Quando il giornalismo non è propaganda: “L’assedio di Berlino” di Stefano Cingolani

L’assedio di Berlino, pubblicato su Il Foglio

La geopolitica, questa sconosciuta. Nell’Italia provinciale.

Il pezzo che leggerete a seguire è di una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. E non prestigiose per ragioni di notorietà mediatica, ormai più che agevole a realizzarsi (se “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole… e più non dimandar“). Anzi. Infatti non gode della fama di un Vespa, di un Lerner, di uno Zucconi. O, per restare nel settore della carta stampata, di uno Stella.

China-Germany-USA-flagsCerto, si occupa in genere di un argomento che il lettore italiano è storicamente poco preparato ad affrontare. Ovvero del resto del mondo. Un po’ perché l’Italia unita, a differenza degli stati preunitari, fu assai brevemente potenza coloniale e certo non ebbe respiro globale. Un po’ perché il regime clericalfascista, ma più spesso cattocomunista – che ci governa costantemente dal dopoguerra – non ha piacere che i cittadini si intendano di cose “più grandi di loro” e possano far raffronti. O persino avere metri utilizzabili per giudicare delle scelte globali dei loro “potentati” (autentica lesa maestà). Solo talvolta, e sempre a fini di piccole beghe interne, lo scenario internazionale appare alla ribalta, ma in forme del tutto ripiegate sulle esigenze della politica interna, narrazione operata da una pletora di media compiacenti, sempre fedeli al potere e mai al lettore.
Ad esempio, alzi la mano chi ha capito che ogni azione rivolta alla stipulazione di accordi stringenti sulla distribuzione dei cosiddetti “migranti” (fittizio cavallo di battaglia del governo Renzi) è completamente fallita. Non potendo essere altrimenti in un contesto europeo che su moltissimi campi sensibili decide solo all’unanimità. Politiche di immigrazione incluse. Ma tutti rammenterete le (tragiche) foto del bimbo annegato in mare, che Premier e tutti i media ci hanno mostrato. A loro detta, patente dimostrazione dell’abiezione della Comunità Europea, che andrebbe superata consentendo, anzi promuovendo, i flussi migratori da ogni paese meno fortunato. Come se lo scopo degli Stati fosse mai stato la carità o la beatificazione. E come se il 90% delle nazioni del pianeta non vivesse questa condizione.

Tornando a noi, Cingolani fa invece il lavoro del giornalista e non del propagandista. Ovvero aggiorna su quel che accade, tentando di districare maglie assai fitte e trame assai lasche, senza violentare le fonti e senza applicare teoremi precostituiti. Fornendo dati, nomi, cifre, deduzioni a sostegno del suo dire. Non slogan. Questo è il giornalismo che Theleme apprezza. Perché per suo tramite si può sviluppare un giudizio indipendente, senza esser dissennato, sulle tante forze in campo e sulle linee tendenziali di sviluppo: politiche, militari, finanziarie, economiche, sociali. Per poter essere cittadini consapevoli, almeno in parte, di questa Babele infinita che è il nuovo millennio.

Buona lettura.

P.s. In calce alla pagina online de ‘Il Foglio’ compare un mio breve commento nel merito.

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Wikileaks, una questione cruciale tutt’altro che datata…

Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola… La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità.

 J. Goebbels

Non parlarne più è un grande errore
Chelsie Manning in questi giorni ha ottenuto il permesso di utilizzare Twitter per comunicare, in qualche modo, col resto del mondo.
La notizia, alquanto singolare (considerata l’entità della condanna inflittagli), riporta un minimo all’attualità una delle più importanti vicende mediatiche del nuovo millennio. Wikileaks, appunto.
Questo è lo spunto per affrontare nuovamente una questione dalle enormi implicazioni che, come sempre in questo paese, preferiamo invece lasciar cadere, proseguendo imperturbabili nel nostro cammino a ritroso verso un nuovo medioevo.
Eppure tutto ciò ci riguarda assai da vicino.
Vari sono i problemi che Wikileaks pone sul campo, lasciando ben poco spazio di manovra per glissare o simulare. Ad esempio qui un ottimo pezzo di The Guardian sottolinea l’innovazione notevole nel rapporto fra giornalismo e dati.
Ma il rovello principale sollevato dai leaks è certamente quello del rapporto fra la gestione reale del potere negli stati democratici e l’immagine dei fini e delle motivazioni che invece viene comunicata alla pubblica opinione dei detti stati, in teoria unica detentrice della sovranità e quindi di quel medesimo potere.
Quando scrivo “pubblica opinione” intendo naturalmente la doxa parmenidea, l’opinione atecnica e superficiale del cittadino medio che ha altre occupazioni quotidiane ed altri interessi … è ovvio infatti come nessuno che abbia confidenza con la politica internazionale potrà mai essersi sorpreso a leggere che l’Afghanistan moderno esiste solo quale creazione della politica internazionale, che la Corea del Nord ha patti decennali con l’Iran, che gli States sono irritati dalla politica italiana del “ndo’ cojo cojo”, in mezzo ai loro acerrimi nemici…).

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