la Cina cala il suo asso: Kim di Corea. Ma Trump è di casa a Las Vegas…

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Kim Jong – Un, il (semi)nuovo spauracchio. Come è giunto là dove è.

Perchè fa più paura di Saddam e di Gheddafi. Gli ‘errori’ dei Clinton.

L’asse internazionale antiamericano.

Che vuole da noi, Kim? Cerchiamo la risposta, non scontata, fra i suoi amici, nemici e neutrali.

Il bandolo della Matassa. Il colosso d’argilla ha fifa di Trump?

Lo scenario bellico. Mors tua, vita mea. L’illusione positivista.

L’Occidente si ricompatta, ora l’analisi è completa: i finali possibili.

Kim Jong – Un è figlio d’arte, discendente di una genia di dittatori come solo l’oriente ha saputo regalare al mondo. Si trova ancora dove è a causa della seclusività assoluta della Corea del Nord, certo. Ma soprattutto per una concatenazione favorevole di dinamiche geopolitiche originatesi fra la decolonializzazione e la guerra fredda.

La geopolitica che partorì  Kim

Il celebre nonno è stato uno dei tanti arruolati nella ‘legione straniera’ dell’allora impero sovietico, adeguatamente ideologizzato e messo a capo di una forza locale comunista il cui scopo era impadronirsi della Corea, dopo la sconfitta giapponese. Come in ogni altro luogo del pianeta, la cosa riuscì a metà. Infatti gli USA reagirono, vi fu una guerra e la penisola coreana rimase da allora spaccata in due Stati distinti. La non belligeranza deriva da un armistizio firmato nel 1953, cui mai fece seguito il trattato di pace. Da allora, il piccolo stato è stato giocato da Russia e Cina l’una contro l’altra, insieme contro gli USA o contro il Giappone e via discorrendo. E’ interessante notare come anche stati arcinemici abbiano in realtà concorso alla sopravvivenza della dinastia. Per fare un esempio, Tokio, se da un lato ha subito dalla Corea del Nord ogni possibile atto terroristico – dai rapimenti e sequestri di suoi cittadini a missili ad un palmo dal naso… e quindi non possa non vedere in esso una grande minaccia – dall’altro non ha mai davvero spinto per la sua dissoluzione, perchè timoroso le seguisse la riunificazione delle due coree. Tale da creare uno stato molto più vasto, forte e storicamente avverso agli interessi del Sol Levante. Alla Corea del Sud, se vogliamo essere onesti, non è stato peraltro consentito di intraprendere davvero un percorso di riunione. USA e Giappone hanno tramato lungamente per impedirlo. La cosa è palese, se si considerano alcuni eventi elettorali e politici, anche tragici, della storia recente.

Vedendo le cose da un altro lato, potremmo anche dire che i Nordcoreani son stati ben abili, intrecciando doppi e tripli giochi con tutti per rimanere indipendenti e proseguire nel (delirante) percorso culturale e politico inaugurato dal vecchio Kim Il Sung. Una commistione di comunismo e tradizionale autoritarismo, finanche religioso, di sicuro interesse per sociologi e storici e di altrettanto sicura sciagura per larga parte della popolazione, priva di libertà elementari e spesso anche di cibo. Da sempre è stato chiaro ai nordocoreani che la loro ‘indipendenza’ – relativa, come abbiamo visto e vedremo meglio – dipendesse si dall’utilità che ne rinvenivano le potenze maggiori, ma anche dal potenziale bellico a disposizione. La storia delle acquisizioni militari della Nord Corea è lunga e complessa… diciamo che il nocciolo è sempre quello originario lucrato dai russi, che però poi son stati soppiantati dai cinesi nell’influenza politica e quindi anche militare. Importantissimo l’asse con l’Iran, che dal Pakistan arriva sino in Siria. Una vera e propria joint venture, includente scambio di tecnici, capitali, armi. Dal sottomarino al missile balistico. Tale asse fa in realtà parte di una rete molto più vasta che si creò con la caduta del muro di Berlino (e poi la guerra in Iraq) ed il mondo unipolare che ne derivò. In orgine esso comprendeva un nocciolo duro asiatico, composto da Iran Russia e Cina (firmatari di patti segreti), a cui guardava con interesse attivo – ovvero coadiuvandolo – anche l’Unione Europea. Francia, Italia, Vaticano e Germania sono stati per anni molto più prossimi all’est che all’ovest. In seguito la Francia ha abbandonato questa traiettoria, così come la Russia. Restano Italia, Germania (e Vaticano), praticamente disarmati. Se ci fate caso, da loro non viene alcun appoggio alla linea di Trump [sono presenti però nel l’importante comunicato collettivo appena diramato, vedi in fondo]. Men che meno riguardo alla Corea, su cui non hanno alcuna voce in capitolo, nonostante penosi tentativi. Il discorso è molto lungo e complesso, ci porterebbe anche in Sud America e attraversa le guerre di Iraq, Libia e Siria. in cui Francia e Stati Uniti hanno truffato ed umilato Cina e Russia (recuperando poi con la seconda, ma mai con la prima). Non distinto da esso c’è la questione reale del ‘disimpegno’ delle amministrazioni Clinton ed Obama, mascherato da trattati – esattamente come avvenuto con l’Iran – che non sono mai stati rispettati. Dare la colpa a Donald Trump della crisi in corso è atto di grave disonestà intellettuale, in quanto essa è palese conseguenza di ‘errori’ del passato. Che forse non sono stati errori, se riflettiamo sul globalismo filocinese degli ultimi 20 anni e alcune notizie certe sui Clinton. Acclarato che solo una complessa ed oscura trama internazionale ha permesso ai dittatori della Corea del Nord – mai autosufficiente – di rimanere al potere ed anzi di minacciare sempre più i vicini, torniamo a Kim Jong Un. Egli può contare su di un arsenale arraffazonato e antiquato, ma attivabile, su di un esercito numeroso e malnutrito e sull’essere prossimo a possedere un missile balistico, intercontinentale o quasi, armabile con ogiva nucleare. Siamo quindi ben oltre la minaccia che un di rappresentarono Gheddafi e Saddam.

‘Prossimo’, il cuore del rompicapo militare

Ma attenzione a quel ‘prossimo’ perchè è il cuore del problema. La Francia è stata chiara. E’ molto vicino, ma al momento non ne dispone. Nel post precedente dedicato alla crisi si spiegava la connessa strategia, collaudata, di Kim. Compiere una serie di atti clamorosi, trattare per prendere tempo, riaccendere la miccia, rispegnerla. Nel frattempo mostrando al mondo i progressi militari, la sua ‘assicurazione sulla vita’. Sino a una settimana fa, nulla di troppo nuovo. Pressioni, sanzioni, sospetti, lanci, minacce di colpire il suolo americano, passi indietro… Di colpo accade invece quel che non era avvenuto prima. Il regime Nord coreano, dopo giorni di silenzio – e comunicazioni USA quasi irridenti – che avevano fatto credere probabile il rientro in fase di quiescenza, seguente all’esibizione del progresso militare secondo un’altalena ben nota da decenni, ha messo in atto alcune delle azioni più minacciose della sua storia. Lancio di missile – invero ad altissima quota – nei cieli del Giappone e detonazione di una bomba H, o supposta tale, progettata per essere veicolata da missile (o così viene detto).

Lo stesso presidente della Corea del Sud, eletto anche per il ‘pacifismo’ sempre mostrato (col retropensiero di riunire un giorno le due metà, senza passare per un conflitto), in più occasioni ha però tirato una linea rossa. Le reazioni di questi ultimi giorni indicano che essa è stata attraversata. Moon parla apertamente della ‘più forte punizione’ ed i suoi generali aggiungono:

non importa quando, dove e come il nemico ci provocherà, la nostra rappresaglia provocherà loro un’insormontabile timore e un profondo rimpianto

Anche il Giappone, che nel frattempo si sta riarmando, ha capito che la sua politica di antagonista a metà, per evitare una possibile riunificazione, potrebbe non esser più sostenibile. Il Generale Dunford, massimo esponente militare americano, ha detto chiaramente ai cinesi che è arrivato il tempo di immaginare una risistemazione dell’area, laddove si dovessero attivare le azioni militari da lui sottoposte a Donald Trump. La Russia, impegnata in una sorta di teatrino con gli USA – ampiamente dimostrato dai fatti di Siria e confermato dai recenti ‘scontri’ diplomatici, che si risolvono in parole – ha la necessità urgente di indebolire una crescita cinese che iniziava a farle Nord corea medagliepaura. E’ consapevole che la Cina e L’Iran, durante l’amministrazione Obama, avevano accarezzato l’idea di lascarla sola contro gli USA (vedi accordi sul nucleare con l’Iran e patti commerciali con la Cina, non a caso sponsorizzati dalla Gran Bretagna, acerrima nemica della Russia). E’ uscita dall’isolamento pericolosissimo in cui era finita grazie alle capacità militari, alla diplomazia ed all’elezione di Trump. Al quale ha dato, accortamente, una mano. Senza che in ciò si potrà mai reperire ragioni sufficienti ad un impeachment, come i mesi trascorsi dimostrano ampiamente. Chapeau. La sua occupazione della Crimea è indiscussa dagli USA, così come il ruolo di maggior azionista in Siria. Ricambia con la neutralità nel Sud Pacifico. Theresa May ha finalmente rotto gli indugi, dovuti proprio alle relazioni con la Cina, ed è intervenuta al fianco degli USA e del Giappone, lucrandone anche business (poco da dire, la patria di Francis Drake). La Francia si è infine aggiunta, dichiarando apertamente che Kim è ormai una minaccia militare diretta per l’Europa ed i suoi interessi, contro cui bisogna reagire. In questa situazione, che vuole quindi Kim? Perchè ha smesso di temporeggiare e sembra puntare, lui per primo, ad un conflitto? Tale conflitto, stante il quadro delineato, potrebbe mai essergli favorevole? Perchè tira così la corda quando è così vicino alla sua assicurazione atomica, da giocare al tavolo, non certo in guerra, con la massima Potenza mondiale? E’ davvero un folle al comando di un popolo di folli, come potrebbero indurci a credere foto come queste?

Hitler, Kim, Saddam e Gheddafi… (no, non è una barzelletta)

Non possiamo escluderlo. Ma nemmeno crederlo probabile. La Storia recente è ricca di dittatori persuasi che l’Occidente non avrebbe reagito, rammollito dagli agi e dal ‘pacifismo’ (che non a caso aveva in Stalin un grande sostenitore. In Occidente, si intende, mica a casa sua). Hitler, ad esempio, ma anche Saddam e Gheddafi. Solo che la Germania nazista era la Germania nazista, Saddam non aveva precedenti vicini nel tempo e Gheddafi credeva, sbagliando, che Italia, Germania, Cina e Russia l’avrebbero salvato. Kim non possiede alcuna di queste condizioni. Per di più è completamente dipendente dalla Cina, per la sopravvivenza quotidiana. Ha energia e cibo a sufficienza per pochi mesi. Una simile esposizione, senza il sostegno della Cina, è più che folle. E’ fuori dal mondo. Quindi è la Cina che, ancora oggi, gli regge bordone. Nemmeno Pechino vuole una riunificazione delle Coree, certo. E vorrebbe conservare questa pedina (in verità un po’ riottosa, non sono mancati scontri effettivi fra i due confinanti). Per di più, l‘escalation militare di Tokyo e Seoul, se potrebbe portare questi paesi ad un maggior livello di indipendenza da Washington – potrebbe, perchè ormai l’intreccio militare sociale economico con gli USA pare inscioglibile (questa è anche la forza del sistema occidentale, il benessere materiale diffuso) – ovvero ad una conseguenza desiderabile per il Celeste Impero, sicuramente riempirebbe l’area di armi ed eserciti molto più avanzati di quelli di cui la Cina dispone. Già Israele propone il suo ottimo Iron Dome… in ciò è difficile vedere un vantaggio di Pechino. Eppure il livello di provocazione di Kim mette a rischio tutti questi capisaldi, sicuramente. Qual’è quindi il bandolo della matassa?

Il bandolo è Donald Trump, al quale la seta non piace.

Secondo Theleme, è Donald Trump. Cerchiamo ora di spiegare perchè. I grandi progressi della Cina sono stati compiuti grazie al suo divenire la prima manifattura mondiale. Naturalmente, essa vende la stragrande maggioranza dei suoi prodotti sui mercati esteri principali, quello americano ed europeo. Ciò che la rende un gigante d’argilla è il non disporre di mercato interno, se non in minima parte. Su di un totale di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, solamente un paio di centinaia di milioni hanno un reddito parzialmente paragonabile a quello occidentale, intorno ai 7000 euro annui. Il resto del paese, residente in zone agricole, è ancora a livelli da terzo mondo. In assenza o drastica riduzione di scambio con l’estero, la Cina (a differenza di ogni nazione occidentale, che ha sia mercato che, volendo, produzione) riprecipiterebbe in una condizione simile a quella degli anni ’80. Con in più gravissime turbolenze interne, che potrebbero riattivare storiche rivalità. Non dimentichiamo che, a causa del controllo delle nascite, è anche un paese decisamente anziano, con ridotto ricambio generazionale e sclerotizzato da un mandarinato trasformatosi in burocrazia (post)comunista. E’ stato insomma il mondo della globalizzazione, cavalcata dai Clinton e da Obama, oltrechè dalla Unione Europea, a consentire gli impensabili progressi degli ultimi 20 anni. Ma alla guida degli USA oggi c’è Trump. Eletto in partenza con un programma elettorale protezionista ed, essenzialmente, anticinese. Nei punti programmatici c’è l’impegno – mostratosi più che reale – di limitare nettamente gli scambi commerciali e ripristinare numerose manifatture. Ricreando così, a suo dire, lavoro, difendendo al contempo produzioni strategiche. L’Unione Europea, dopo aver fatto orecchie da mercante, ha iniziato ad accodarsi. Partendo dall’acciaio per finire a imprese di grandi dimensioni e

rampini

Un saggio poco saggio, parrebbe

tecnologia. Ne deduciamo quanta poca simpatia possono avere i cinesi per The Donald, lanciati com’erano lungo la via della seta di cui l’italietta del PD doveva essere un caposaldo. Da qui le montagne di attività illecite dei cinesi, da Milano a Napoli, in una specie di regime di extraterritorialità. E non dimentichiamo nemmeno che i gesuiti di Papa Francesco  – Saverio 🙂 – sono stati il primo grande cuneo europeo nel Celeste impero. E quanto meglio sarebbero stati, tutti loro, se fosse stata eletta Hillary invece che il businessman cattivone. Contro cui, guardacaso, il Papa aveva scagliato, in piena campagna elettorale, una specie di anatema. Tagliando corto, se Donald Trump resta al suo posto, invece di aprirsi il ‘secolo cinese’ (nella visione poco lungimirante di Rampini) proseguirà l’attuale secolo americano. L’impeachment sembra ormai una speranza fallace, anzi, iniziano ad aver guai proprio quelli che lo stavano cavalcando. Cosa resta allora per tentare di eliminare l’intruso, evitando il rischio di finire nuovamente spezzettati nei famosi sette regni, serrati in una morsa che va dalla Corea del Sud all’Afghanistan, da Taiwan all’India, dalla Birmania al Giappone (tutti amici o per nulla avversari degli USA)? Forse non rimane che la carta Kim Jong Un, abilmente covata e curata per decenni. Indurre la Corea del Nord ad accellerare senza più fermarsi – contrariamente alla sua tradizione ‘corsara’ – provocando apertamente e incessantemente gli USA ed i suoi alleati di zona. Cercando, quindi, il conflitto. A questo punto Donald Trump avrebbe solo due opzioni:

  • Cedere al ricatto norcoreano, dimostrando agli stati vicini di non poterli proteggere. Autorizzando ogni nemico a considerare gli USA in difficoltà, nel ruolo di potenza egemone. Facendo proliferare il nucleare in tutto il Pacifico. Venendo meno immediatamente al MAGA, Make America Great Again. Ingigantendo la minaccia iraniana, che ha storici legami e scambi militari col regime coreano. Esponendosi alle conseguenze interne di tutto ciò: Paralisi dell’amministrazione (e naturalmente delle dure scelte commerciali in programma, dal Nafta alla Cina), scontri in Senato, collasso nelle elezioni di midterm.
  • Affrontare uno scenario di guerra ‘preventiva’, foriero di grandi incertezze e di un numero assai elevato di vittime, in Nord e Sud Corea. Ed anche in Giappone. Da qui l’inevitabile accusa di carnefice, guerrafondaio, cinico, folle, responsabile di immani catastrofi. In patria ed altrove. Un buon viatico alla caduta della sua amministrazione.

Questa ipotesi è la più credibile, quella di una mossa win – win di Pechino. Non dimentichiamo infatti che la Cina è praticamente l’unico partner della Corea del Nord. Quasi il 90% di quel che entra ed esce, incluso cibo e petrolio, arriva dalla sua frontiera. Se volesse potrebbe rapidamente ricondurre Kim alla ragione: non si fan guerre senza carburante e a digiuno. Al di là delle tante dichiarazioni ufficiali, questa leva non viene però tirata. Non si può non dedurne la naturale conseguenza: L’asso di picche Kim l’ha calato la Cina. Ma che carte hanno gli USA, anzi che carte ha in mano il Donald Trump di Las Vegas?

 

Lo scenario bellico

Iniziamo dallo scenario bellico. La potenza militare americana è formidabile. Esempi come quello della guerra in Iraq sono divenuti  l’incubo di tutti gli oppositori. Per qualità e quantità, non esiste confronto (In rete troverete un’enorme quatità di paccottiglia, specie in italiano, sull’argomento. Leggete il NB). Non a caso gli investimenti nel settore sono stati enormi e mai ridotti dalle varie amministrazioni. Numerose opzioni offensive USA non hanno alcuna possibilità di opposizione da parte della Corea del Nord. Idem se parliamo della Cina. A cominciare dalla tecnologia stealth di ultima generazione, del tutto inavvicinabile per i radar nemici. C’è da ricordare che la missilistica di Kim ha una resa bassissima (pochissimi razzi arrivano a bersaglio) e non dispone di sistemi di guida satellitare, rimanendo affidata a versioni sofisticate di giroscopi. Questo è – in parte – vero anche per la Cina stessa, che a tutt’oggi NON possiede un GPS globale (come quelli di USA, Russia ed UE), ma solo una versione locale non altrettanto precisa. In sostanza, una è cieca e l’altra è miope. Per quanto elementi di sorpresa asimmetrici possano non mancare – rilevantissimi gli ‘incidenti’ avvenuti di recente agli incrociatori USA muniti di Aegis, che hanno determinato lo stop delle operazioni navali USA in tutto il mondo, probabilmente determinati da attacchi informatici cinesi (nessuna fantascienza, il fatto che non ne abbiate sentito parlare non ha alcuna importanza, anzi accredita la gravità dei fatti, che per primo il vostro Abate aveva intuito già a giugno) – un vero game changer sarebbe un missile con ogiva nucleare. Esistono molti motivi per credere non sia attualmente in possesso del regime Nord Coreano. Difficilmente, inoltre, la Cina avrebbe fornito tale possibilità indipendente al suo ‘vassallo’, spesso infido. Anzi, seppur in un quadro generale di certo appoggio e strumentalizzazione, questa opzione missilistica nucleare potrebbe esserne al di fuori. Ragionando sulla possibilità ne disponga, per via autonoma, è molto più facile sia caricata su missili non intercontinentali, a corto raggio, perchè al di sotto dei 300 km di gittata non necessitano di fase esoatmosferica e quindi di speciali caratteristiche di resistenza all’attrito che si genera durante il rientro nell’atmosfera, necessario a centrare l’obiettivo. Ma con tale gittata è possibile colpire solo la Corea del Sud, quindi Seoul. E naturalmente subire tutte le conseguenze indirette del fall out di uno o più ordigni nucleari (Da leggere, tragicamente. Anche qui). A tal proposito, una delle ragioni reali – non menzionata da alcuno – del mancato abbattimento del missile lanciato sul Giappone (ad altezza notevolissima, spaziale, oltre 500 km) da parte dei sistemi antimissile americani e giapponesi – che ha fatto starnazzare al fallimento la solita platea ‘antimperialista’ – è stata sicuramente la volontà di controllare cosa sarebbe avvenuto in cielo e poi a terra. Per i più addentro, si tratta comunque di notevoli progressi tecnologici (ad esempio un tentativo di Post-Boost Vehicle) e di capacità letali sempre più alla portata, come dicono i francesi. Ma non ancora operative. A poco giovano, in questo senso, le esplosioni sotterranee: non consentono di stabilire se si tratti davvero di bomba H o meno e nemmeno se vengano ottenute con enormi quantità di esplosivo convenzionale o oppure con vero nucleare. basi usa a tiro

A queste condizioni, con l’appoggio ormai aperto degli alleati vicini – Giappone, Sud Corea – e lontani – Inghilterra, presente militarmente nello scenario con un incrociatore ed un sottomarino nuclerare, Francia e India – è assolutamente falso che l’opzione militare in Corea del Nord sia impossibile o intentabile, come già scrivemmo. Della Russia abbiamo già parlato. Qui aggiungiamo solamente che assisterebbe neutrale, preoccupata ma anche tanto interessata, ad uno scontro militare. Gli USA, infatti, potrebbero mostrare sul campo delle debolezze e dei punti deboli da capitalizzare, delle superarmi ignote da contrastare, delle defaillance buone per farli scendere un po’ dal piedistallo: stringere accordi segreti – peraltro dopo 70 anni di ostilità assoluta – non significa essere fratelli. Il generale Mattis, capo della Difesa USA, è stato comunque molto chiaro:

We are not looking to the total annihilation of a country, namely North Korea. But we have many options to do so. [non abbiamo l’intenzione di disintegrare completamente una nazione, segnatamente la Corea del Nord. Ma abbiamo molte opzioni per farlo]

Il Presidente Trump non è stato affatto da meno, per nulla:

‘se devono esserci migliaia di morti, meglio là che qua’.

Dovesse risultare che l’unico sistema di arrestare Kim dall’arrivare a poter minacciare direttamente il suolo degli Stati Uniti fosse la guerra, in questo momento lo scenario bellico offre possibilità molto migliori che nel prossimo futuro. Nonostante il sostegno cinese e l’appoggio iraniano, più volte ricordati in questo sito. Eppure è lo stesso Mattis ad aver affermato che gli USA non sono mai a corto di sistemi ‘diplomatici’. Ed è lo stesso Trump a mostrarcene oggi uno formidabile, direttamente su twitter.

Mors tua, vita mea

Alla luce di quanto osservato sui piedi d’argilla della Cina e sulla partnership vitale per la Corea del Nord, possiamo leggere nella sua pienezza la ‘diplomazia twitter’ di Trump (e naturalmente anche di Bannon, consigliere personale al di là di qualsiasi ruolo ufficiale):

donald stopping commerce

Già la replica di Assange, immediata e scomposta, da un’idea della serietà della posizione:

assange

Altrettanto seriamente la prende la Cina, che rischia di andare subito incontro a quel che voleva evitarsi nel futuro, dichiarando ingiusta ed inaccettabile la minaccia americana. Ed ancor più seriamente pare (da confermare) la prenda Narendra Modi, il presidente-padrone dell’India, alleato degli Stati Uniti. E’ stato di recente gratificato con degli elicotteri apache, che prima si sognava. E persino con una fabbrica in loco. L’ abbandono del Pakistan da parte di Washington lo ha consentito: oggi il Pakistan è molto vicino alla Cina e all’Iran. I conti quindi tornano.

modi

L’idea che economia e finanza abbiano eterna supremazia su politica e guerra è una pietosa credenza positivista fatta propria dal marxismo e da svariate scuole economiche successive. Ciò vale nella normalità dei casi, ma talvolta è necessario che le ultime due impediscano alle prime di compiere azioni che risultino infine di nocumento alla collettività da cui promanano, ed in ultima analisi a loro stesse. Facciamola breve: Nel secolo cinese, figlio della globalizzazione per come sinora vista, gli americani se la vedrebbero assai meno bene. E non solo loro, pensano i russi. In conclusione, Trump fa capire che è disposto a mettere in ginocchio la Cina – naturalmente con elevatissimi costi anche per gli USA, ma la posta è ancora più elevata – per indurla a fare lo stesso con la Corea del Nord. Parlare di debito pubblico in mano a Pechino, quando i cannoni sono là là per tuonare e si gioca a chi ce l’ha più grosso (credetemi, l’America), è esercizio di stile più adatto a tedeschi ed italiani che al resto del Mondo. Anche perchè il pacchetto maggiore del debito appartiene a giapponesi – che coincidenza – inglesi e alle sorprendenti Cayman. 

import expor Korea

Conclusioni

Che la situazione sia giunta sull’orlo del baratro, ovvero a pochi passi dalla decisione di un attacco su larga scala, lo dice un comunicato appena pervenuto. Porta la firma congiunta di Paolo Gentiloni, Justin Trudeau, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Shinzō Abe, Theresa May, Donald Trump, Jean-Claude Juncker, Donald Tusk. la UE e la Nato. Al probabile scopo di eliminare ogni aspettativa di poter lucrare su divisioni ed interessi contrapposti, tutto l’Occidente, o quasi, si mostra solidale con gli USA, scegliendo una nettezza senza precedenti: è facile immaginare che Cina e Corea del Nord dovranno tenerne debito conto, prima di proseguire con lanci, test o condanne di facciata.

“La Corea del Nord deve immediatamente” abbandonare “tutti i programmi nucleari e i programmi di missili balistici in una maniera che sia completa, verificabile e irreversibile”.

A termine di questa cospicua disamina, la cui mole è purtroppo determinata da quella del nodo gordiano in oggetto, possiamo quindi delineare 5 scenari, di cui solo due probabili e conseguenti a quanto la Storia e la cronaca ci insegnano:

  1. Gli USA abdicano dall’essere potenza dominante ed accettano, nel giro di un decennio, di essere soppiantati da un’insieme di altre potenze, più o meno grandi. Non intervengono in Corea del Nord, non fanno pressioni sulla Cina, lasciando che tutto il Pacifico diventi una polveriera – pensate solo alla posizione di una Taiwan che non possa più fidarsi degli USA, ma già imbottita di armi – e che l’Iran possieda ICBM e nucleare bellico – qui pensate ad Israele. Tutto per amor di pace. Per non correre rischi atomici di cui sono stati proprio loro gli apripista.
  2. Gli USA fanno pressioni economiche di massimo livello sulla Cina, spalleggiati dalle altre nazioni occidentali. Essa infine cede e riduce a ragione la Corea del Nord, smantellandone in modo verificabile la minaccia. In tempo utile, cioè ben poco.
  3. La Cina non cede nemmeno alla pressione estrema e quindi si intravede sullo sfondo una guerra mondiale. Considerato che l’opzione nucleare non è azionabile fra grandi potenze – ed in uno scenario simile Kim diviene irrilevante – rimarrebbe una guerra convenzionale. Dallo svolgimento prevedibile (rammentatevi dell’India, che rivuole il suo Nepal/Tibet, della attuale cintura anticinese, dell’arretratezza militare di Pechino e della carenza di energetici) ma inenarrabile.
  4. Gli USA decidono di attaccare improvvisamente Pyongyang. Con tutto quel che hanno a disposizione. Siamo alla ‘total annihilation’ di Mattis. Un massacro che nessuno si augura. Le altre potenze ripiombano in uno Stato di subalternità, come dopo la guerra in Iraq. Vittoria assai cruenta – e con perdite, morali e materiali – ma su tutti i fronti. In alternativa, dovesse incontrare difficoltà impreviste, si giungerebbe invece ad uno scenario di gravissima istabilità globale. Dagli esiti imprevedibili.
  5. Cina e Corea del Nord, di fronte all’impossibilità di scalzare Trump ed alla determinazione degli USA e degli alleati, fanno dietrofront. Trattano la smobilitazione nucleare e missilistica di Kim, che dovrà però essere completa, verificabile ed irreversibile – come da comunicato congiunto – cercando di limitare i danni futuri, infine integrandosi nella nuova ‘pax americana’ senza cercare più di vincere al tavolo da poker delle grandi potenze. Vittoria totale, senza compromessi, senza danni collaterali.

Nell’ordine, ritengo probabili la seconda e la quarta opzione. Possibile e soprattutto auspicabile la quinta. Poco probabile la terza. Impossibile la prima.

 

N.B. Grazie per l’attenzione. Poichè quasi nulla di quanto leggerete qui è noto ai lettori italiani, pur essendo largamente comprovato o quantomeno razionale, sarebbe opera meritoria farlo circolare per quel luogo di libertà e di sapere che sovente è il web. Pur tendendo a linkare fonti in lingua nazionale, in questo caso ne avrete trovate poche. Il livello dell’analisi geopolitica in italiano è infimo, con pochissime eccezioni poco pubblicizzate. E soprattutto manipolato ai fini preimpostati dalle nostre provinciali elites politiche, ammanigliate con i principali media. Dimostrazione ne siano l’elezione di Trump, Brexit ed infiniti altri casi meno noti che hanno messo alla berlina decine di imbonitori, spacciati per giornalisti, e le loro prezzolate e pensose previsioni. 

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5 commenti su “la Cina cala il suo asso: Kim di Corea. Ma Trump è di casa a Las Vegas…

  1. […] Una risposta parsami plausibile, molto articolata e corredata di fonti, la potete trovare in un sing… Al di là dell’approccio goliardico, molte questioni geopolitiche vengono li affrontate con serietà e competenza. L’autore si nasconde dietro un nome de plume inturbantato, ma poco conta. Contano gli scenari che prefigura e la logica che vi conduce. A partire dalla teoria per cui la Cina starebbe manovrando il regime nordcoreano allo scopo di mettere in crisi l’amministrazione Trump, sperando che The Donald venga confinato in un angolo. Spiego meglio. Il Presidente degli Stati Uniti è stato eletto in base a un programma nettamente anticinese: il nocciolo risiede nella politica commerciale. Gli Usa dovrebbero diminuire in modo consistente l’acquisto di merci e ricominciare a produrre da sé. Al fine di risolvere il problema della disoccupazione o sottoccupazione, che tanto ha pesato nelle recenti elezioni. Ed, in più, difendere manifatture essenziali per la difesa della supremazia Usa nel mondo, quali ad esempio l’acciaio. […]

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  2. […] è stato toccato un nervo scoperto, le cui terminazioni abbiamo tentato di esaminare in dettaglio nel lungo post precedente, dedicato alla questione coreana, ripreso in bell’evidenza anche dalla carta stampata, grazie ad un articolo di Paolo Becchi […]

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