretti, più che correttamente, riteniamo.  C’è, appunto, ben altro in pentola.

Se abbiam visto giusto, chissà chi suggerì la

Se abbiam visto giusto, chissà chi suggerì la “trovata Cern” a Matteo Renzi…

Ad esempio,  nelle stesse ore dello stesso giorno di luglio dove si trovava il nostro misirizzi Matteo Renzi? Ehi, non ci crederete… proprio in Svizzera. Al CERN, a parlare di Europa… ma vi par plausibile scegliere uno stato che fa della sua indipendenza una bandiera secolare per narrare “la bellezza della Comunità” considerato che la Grecia rischiava di uscirne proprio in questi giorni? L’incongruenza fu infatti notata da tantissimi sui social, e persino da qualche giornale…

Una sola cosa avevamo riconosciuto sinora a questo Renzi, grande perdente se non nel suo PD (dalla Romania alle elezioni comunali ai migranti etc.): coprire gli infiniti disastri con la propaganda, sfruttando il servilismo storico della stampa italiana. Possibile che di colpo non sapesse più fare nemmeno questo? Lui, il predestinato a rifondare la DC, in concorrenza con Enrico Letta?

Uno sguardo più approfondito si è quindi imposto, sui perché e percome di questa singolare visita (verificatasi mentre in tutti gli altri paesi si concentrava l’attenzione sulla Grecia)… e alla fine è emerso come Renzi sia in realtà andato in Svizzera soprattutto a promettere il decisivo incremento del finanziamento italiano al CERN. Il quale istituto sarà pure europeo, ma spende denari in loco!! Poiché il punto è cruciale, meglio usare le citazioni letterali:

Questo paese contribuisce per l’11 per cento al budget del Cern. Potra’ fare di piu’ nei prossimi anni. Questo e’ l’impegno che prendo

Sarebbe interessante sapere che fine ha fatto questo (ennesimo) impegno di Renzi. Ad ogni modo arriva or ora la “legge di stabilità”, controlleremo. Crediamo non sarà in elenco, viste come sono poi andate le cose.

Ma eccoci alla somma degli addendi: Svizzera in avere, Svizzera in dare. “Voi consegnateci il malloppo dei Riva, noi restituiremo la somma come contributo nazionale al vostro/nostro CERN, dimodoché la Comunità Europea sia soddisfatta e non possa parlar di aiuti di Stato, la Svizzera non ci rimetta i capitali di cui vive e soprattutto il bubbone ILVA non scoppi fra le mani del cattocomunismo, nell’anno di grazia 2015, determinando il definitivo collasso del decrepito sistema, oligarchico e clericale, italiano” , questa la luciferina (supercomplottista) ipotesi che sponsorizziamo.

Eppure le operazioni algebriche, soprattutto se ardite, necessitano di una prova del nove… e per fortuna ci parve di aver anche quella. Un passo indietro: Il thelemita addetto al controllo della propaganda televisiva (poverino, sempre oberato di lavoro, col solo conforto di pregiatissimi champagne della Marna) segnalò all’epoca al suo Abate un programma serale. “Il grande Bluff”, in onda su Rai 3. Nessuno allora sapeva nulla del CERN, né la sorte in dettaglio del “sequestro Riva”. La puntata risultava non ben chiara negli intenti, se non genericamente: censoria dell’ offshore, della finanza mondiale e degli evasori italiani, aveva addirittura ripescato la Lista Pessina (2009), vicenda archiviata fra patteggiamenti e condanne… e persino, al volo, quella Falciani. Scoop non proprio up-to-date, ma buoni per (ri)mostrare al mondo la crudeltà dei discendenti di Gugliemo Tell, guardacaso.

L'isola del Jersey, proprietà diretta della Corona...

L’isola del Jersey, proprietà diretta della Corona…

E non solo. Nemmeno la Gran Bretagna sfuggiva alle cinghiate, no no: Londra diventava la capitale accertata degli orrori criminali del mondo (la perfida Albione, quando noi ci limitiamo alla paesana mafiacapitale), il Municipio britannico era oscura compagine antidemocratica, fra le cui file si intervistava il vice Major, sottolineandone con fiero cipiglio l’origine del Jersey, altro luogo diabolico della plutocrazia giudaico massonica (non cattocomunista, pertanto)… ma non era proprio del Jersey la serie di trust scelti dai Riva? E ancora, non era proprio in Gran Bretagna che un mesetto fa si era recato, improvvisamente il presidente Mattarella, in visita proprio alla regina Elisabetta, Duchessa del Jersey? E non era proprio dall’Inghilterra che, con straordinaria sincronia, veniva infine riconsegnato all’Italia il latitante Fabio Riva, sino ad allora mai affidato alla giustizia italiana, nonostante plurime richieste? Certo, con Fabio Riva non ci paghi gli stipendi degli operai, ma forse meglio di niente…

Ah questa Svizzera, questa Londra, queste Isole Vergini… “se ci mettessimo a frugare davvero… quanto potremmo scoprire… magari anche nel gioco d’azzardo (gran finale della miscellanea made in “grande Bluff”)… noi della TV di Stato…”. Lo stesso Stato tornato proprietario del siderurgico più pazzo del mondo, si intende… quello che avrebbe tanto bisogno dei soldi dei Riva…

ILVA un nuovo mattone del default italiano?

ILVA nuovo mattone del default italiano?

Rai3 da una parte, Corriere della Sera dall’altra, persino Renzi al CERN… tanta Svizzera, di colpo, nella nostra vita. Trasfigurata dal caldo sole tarantino. Ma fu vera gloria?

No, non fu. La Svizzera e la Gran Bretagna, ovviamente, si son ben guardate dal mostrare il minimo interesse a quelle che ci paiono trovate estemporanee di un’oligarchia moribonda

ILVA affonda sempre più sotto il peso della sua obsolescenza ed extramarginalità, trascinando con sé il territorio. Renzi non è mai venuto a Taranto, sconfessando più volte sè stesso. Buona parte della cosiddetta “società civile”, continua a tener bordone ad un governo che s’imbroda di piani strategici, fingendo di attendere progettualità dal territorio. La politica locale, in mano  a rappresentanti che a stento sanno mettere la loro firma su di un foglio, finge di credere che Pantalone coprirà le spalle a tutti, a sua volta. Vertici, tavoli, contratti di sviluppo. Anno dopo anno, giunta dopo giunta. Intervista dopo intervista. Ma la verità è che un altro mattone del default italiano sta per essere aggiunto a tanti altri.

Anzi, una pietra angolare.

Ad majora.

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4 commenti su ““Il grande Bluff”: Renzi va al Cern, mai a Taranto. Svizzera, ILVA ed i mattoni del default italiano

  1. […] del sedicente “tesoro di Riva” dalla Svizzera (chi volesse approfondire bene la cosa, leggesse con attenzione QUI). Senza contare che le Poste, proprio in questi giorni, sono state quotate in borsa… e già […]

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  2. […] c’è da ammettere che è ancora oggi capace di suscitare forti emozioni. Infatti, essendo la madre di tutte le battaglie del cattocomunismo essa da un lato catalizza gli sforzi dell’oligarchia moribonda della nazione, […]

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  3. […] fondamentale per la sopravvivenza del suo potere parassitario la sopravvivenza del siderurgico. Come tante volte dicemmo e spiegammo in dettaglio. Oggi vogliamo dar loro uno nome: Mussolini gridava “L’Italia agli italiani!”e […]

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  4. […] sia tutto interno al paese e lontanissimo da ogni considerazione economica, connotandosi come la madre di tutte le battaglie del cattocomunismo italiano (nelle due matrici storiche DC e PCI, sino all’esposizione diretta del Clero, locale ma anche […]

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