L’ Aporia non è solo una farfalla: ancora una volta la Grecia è l’unica a sapersi descrivere

Un memorandum dei punti in gioco

Una vera aporia? L’unica chance… in cui poco crediamo.

Nei post precedenti dedicati alla crisi greco-comunitaria

abbiamo provato a delineare la condizione dei due contendenti, sottolineando quelli che ci paiono punti salienti del problema.
Adesso che il dunque è vicinissimo, pare cosa utile enuclearli sotto forma di breve elenco per punti. Se non altro a storica memoria, capace di contrapporsi, nel suo piccolo, allo sciaguratissimo tam tam di regime, sciorinato dai media nazionali:

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L’India diventa ultima grande speranza dell’Occidente – Commento e reblog

INDIAInteressante, come d’abitudine, questo post di Sgroi.
Che si occupa del subcontinente indiano.
Sono persuaso anche io, per una serie di ragioni strettamente intrecciate fra loro, che sia in effetti l’India una delle vere speranze del mondo, se non l’unica.
Oltre ad essere indiscutibilmente “madre patria ancestrale” di tutti gli occidentali, non fosse altro che linguisticamente (ma  la semiologia del XX secolo non ha fatto altro che dimostrare come facoltà intellettive, simboli e linguaggio si condizionino reciprocamente) e filosoficamente (è quasi noia rammentare Eraclito, Pitagora e Platone), essa è pure la più grande “democrazia” del pianeta.
Le virgolette sono d’obbligo, ma temo dovremmo usarle anche quando parliamo del nostro paese, singolarmente affine… ma sarebbe lungo qui dire esattamente perché.

Nonostante in India convivano pratiche risalenti all’età della pietra (quasi) con la missilistica futuribile e i “paria dei paria” con i più grandi scacchisti, o forse proprio a causa delle dinamiche innescate da un miscuglio così drammatico eppur fertile, i numeri del post a seguire ne confermano le prospettive dal punto di vista economico, più che positive.
Per qualunque occidentale abbia visitato sia India che Cina, infine – nonostante la prospettiva sia certamente parzialmente viziata in origine dalla somiglianza, nel primo caso, e dalla diversità nel secondo (quei famosi “muri di idee” di cui parlava il grande Fosco Maraini in “Paropapomiso”, costruiti dalla geografia che diviene genetica che diviene cultura, o viceversa) – appare evidente come la crescita cinese si fondi su di uno sviluppo “pilotato” dall’alto, all’apparenza più ordinato e continuo di quello indiano, ma in realtà ben poco diffuso e sentito, se non nelle sue conquiste materiali studiatamente riservate a pochi, quali storicamente e tipicamente la conoscenza stessa della lingua scritta.

Non ultima la notazione di carattere geopolitico per cui Delhi, dopo decenni di ostilità più o meno aperta, è finita per allearsi con Washington, in modo affidabile. Specialmente dopo l’indebolimento di Mosca, l’abbandono americano del Pakistan e la pressione del vicino cinese, assai aumentata. Lo spostamento di questa importantissima “torre”, per restare negli scacchi, – sul punto di acquistare top tecnologia aerea (Rafale) dai francesi -ha avuto conseguenze rilevantissime. Sempre da rammentare è il suo far parte del Commonwealth degli odiati/amati ex padroni inglesi.

Buona lettura.

The Walking Debt

La frana dei Brics, stremati dalla fragilità del loro successo, ha lasciato sul campo una pletora di illusioni perdute per l’Occidente che con troppa facilità, all’inizio del secolo, aveva contato sulla forza di queste economie.

Si pensava, e in qualche modo si pensa tuttora, che la fame di queste immense popolazioni avrebbe compensato la nostra sazietà, e che i loro sistemi produttivi, assai più economici dei nostri, avrebbero condotto al miracolo di costi di produzioni decrescenti a fronte di una domanda globale resa gagliarda dall’aumento dei loro redditi.

Tale utopia è stata nutrita, prima della crisi, da poderosi investimenti diretti esteri in queste località che, dopo la crisi, sono diventati investimenti di portafoglio e credito bancario, guidati da una cieca fame di rendimento, che ha finito con trasformare questi paesi in depositi di debiti.

Ora che i timori sulla fragilità di una ripresa che si…

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Marmaray: unire Europa e Asia, nonostante il Bosforo – Il quadro geopolitico

L’articolo seguente, di per sé stesso assai interessante per le notizie dettagliate che offre su di un’importante, innovativa infrastruttura a cavallo tra Asia ed Europa, è indice di una straordinaria fluidità nelle relazioni internazionali, che ricorda quelle dei momenti più turbolenti nella storia del mondo.
Inutile dire che il coinvolgimento nel grandioso progetto della nuova “via della seta” cinese , figlio della visione “imperiale” turca (che non va mai dimenticata), non è né può essere scevro di conseguenze geopolitiche ad ampio spettro.
La Turchia, sino ad oggi insostituibile bastione della politica statunitense nell’area, non essendo stata accolta per tempo nell’alveo europeo (come avrebbero voluto i lungimiranti radicali) si è ora alquanto autonomizzata da Washington e persegue con forza crescente una politica che le è tradizionale – lo vedemmo poco tempo fa – fatta di equilibrio e al tempo stesso di sobillazione fra le componenti disomogenee del mondo islamico, le cui divisioni sapientemente ha sfruttato per secoli, allo scopo di governare indisturbata (o quasi). In questo preceduta dall’impero bizantino, di cui non a caso è diretta erede.
Per tale ragione, pur mantenendo una posizione non del tutto antitetica a quella sciita iraniana (che considera la parte savafide del suo ex impero e mira a reintegrare in tale condizione), è dietro alla rete di vari servizi segreti che tengono in piedi ISIS, allo scopo di strumentalizzarne e finanziarne l’azione militare, rivolta al contenimento dell’espansione sciita (con la benevola neutralità di Israele, ricambiata), triplicata in seguito alla rimozione del baluardo Saddam Hussein. Come pure per schiacciare la presenza curda, eterna spina nel suo fianco.
Pertanto l’attuale politica degli Stati Uniti di (abbozzato) riavvicinamento all’Iran, soprattutto in senso di ammorbidimento (teorico) sul nucleare, non fa altro che avvicinarla progressivamente a quella che è già storicamente sua partner – con alti e bassi – ovvero la Cina. Non è solo colore ricordare che la più importante collezione mondiale di porcellane cinesi è al Topkapi.
Come potete leggere qui, le controversie territoriali sono state sanate e un nuovo clima si respira fra i due paesi. Altrettanto, ed è l’argomento dell’articolo a seguire, ragioni logistiche ed economiche risospingono Turchia e Cina verso un’ “entente cordiale” asiatica. Rammentare inoltre la matrice etnica comune fra Ottomani e Cinesi completa la scena.
Ma niente è così semplice… un riavvicinamento ancora più marcato potrebbe portare ad attriti cospicui fra Cina e Russia, di cui l’ex Sultanato è storico competitore. E certo non può essere indifferente ad Ankara il fatto che la Crimea, già teatro di celebri guerre proprio fra Ottomani e Zar, sia passata dalle mani ucraine a quelle ben più pericolose di Putin.
Se ricordate, ci siamo appena interessati dei rapporti russo-cinesi, in una fase di grande vicinanza, sebbene irta di ostacoli inevitabili: questo è proprio uno di quelli. Altrettanto, sull’altro versante, la Turchia (che ricordiamo essere Nato) potrebbe incrinare ancor più la sua intesa con gli Stati Uniti.
Inoltre e’ attualissima la notizia di forniture militari americane di armi ad Iraq, Arabia Saudita e Israele, in funzione anti iraniana… che fa seguito alla non partecipazione dei sauditi a recenti incontri negli USA ed alle vibranti proteste israeliane rappresentate alla Casa Bianca.
Questo pare essere il quadro in cui leggere della recente infrastrutturazione sottomarina di Istanbul e del corridoio di cui vorrebbe essere snodo fondamentale.
Un quadro che, pur nelle distinguibili linee di scontro e confronto fra due blocchi geopolitici tutto sommato ben delineati, presenta un altissimo livello di mutevolezza, di doppi e tripli giochi (Come a “Risiko“, ciascuno piazza il suo carroarmato solo dopo aver visto la scelta dell’altro. A turno). E quindi di intrinseca pericolosità: qualsiasi sbilanciamento improvviso, che portasse ad un riequilibrio sostanziale delle forze in campo (attualmente ancora molto sbilanciate, in specie militarmente), potrebbe nascondere paradossalmente il germe di un conflitto mondiale in campo aperto. Soprattutto costatato il decesso dell’ ONU, che con la Libia di Gheddafi ha espresso il canto del cigno.
Tornando all’articolo che segue, un’ultima notazione. Lo stress sul traffico su rotaia come sostituto di quello marittimo è eccessivo. Può risultare adeguato per speciali tipi di merci e parzialmente per la mobilità umana, ma certo non sostituirà mai l’economicità e la funzionalità, collaudata nei millenni, del commerciale marittimo. Ricordiamo che da Agosto il canale di Suez sarà in grado di far passare navi di grandi dimensioni, riducendo moltissimo i costi. Il che non è affatto poco. Tanto è vero che i primi ad esser interessati sono, di nuovo, i cinesi.

Buona lettura.

ANDREA TURI

Articolo pubblicato su IL CAFFE’ GEOPOLITICO

A Istanbul, la realizzazione del progetto Marmaray (‘Marmara’ come il nome del Mare che attraversa, ‘ray’, ferrovia in turco) ha unito due continenti divisi dalla natura, Europa e Asia

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Francia, come cambia la presenza militare in Africa

La Francia rialloca la propria presenza militare in Africa.

Una nuova “entente cordiale”, mentre l’Italia langue nell’assoluta irrilevanza.

La presenza della Francia nelle vicende africane ha una storia assai lunga e un’influenza che non accenna a diminuire.
Qui delineata per sommicapi, svela per contrasto al lettore l’ipocrisia tutta italiana del continuo riferirsi ad un ONU che, nella sua attuale conformazione, come altrove si è detto approfonditamente, pare purtroppo aver del tutto esaurito la sua funzione storica.
E al contempo racconta quanto sia importante possedere forze armate efficienti e capaci di proiezione ben al di là delle frontiere. E non solo stipendifici.
Infine, importante notare il buon livello di interazione fra forze armate americane, inglesi e francesi (vedi Gibuti), nell’intricata ragnatela del “continente nero”.
Una nuova “entente cordiale” atlantica, che si appresta al confronto con i suoi avversari, in Africa come nel mondo. Senza troppi peli sullo stomaco. Come presto vedremo.

Buona lettura.

AfroFocus

Con il lancio dell’operazione Barkhane nel Sahel nel 2014 e la creazione delle Forze francesi in Costa d’Avorio (Ffci), a gennaio, la Francia ha confermato la propria presenza militare in Africa, ma sembra aver spostato il suo baricentro verso la parte occidentale del continente.

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‘America’s Best Investment Ever,’ According to ‘Bowling Alone’ Author Robert Putnam

Di estremo interesse.

Tutto sommato un grande investimento in “capitale umano”, attraverso la formazione nella scuola primaria e secondaria, all’epoca lo facemmo anche noi, seppur in sedicesimi.

E’ l’oggi, è l’oggi che ci allontana assai dall’occidente.

Longreads

 America’s best investment ever, in the whole history of our country, was to invest in the public high school and secondary school at the beginning of the 20th century. It dramatically raised the growth rate of America because it was a huge investment in human capital. The best economic analyses now say that investment in the public high schools in 1910 accounted for all of the growth of the American economy between then and about 1970. That huge investment paid off for everybody. Everybody in America had a higher income.

Now, some rich farmer could have said, “Well, why should I be paying for those other kids to go to high school? My kids are already off in Chicago and I don’t care about [other kids].” But most people in America didn’t. This was not something hatched in Washington – small town people got together and said, “Look, we…

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