La Corea del Nord ‘is begging for war’, yes. Ma quanta farina è del sacco cinese?

north-korea-war-phone-call-china-trump-donald-usa-kim-jong-un-

Per l’ambasciatrice americana all’ONU, Kim starebbe ‘mendicando una guerra’ dagli Stati Uniti.

I motivi che inducono a crederlo assai probabile. Le dichiarazioni illuminanti di Kim Jong – un.

Il vero obiettivo – dei cinesi e poi dei coreani – è l’amministrazione Trump e la sua politica.

Un violento scontro, commerciale e/o militare, è ai blocchi di partenza. Da Nagasaki a Tripoli, non c’è spazio per esercizi retorici.

 

Giorni fa una frase dell’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley (scelta da Trump ), ha destato grande scalpore:

Kim starebbe ‘mendicando una guerra’ dagli Stati Uniti, la cui ‘pazienza non è illimitata’. La risposta della Corea del Nord è stata furibonda – anche peggio del solito – giungendo a definire la Haley quale ‘prostituta che fa frusciare la sua gonna‘. Forse è stato toccato un nervo scoperto, le cui terminazioni abbiamo tentato di esaminare in dettaglio nel lungo post precedente, dedicato alla questione coreana, ripreso in bell’evidenza anche dalla carta stampata, grazie ad un articolo di Paolo Becchi su libero. Un’interessante inversione del rapporto usuale di citazione, fra media ufficiali e blog.

Becchi libero 1 - theleme

La novità è che alcune recentissime dichiarazioni sembrano confermare sia la conclusione dell’ambasciatrice che l’ipotesi per cui dietro alla posizione di Kim Jong Un, quantomai aggressiva, vi sia un interesse prevalentemente cinese a mettere KO l’amministrazione Trump, nettamente avversa – sin dalla campagna elettorale – alle mire di grande potenza di Pechino, prima commerciali e poi militari. Costringendo il Presidente americano ad un imbarazzante accettazione dello status di potenza nucleare ‘pirata’ della Corea del Nord, ottenuto nonostante la manifesta opposizione di Washington. Evento quantomai preoccupante per i suoi alleati e lontanissimo dal ‘Make America Great Again’. Oppure, per evitarlo in extremis, ad ingaggiar guerra in condizioni strategiche e tattiche assai ardue, soprattutto a causa dei tragici danni collaterali che ne deriverebbero. In ambedue i casi, la posizione di Donald Trump in patria ne verrebbe travolta. In quanto ‘inetto e fanfarone’ o, all’opposto, ‘dittatore guerrafondaio, massacratore di amici e nemici’.

E’ nuovamente la logica ad aiutarci. Kim afferma oggi di perseguire una politica di ‘equilibrio militare’ con gli USA, mediante cui evitare ogni rischio di attacco e sovversione del suo stato comunista. Per ottenerla necessita di missili balistici intercontinentali armati con Bomba H. Se ne deduce, certamente, quanto faccia gioco al regime di Pyongyang che gli USA e tutto il Mondo ritengano il suo esercito già dotato di simili potenzialità. Da qui l’ultimo test atomico, accreditato anche dai militari americani come probabile dimostrazione di possedere la Bomba H, ben più perniciosa della precedente. Da qui le immagini di una bomba debitamente miniaturizzata per divenire ogiva missilistica. Da qui i lanci di vettori a lunghissima gittata, ultimo dei quali due giorni fa. La somma di queste tre evoluzioni (più altri upgrading cui abbiamo accennato nel post precedente) renderebbe di fatto Pyongyang una potenza nucleare alla stregua delle altre già esistenti. Virtualmente inattaccabile. Esistono in realtà numerosi dubbi, al riguardo. Anzi, in verità, pare certo che le tre componenti essenziali non siano state sommate in modo credibile ed operativo. E’ la stessa Nikki Haley a dirlo apertamente. Ma sembra altrettanto certo che manchi poco a tale nefasto giorno.

mini bomb kim

La bomba miniaturizzata di Kim

Perchè, quindi, un comunicato ufficiale coreano ammette implicitamente che il traguardo è a portata di mano, ma non ancora raggiunto? Leggiamo infatti che lo scopo di Kim sarebbe proprio raggiungerlo, questo ‘equilibrio’. Ovvero, il nuovo lancio sopra il Giappone avrebbe ulteriormente contribuito al risultato, da perseguirsi nonostante ogni possibile sanzione economica da parte USA o anche ONU. Ciò conferma, in sostanza, come l’agognato ICBM nucleare ancora non sia nelle mani del regime. Nell’interpretare una simile affermazione, le possibilità si riducono essenzialmente a tre:

  • La Corea del Nord ha raggiunto davvero il suo obiettivo e mente per indurre gli USA a cascare in una trappola, da cui dovrebbero addirittura uscire sconfitti. Ma la prima in trappola sarebbe certo la Corea del Nord. A fronte di razzi appena testati, con rating bassi di efficienza e una tecnologia nucleare di nuovissimo conio oltre a infiniti altri limiti militari, c’è infatti la maggiore potenza mondiale, con una capacità di fuoco – nucleare e convenzionale – mille volte superiore e infinitamente più collaudata. Gli USA potrebbero forse perdere una città e milioni di abitanti, idem la Corea, potrebbe forse innescarsi una guerra mondiale ultimativa per la specie umana… ma i primi a sparire dal Globo sarebbero gli abitanti della Corea del Nord. Ora, a meno di presumere che lo scopo finale della ‘filosofia juche’ dei dittatori coreani sia l’autodistruzione propria e della specie – il che pare davvero antietologico – tale ipotesi va accantonata.
  • La Corea del Nord ha in effetti necessità di altro tempo, non troppo ma comunque altro tempo, per arrivare all’equilibrio che desidera. In tal caso, le fa gioco che la si ritenga capace di ciò di cui al momento non è ancora capace. O quantomeno che se ne abbia serio dubbio. Il che, considerate le terribili conseguenze, è un enorme limite all’azione preventiva. Dovrebbe proseguire quindi nella tradizionale politica del mostrare quel che le conviene, del suggestionare con esibizioni di potenza, nell’avanzare per poi arretrare, al fine di lucrare ulteriori mesi o anni di indecisione, preziosissimi sino all’effettivo conseguimento del goal. Invece non cessa di alzare la tensione e si spinge a descrivere a quale fase del suo progetto è giunta. Una notevolissima incongruenza, che rende incomprensibile mezzi, finalità e comunicazione.
  • La Corea del Nord, dipendente dalla Cina in ogni settore nevralgico della sua esistenza – dai viveri al carburante – ha la finalità di indurre gli Stati Uniti a scegliere fra mollare la politica globale di predominio o imbarcarsi in una guerra scomodissima. La seconda alternativa non possiede alcun vantaggio per Kim, destinato a morte certa (salvo patti segreti con Pechino) insieme a moltissimi concittadini. Ma ne possiede per la Cina. Che potrebbe costringere Trump al ritiro o all’angolino. E con lui tutta la politica che s’accinge a portare avanti, una politica da cui Pechino non si potrebbe risollevare facilmente, per lunghi decenni (come abbiamo ampiamente illustrato nel post precedente). In più, in caso di conflitto, Pechino godrebbe di una chiara dimostrazione dei punti di forza e di debolezza delle truppe americane, utilissima ai fini dello spionaggio militare e della valutazione di scenari futuri, senza pagarne il salatissimo prezzo. Questo spiegherebbe le continue provocazioni, l’accettazione del suicidio militare come possibilità, l’ammissione implicita del non aver ancora ultimato il percorso.
missile launch Kim

Hwasong 12, l’ultimo test. Il lancio da piattaforma mobile è di per sè un ulteriore upgrading

A lume di ragione, pare solo quest’ultima ipotesi avere il pregio della congruenza. Non dimentichiamo che tali e tanti dubbi erano stati sollevati sulla fattibilità stessa di un intervento da indurre il Consigliere alla sicurezza McMaster a dover ribadire che ‘esiste eccome un’opzione militare contro la Corea del Nord’. Gli ultimi comunicati di Kim Jong Un, insomma, accreditano l’ipotesi che la sua politica non sia più il mordi e fuggi di un tempo, allo scopo di giungere vivo e vegeto ‘all’assicurazione sulla vita’. E’ un gioco molto diverso. Anzi, è un gioco altrui. E la faccenda sembra chiara alla controparte: Trump ha infatti più volte chiarito che non si fermerà certo al successo – più diplomatico che sostanziale – ottenuto all’ONU. Ovvero le recenti sanzioni – comunque forti – contro cui non s’è levato veto, nè russo nè cinese, nonostante le dichiarazioni immediatamente precedenti al voto. Ma ascoltare il segretario al Tesoro americano lo chiarirà ancora meglio. Per Mnuchin, l’amministrazione Trump è già pronta a minimizzare il commercio con la Cina, se questa non usa tutta la forza che ha per annullare la minaccia alla sicurezza degli USA e del Mondo. Onestamente, non si vede nemmeno la ragione per cui la totalità dei ministri di Trump dovrebbe continuamente affermare, con fermezza, quel che invece non sarebbe disposta a fare, come in molti casi, ma senza molti argomenti, si va sostenendo da mesi. Altrettanto dicasi di esponenti dell’esercito, giunti ormai ad un elevato dettaglio durante le interviste concesse sul tema della possibile guerra. Si parla apertamente di vittime, aerei adatti, tipologia di bombardamenti necessaria per mettere fuori uso l’antiquata ma massiva artiglieria pesante nordcoreana, precise indicazioni sulla volontà di assassinare tutta la dirigenza e via discorrendo.

Il Mondo può in breve lecitamente attendersi un pesantissimo conflitto, commerciale o militare. Oppure – nell’ordine indicato – ambedue. Ad ulteriore conferma segnaliamo dei primi abbozzi di ‘reazione’ cinese all’appoggio dato a Trump dai Paesi dell’Unione Europea, che indicano già la via dello scontro commerciale. La costatazione per cui, sinora, nè la Corea del Nord nè la Cina sembrano rinunciare all’azzardo, induce a considerare unica alternativa al drammatico scenario prefigurato quella per cui gli Stati Uniti si ritirino sconfitti e con la coda fra le gambe, senza nemmeno provare ad usare gli straordinari mezzi, economici, diplomatici, finanziari, militari, che tutti sappiamo essere nelle loro mani. Ma trattasi di esercizio retorico, tentato con poco o nessun riscontro in ogni parte del mondo, da almeno 70 anni. Specie fra socialcattolici italiani, nazionalisti francesi, sciiti, russi. (sino ai nuovi patti), libici, iracheni, comunisti sopravvissuti a loro stessi e via discorrendo. La Storia ha invece già amaramente insegnato quanto doveva, da Nagasaki a Sirte.

 

Un commento su “La Corea del Nord ‘is begging for war’, yes. Ma quanta farina è del sacco cinese?

  1. […] Prosegue in La Corea del Nord ‘is begging for war’, yes. Ma quanta farina è del sacco cinese?…  […]

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...