Redde rationem (inutile) sulle prescrizioni AIA: All’ILVA carta canta, ma non suona mai.

Districhiamo la lunga tela delle prescrizioni AIA per ILVA: Una truffa di Stato.

Le opinioni dei tecnici e politici, per nulla rassicuranti. Clini, Bovino, Bonelli, Venosi.

Come e perché dalla carta nasce solo carta (straccia) e quel che di concreto si prescrive non si fa mai.

Si salvi chi può, in primis dalle discariche.

il 9 maggio 2014, dopo anni di tribolazioni normative, amministrative e politiche, entrava in vigore il cosiddetto “piano ambientale” per l’ILVA di Taranto. Siffatto piano essenzialmente non ha fatto altro che riprendere le prescrizioni precedenti, dando loro un nuovo timing. Fondamentale è comprendere il complesso meccanismo che ha condotto a questo punto, analizzato con occhio oggettivo, grazie alle opinioni che, a nostro parere, son risultate infine più interessanti per dare coerenza a quel che viene in genere narrato malamente, propagandisticamente e parzialmente. Questa coerenza ci conduce ad affermare come il modo più realistico di guardare al futuro business della siderurgia tarantina – ed alle inerenti attività di bonifica – sia a tutt’oggi quello della “truffa di Stato”. Una truffa che ha coinvolto, infangandoli, tutti i poteri e le istituzioni, dalle presidenze della Repubblica al TAR, dalla Consulta alle stesse procure, in primis quella milanese (autrice della bufala “obbligazionaria”). Come pure montagne di sedicenti giuristi e tecnici in rem propriam.

tramonta il siderurgico, fra mille balle blu

inesorabile tramonto del siderurgico tarantino, fra mille balle blu

Il suddetto piano è proprio in queste ore soggetto alle verifiche degli enti incaricati, ARPA ed ISPRA. Indipendentemente dall’esito che avrà la verifica, proviamo a comprendere quali, quante e di che qualità siano quell’ 80% di prescrizioni che ci trasciniamo da un quinquennio, già da attuarsi entro l’agosto 2015. E che affidabilità e credibilità abbia tutto il sistema che ha prodotto quel che di seguito leggerete.

Verrebbe da prender le mosse dalle “bonifiche” serie, che per esser serie sono da immaginarsi su scala talmente ciclopica da non risultar fattibili. Ad esempio, la famigerata “copertura dei parchi minerari” (per adesso affidata alle “collinette”, miti declivi prospicienti il parco, notoriamente del tutto inadeguati al contenimento… non più del voler versar del brodo nel piatto con la schiumarola).

E che sia infattibile tecnicamente – anche al di là dei costi spropositati, mai recuperabili – lo affermano infatti sia i Riva che i tecnici con cui parlano al telefono, nelle intercettazioni. E non per raccontarsi fra loro una frottola, frottola essendo l’opposta. Ma anche e soprattutto numerosi ingegneri da noi interpellati. Concentriamoci invece sulle famose prescrizioni AIA. Un bel passo indietro e siamo nel 2011, quando fu rilasciata la prima AIA. Rileggiamo che ne dice il ministro Prestigiacomo che allora la rilasciò, anche grazie all’attività dirigenziale di Corrado Clini, all’epoca – a suo stesso dire – più che altro ‘il nostro uomo in Cina’. Dalla gazzetta del mezzogiorno:

Il rapporto dei Noe era di dominio pubblico e le sue indicazioni “sono state prese in considerazione nella formulazione delle oltre 400 prescrizioni imposte all’azienda in sede di concessione dell’Autorizzazione integrata ambientale” del 2011. Lo afferma in una nota l’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo definendo “totalmente destituite di fondamento le ricostruzioni secondo le quali il Ministero, ed il Ministro in particolare, avrebbero strumentalmente nascosto o ignorato l’informativa dei Noe”.  “Relativamente alle notizie apparse sulla stampa su un rapporto dei Noe che mi sarebbe stato inviato, quale Ministro dell’ambiente pro tempore, nel luglio 2011 e di cui non sarebbe stato tenuto conto nella definizione dell’AIA per l’Ilva – precisa Stefania Prestigiacomo nella nota -, credo vadano precisati alcuni punti che sono di dominio pubblico ma che, evidentemente, sono stati dimenticati e vanno ribaditi. In primo luogo il rapporto non è stato inviato al Ministro ma, com’è naturale che fosse, alla competente direzione del Ministero da cui dipende la Commissione AIA”.

Ordunque, che fu di quelle “oltre 400” prescrizioni del 2011? Di certo sappiamo che non furono tutte adempiute: non ci troveremmo mai a questo punto, in caso contrario. Andiamo nel dettaglio. Scopriamo che le prescrizioni sono in realtà 462.

Qui, presso AFFARI ITALIANI, trovate il documento – in originale PDF – che le contiene, secondo una “moda informativa” di cui il nostro pregresso sito Corporeus Corpora creò il trend, già nell’agosto del 2012. Quante furono realizzate? Andiamo per gradi.

Secondo l’avvocato Claudio Bovino, esperto in diritto ambientale e tra gli autori del Manuale ambiente 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 ottobre 2012, la nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale) dell’Ilva di Taranto in realtà costituisce un riesame dell’Aia n. Dva/Dec/2011/450 rilasciata dal ministero dell’Ambiente il 4 agosto 2011 per l’esercizio dello stabilimento siderurgico della società Ilva Spa ubicato nei Comuni di Taranto e di Statte.

Pertanto i due provvedimenti si accavallano, essendo la seconda AIA un superamento della prima. Corrado Clini afferma infatti – nonostante fosse lui stesso alla direzione generale del ministero quando AIA 2011 fu concessa così come è – che:

Se l’Aia rilasciata il 4 agosto 2011 con l’assenso della Regione Puglia avesse adottato le prescrizioni ambientali e gli impegni di risanamento per l’Ilva che ho imposto con la nuova Aia il 26 ottobre 2012, non ci sarebbe stato il sequestro degli impianti e non ci sarebbe stato bisogno di un decreto legge.

Ma si sa, la Storia non si fa né coi se né coi ma… il decreto fu decretato, la legge fu legiferata e sappiamo come andò. Anzi come va.

Proseguiamo con Clini che, grazie ad Openpolis, sito insostituibile, possiamo tracciare anche a livello parlamentare. Ecco che dichiara il 7 Agosto 2012 alla camera:

[…] L’autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata il 4 agosto 2011, con decreto del Ministro dell’ambiente, al termine di una lunga istruttoria, che è durata quattro anni e mezzo. L’autorizzazione contiene 462 prescrizioni, quindi una mole importante di regole che ILVA deve rispettare per l’esercizio degli impianti, che fanno riferimento puntualmente agli obiettivi che devono essere conseguiti e alle misure che devono essere adottate per assicurare la compatibilità della produzione con la protezione dell’ambiente.  Si è trattato, quindi, di una procedura molto più lunga di quanto previsto dalla legge, che prevede un termine massimo di 300 giorni, giustificata dalla complessità degli impianti e dall’esigenza di dare indicazioni puntuali per ogni singolo punto di emissione, ma che è anche il risultato di un lungo confronto, spesso conflittuale, tra le amministrazioni e l’impresa.  A seguito di questa autorizzazione e nonostante la lunga procedura concertata, ILVA ha presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale, osservando che una parte delle prescrizioni prevedevano obiettivi e impegni che vanno oltre quanto stabilito dalla legge italiana e dalle direttive europee e sostenendo, quindi, che l’autorizzazione dava disposizioni troppo restrittive rispetto alle normative attuali. Il tribunale amministrativo regionale di Lecce ha riconosciuto, in parte, le buone ragioni di ILVA e perciò ha disposto la parziale modifica dell’autorizzazione.  […] A questo proposito, è stato chiarito con la Commissione europea che, nel caso in cui venissero adottate soluzioni tecnologiche che consentano di raggiungere in anticipo, cioè prima del 2016, gli obiettivi di qualità ambientale fissati l’8 marzo 2012, gli investimenti dell’impresa per l’utilizzazione di queste tecnologie possono anche accedere a finanziamenti europei. In sostanza, i finanziamenti europei non intervengono per finanziare gli interventi che l’impresa deve fare per rispettare le norme in vigore, ma per sostenere le imprese che investono in soluzioni tecnologiche più avanzate rispetto a quelle stabilite dalla normativa che si applica attualmente. […] Naturalmente, è un lavoro molto complesso al quale parteciperanno non soltanto gli esperti di ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ma anche quelli della Commissione europea del gruppo tecnico di Siviglia, cioè il centro dalla Commissione europea che lavora nel settore dell’identificazione dei migliori tecnologie disponibili nei settori industriali, per fare in modo che l’autorizzazione che verrà rilasciata sia in grado di incorporare le soluzioni più avanzate che, fra l’altro, oltre a quello di ridurre l’inquinamento ambientale, hanno anche il vantaggio di mettere ILVA in una posizione più avanzata rispetto agli altri concorrenti europei, rendendola perciò più competitiva. Si tratta di un’opportunità che ILVA ha accolto, nel senso che il presidente Ferrante ha dichiarato la sua concreta disponibilità a lavorare in questa direzione.

Bene, secondo il ministro ILVA era sul punto di diventare addirittura uno stabilimento all’avanguardia. Nella produzione e nella compatibilità ambientale. Grazie anche a finanziamenti europei. Ecco perché ILVA avrebbe ritirato i ricorsi amministrativi. Splendide favole…

Ma torniamo alla 462 prescrizioni. Ci sono voluti 4 anni e mezzo per stabilirle (inutile dire che nel frattempo ILVA inquinava e produceva sic et simpliciter). Negli anni 2011-2012 che ne fu?

Quante furono adempiute in quell’arco temporale? Quali? 

Probabilmente nessuna. 

Quattro anni e mezzo di istruttoria, un anno di AIA 2011: risultato zero.

In un articolo apposito abbiamo inserito le relazione in originale di due tecnici ARPA, che ci consentono di comprendere, in maniera accessibile anche ai non tecnici, come funziona lo stabilimento e quali (numerose) storiche criticità abbia: ILVA: quale funzionamento e quali criticità. Intervistando i tecnici emerse come dell’AIA 2011, già insufficiente persino per chi la promulgò, non si fosse realizzato quasi nulla. E che l’impianto, per molti versi, era ancora quello degli anni ‘60.

Andiamo adesso alla nuova AIA, che incorporerebbe addirittura un salto tecnologico tale per cui ILVA magicamente passerebbe da fanalino di coda d’Europa, per impatto ambientale e tecnologia produttiva, a più avanzato stabilimento del continente. E tutto grazie ad un documento – ampliamento del precedente mediante cui non fu risolto nulla – che trasforma 462 prescrizioni in 94. Ma le altre 348 che fine hanno fatto? Nessuno sembra sapere nulla di preciso, al momento.

Ma in agosto questa era l’opinione che della nuova AIA aveva Erasmo Venosi, ex vicepresidente della commissione IPPC-AIA, rimosso al tempo del governo Berlusconi sempre per questioni aventi a che fare con Taranto, a suo dire. Da Savona news:

Erasmo Venosi, allora vice presidente della commissione Ippc-Aia, ricorda bene quei momenti. Venne rimosso assieme agli altri membri della commissione nel tur-over improvvisato ad hoc da Prestigiacomo. «Fu il primo provvedimento assunto dal governo Berlusconi, da agosto non abbiamo più operato». Perché vi fecero fuori? Cosa avvenne?

Facemmo ricorso al Tar e lo vincemmo. Ma poi il ministro Prestigiacomo si appellò al Consiglio di Stato che ribaltò il pronunciamento di primo grado. La motivazione ufficiale era che avevamo dato poche autorizzazioni. Ma avevamo concluso 74 istruttorie e insieme al ministero dell’Ambiente avevamo sottoscritto un accordo di programma affinché in 300 giorni fosse data l’Aia non solo all’Ilva ma a molti altri insediamenti industriali che gravano nell’area tarantina come la Cementir, la centrale termoelettrica Eni power e la raffineria dell’Eni. Pensi che Ilva, contrariamente a quanto viene detto, avrebbe dovuto avere l’Aia al massimo nel 2004, e non certamente nell’agosto 2011, perché la direttiva 61 del 1996 fu recepita parzialmente col decreto legislativo 372 del 1999. E a inquinare, a Taranto, non c’è solo l’Ilva, anche se è il maggiore emettitore. Le Aia però andrebbero date contemporaneamente, se si vuole sanare la situazione.

Dimissionandovi hanno rallentato l’iter?

Racconto solo i fatti: a fare l’analisi dell’impianto, a decidere come procedere e quali prescrizioni porre non è l’intera commissione Aia ma un gruppo tecnico composto da 5 persone. Noi eravamo tutti tecnici altamente specializzati, ingegneri, medici, chimici. E invece il gruppo che dovrà dare la prossima autorizzazione è composto da due ingegneri, un geologo e due magistrati: Umberto Realfonso e Stefano Castiglione. E non sono due magistrati qualunque, ma membri della Terza sezione del Tar del Lazio, quella che per competenza si esprime proprio sui ricorsi per le Aia concesse dal ministero. Ecco come si rilasciano le autorizzazione per il più grande impianto siderurgico d’Europa. È evidente anche che c’è una palese, flagrante, inadempienza del nostro legislatore nell’emettere i decreti attuativi sulle Bat, le migliori tecnologie possibili compatibilmente con la disponibilità economica dell’impresa. Il 30 marzo scorso la Corte di giustizia di Strasburgo ha condannato l’Italia per inadempienza della direttiva Ippc del 1996.

Il ministro Clini ha annunciato una nuova Aia che recepisca le ultime raccomandazioni della Commissione Ue…

Mi permetto di dire che quella venduta da Clini a Taranto è una patacca. Dire che ci sarà una nuova Aia entro il 30 settembre è una cosa che non sta in piedi: vuol dire fare solo una rilettura del vecchio decreto ministeriale e niente altro, e quindi prescindere dalle risultanze della perizia della Gip. Per aprire una nuova istruttoria, invece, ci vuole tempo. Poi bisogna anche produrre le linee guida di recepimento delle Bat pubblicate dalla Commissione Ue, e per questo è necessario insediare una commissione interministeriale e produrre un decreto di recepimento della direttiva sull’Aia. Alcuni passaggi sono già stati compiuti, altri no. Delle linee guida io non ho notizia.

Abbiamo letto bene? La concessione AIA 2012, fatta in 40 giorni, l’hanno realizzata due magistrati del TAR, quelli che in teoria dovrebbero giudicarla in secondo grado, laddove fosse impugnata? Beh, non male davvero…

Consoliamoci nel frattempo con quel che ci raccontava in merito l’avvocato Bovino:

L’AIA dell’ILVA di Taranto: salute e ambiente da un lato, lavoro dall’altro

Le prescrizioni contenute nella nuova AIA sono operative già dal 27 ottobre 2012.

Come è noto, l’autorizzazione integrata ambientale (AIA) è il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni, che devono garantire la conformità ai requisiti di cui alla Parte Seconda del TUA (che ha recepito sul punto la direttiva comunitaria 2008/1/CE sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento, c.d. IPPC).

Il nuovo provvedimento – come ha precedentemente spiegato il Ministro Clini – ha innanzitutto dalla sua l’estrema celerità con la quale è stato approntato: 40 giorni a fronte dei 5 anni che avevano portato alla precedente AIA del 2011 caratterizzata – si legge sul sito del MATTM – da “conclusioni contraddittorie e poco efficaci per la protezione dell’ambiente e della salute” (comunicato stampa del 10 ottobre 2012): questa nuova AIA conterrebbe, invece “misure immediate e interventi da completare entro tre anni che determinano da subito riduzioni drastiche delle emissioni inquinanti. Indicazioni molto più rigide, cogenti e incisive sotto il profilo della tutela dell’ambiente e della salute pubblica, rispetto alle 462 prescrizioni dell’Aia del 4 agosto 2011, che era stata accolta senza obiezioni da chi oggi critica il nostro lavoro”.

L’AIA stabilisce una sorta di road-map delle misure da adottare entro tre mesi e dei successivi interventi da completare entro il 2014.

Le prescrizioni

Sommariamente, tali prescrizioni, nel tracciare i limiti entro cui gli impianti dello stabilimento di Taranto può operare, prevedono interventi strutturali calcolati da qualcuno in 10 miliardi di euro e cioè:

– l’esercizio dell’impianto nel rispetto delle prescrizioni e dei valori limite di emissione prescritti, oltre che nel rispetto della normativa vigente (salute, sicurezza dei luoghi di lavoro, tutela ambientale e sanitaria);

– trasmissione trimestrale all’Ente di controllo di una relazione sull’avanzamento dei lavori;

– la presentazione di un progetto di copertura ed impermeabilizzazione completa dei parchi primari entro sei mesi;

– la presentazione, entro tre mesi, di un piano contenente le misure di salvaguardia ambientale da intraprendere in conseguenza dell’acclarata cessata attività dell’AFO3 (l’altoforno già spento);

– stop e rifacimento dell’altoforno AFO1, dismissione dell’AFO3 perché non autorizzato all’esercizio, adeguamento degli altoforni AFO2 e AFO4, spegnimento e rifacimento dell’Altoforno AFO5 (il “forno” più importante ed energivoro dell’intero impianto) entro il 30 giugno 2014;

– la riduzione della produzione annuale a 8 milioni di tonnellate di acciaio a fronte della produzione attuale di circa 11,3 milioni di tonnellate (l’AIA del 2011 permetteva una produzione che poteva arrivare sino a 15 milioni di tonnellate annue);

– la comunicazione, entro trenta giorni, di un piano di ripristino ambientale relativo ai rifiuti contenenti zolfo;

– entro sei mesi, un crono programma dettagliato delle misure già intraprese e di quelle future da intraprendere a seguito della cessazione di talune delle attività dello stabilimento;

– uno studio sul convogliamento delle emissioni diffuse, non ancora convogliate;

– la copertura completa dei nastri trasportatori;

– il monitoraggio di tutti i punti di emissione;

– il divieto dell’uso di pet coke, la riduzione della giacenza media del 30% e l’arretramento dei cumuli di circa 80 metri, e nei windy days (giorni ventosi) l’abbassamento del 10% delle operazioni.

Viene rimessa a successivi provvedimenti del MATTM la disciplina dei seguenti aspetti:

– entro il 31 gennaio 2013, le discariche interne, gestione dei materiali, sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico.

– entro il 31 maggio 2013, le restanti aree ed attività dello stabilimento non considerate, nonché il sistema di gestione ambientale e la gestione energetica.

L’anticipo delle BAT

Il provvedimento – e questo è uno degli aspetti più innovativi – prevede l’applicazione anticipata al 2012 delle prescrizioni europee (in vigore dal 2016) per l’impiego delle migliori tecniche disponibili (MTD, in inglese, BAT, best available technologies) contenute nella decisione 2012/135/UE, in materia di produzione di ferro e acciaio, decisione che, sotto tale profilo, attua la direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali degli impianti ad alto potenziale inquinante (cioè la “direttiva IED”, che ha integrato la direttiva 2008/1/CE, detta “direttiva IPPC”, e sei altre direttive in una sola direttiva sulle emissioni industriali).

L’Autorizzazione recepisce, anche, le prescrizioni della Regione Puglia in applicazione delle leggi regionali per la regolazione delle emissioni di diossine e furani, il contenimento dell’inquinamento da benzo(a)pirene, e la tutela della salute nelle aree pugliesi già dichiarate a elevato rischio ambientale.

Peraltro, anche le raccomandazioni del Ministero della Salute – elaborate sulla base dell’aggiornamento dei epidemiologici, nonché della proposta del medesimo Ministero per l’istituzione a Taranto di un “Osservatorio e sistema di monitoraggio sanitario” – sono state tenute in debito conto, assicura il MATTM, in sede di redazione delle prescrizioni.

Le critiche dei Verdi

Nonostante i rilevanti interventi richiesti dal provvedimento, Angelo Bonelli, leader dei Verdi e consigliere comunale a Taranto, ritiene che il provvedimento consenta all’ILVA di mantenere inalterata l’attuale attività produttiva senza recepire le prescrizioni dei magistrati che hanno portato al sequestro dell’area a caldo del Polo siderurgico.

Lo stesso Bonelli, peraltro, ritiene di aver individuato nel ddl Semplificazioni-bis una norma da lui battezzata “salva ILVA”. Si tratterebbe dell’art. 20 (Procedura semplificata per le operazioni di bonifica o di messa in sicurezza), comma 1, lettera c, punto 3 della bozza di provvedimento, che introdurrebbe delle modifiche dell’art. 242 TUA, previa aggiunta, in questo caso del comma 13-bis.

Invero, nella Relazione illustrativa del provvedimento, non viene fatto riferimento a tale disposizione che, a leggere direttamente il testo del ddl, consentirebbe di realizzare, “Nei siti contaminati, in attesa degli interventi di bonifica e di riparazione del danno ambientale,” (e quindi anche nell’aerea contaminata dell’ILVA) “tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di infrastrutturazione primaria e secondaria, nonché quelli richiesti dalla necessità di adeguamento a norme di sicurezza, e più in generale tutti gli altri interventi di gestione degli impianti e del sito funzionali e utili all’operatività degli impianti produttivi ed allo sviluppo della produzione. La realizzazione di tali interventi deve essere preventivamente comunicata all’autorità titolare del procedimento di bonifica al fine di verificare che tali interventi non pregiudichino in alcun modo gli obiettivi di tutela sanitaria e di riparazione delle acque”. Una deroga che secondo Bonelli altro non è che una norma “ad aziendam”, volta a favorire la continuazione dell’attività produttiva anche a discapito della salute e dell’ambiente.

Al di là delle critiche dei verdi, i pregi della nuova AIA sarebbero:

  • Esser venuta alla luce in soli 40 giorni (quando nell’audizione parlamentare Corrado Clini, come avete letto, sosteneva che i 4 anni e mezzo di istruttoria fossero giustificati dalla estrema complessità dello stabilimento e delle prescrizioni – ora, o le cose non son complesse e quello fu un colpevolissimo ritardo a favore dell’ILVA, oppure lo sono e la nuova AIA è molto approssimativa)
  • Contenere l’adozione di nuove tecnologie, le migliori (BAT), di modo da accedere ai finanziamenti europei
  • Inglobare le prescrizioni della Regione Puglia
  • tenere conto delle prescrizioni dei magistrati (più volte ripetuto dal ministro)

Bene, al di là di tali roboanti qualità – in specie dell’ultima (esattamente antitetica a quanto dichiarato dal Venosi, mai smentito) – dal testo dell’avvocato emerge che quel che si richiede ad ILVA nella nuova AIA, sostanzialmente, presentare una grande quantità di piani per le più disparate emergenze:

  • trasmissione trimestrale all’Ente di controllo di una relazione sull’avanzamento dei lavori;
  • la presentazione di un progetto di copertura ed impermeabilizzazione completa dei parchi primari entro sei mesi
  • la presentazione, entro tre mesi, di un piano contenente le misure di salvaguardia ambientale da intraprendere in conseguenza dell’acclarata cessata attività dell’AFO3 (l’altoforno già spento)
  • la comunicazione, entro trenta giorni, di un piano di ripristino ambientale relativo ai rifiuti contenenti zolfo
  • entro sei mesi, un crono programma dettagliato delle misure già intraprese e di quelle future da intraprendere a seguito della cessazione di talune delle attività dello stabilimento
  • uno studio sul convogliamento delle emissioni diffuse, non ancora convogliate

Immaginiamo, pertanto, che delle 62 prescrizioni adempiute su 94, quasi tutte siano fatte di carta, come del resto l’AIA che le richiede. Carta chiama carta, cane non mangia cane.

Ma in tanta carta di produzione ILVA, c’era anche spazio per la carta di produzione ministeriale:

Veniva rimessa a successivi provvedimenti del MATTM la disciplina dei seguenti aspetti:

  • entro il 31 gennaio 2013, le discariche interne, gestione dei materiali, sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico.
  • entro il 31 maggio 2013, le restanti aree ed attività dello stabilimento non considerate, nonché il sistema di gestione ambientale e la gestione energetica.

Il MATTM essendo l’acronimo del Ministero per l’ambiente.

A tutt’oggi non risulta, almeno a Theleme, che fine abbia fatto nemmeno la disciplina delle discariche interne, delle acque, dei sottoprodotti a cui è dedicata buona parte della relazione della dottoressa Spartera, da noi pubblicata. Uno degli aspetti chiave dell’inquinamento ambientale e sanitario ILVA.

Se qualche lettore ne avesse notizia, lo preghiamo di completare il quadro. Pare però che la questione stia per riprendere grande vigore, se non altro investigativo, proprio in questi giorni.

Non credo vi sia bisogno di altre parole. Altrettanto non esiste alcuna serietà nella supposta azione bonificatrice, né nell’assicurare che lo stabilimento proseguirà con la produzione, né sul saldo del dovuto alle imprese dell’indotto, sufficientemente disperate da immolarsi alla ragion di Stato, che le ha già sacrificate ed ancor più lo farà nel futuro prossimo.

Il suggerimento di Theleme è che non mette più conto d’ascoltare dei saltimbanchi per nulla divertenti: “si salvi chi può”, la parola del primo dei ministri italiani vale ormai come quella dell’ultimo dei magliari.

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4 commenti su “Redde rationem (inutile) sulle prescrizioni AIA: All’ILVA carta canta, ma non suona mai.

  1. […] anche solo addentrarsi nella labirintica vicenda delle prescrizioni AIA avrebbe sorprese amare (qui il link dedicato). Tutto per produrre senza poi poter […]

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  2. […] volesse approfondire la grama storia delle varie AIA, la troverà qui. Comunque, vedete, tutto dipende dall’aggiudicatario – come prima dai soldi svizzeri. […]

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  3. […] Siamo capaci di stravolgere completamente il diritto, dalla Costituzione all’atto amministrativo, pur di non cedere di fronte alla Storia, alla tecnologia, alla geopolitica, all’economia. […]

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  4. […] non citare qui un recente articolo (da CosmopolisMedia) della nostra vecchia conoscenza Erasmo Venosi (chapeau!), che corrobora ulteriormente la […]

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