Il New York Times e la guerra mondiale per il monopolio delle fake news (I)

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Quattro righe (di quelle buone) sul giornalismo moderno, nato fra libertà borghesi e volontà di re e cardinali.

Quella crociata americana contro le #fakenews. Le maggioranze bulgare, a stelle e strisce. L’antesignano italiano.

Là elezioni, qui referendum: addio Novecento.

Il vero asset dei media ‘ufficiali’ è il monopolio sulle bufale?

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Quanti peccati, invece.

 

Quattro righe su giornalismo, società e potere

La storia del giornalismo moderno è ben nota. L’interesse galoppante per le notizie di carattere politico, cronachistico e commerciale, per millenni assai circoscritto – a causa del numero esiguo degli alfabetizzati e dei mezzi di diffusione (dal teatro dei tragici greci a Gutenberg) – è uno dei tratti distintivi di quel 1700 che, nelle comunità più progredite d’Europa, già apre la strada al secolo successivo, il secolo borghese del trionfo della tecnica. Il primo quotidiano, Einkommende Zeitungen, nasce nel 1660 a Lipsia, ma saranno Inghilterra e Francia e poi le nostrane Venezia Serenissima e Lombardia ad assistere all’ampliarsi e al risplendere delle fortune commerciali e industriali della borghesia, di pari passo con le botteghe del caffè, le smanie per la villeggiatura e audaci fogli d’informazione e critica, quali lo ‘Spectator’ e la singolare ‘Frusta Letteraria’. Il primo, celeberrimo, andò in stampa a Londra, addirittura nel 1711; il secondo un cinquantennio dopo, a Venezia. Non ci furono solo esempi di pubblicazioni ‘indipendenti’, e sovente censurate. La primogenitura – parliamo del 1631 – spetta anzi ad un giornale (ex settimanale) chiamato ‘la Gazzette de Paris’, di promanazione cortigiana e reale. Fortemente voluto da Richelieu (il quale, come capitava spesso, aveva capito già tutto), propagandava gli argomenti che più stavano a cuore alla corte di Luigi XIII e alle successive.

Magari dimenticandosi di fatti d’una restif de la bretonnecerta rilevanza, come una certa ‘Presa della Bastiglia’. Di quella si occupò molto meglio l’irregolare ed immorale ‘giornalista d’inchiesta’ ante litteram Restif de la Bretonne (nell’incisione): amando troppo i piedi delle donne per divenir prete, finì per arrabattarsi negli anni tumultuosi e pericolosissimi della Rivoluzione Francese. Le vie dell’informazione sono – e devono essere – infinite. Inutile dire che Restif fu accusato spesso di bufale (talvolta a ragione, a quanto pare), inizialmente dai realisti e poi dai rivoluzionari… ma non precorriamo i tempi. Quel che conta è aver dimostrato quanto, nel riportare le notizie e nel diffonderle, si combatta un’incessante lotta in cui il ‘potere costituito’ gioca necessariamente un ruolo di primo piano. Così come il bisogno e il desiderio della parte più dinamica della popolazione di avere notizie quanto più possibile attendibili, filtrate da giornalisti acuti e credibili, che consentano al privato cittadino di orientarsi in società via via più complesse e progredite.

Paradossalmente, sarà proprio lo sbalorditivo incremento del benessere, delle libertà borghesi e dell’alfabetizzazione, figlie della rivoluzione illuminista dei secoli che abbiamo ricordato, a preparare il terreno a forme sempre più centralizzate, pervasive ed autoritarie, di Stato. Se la necessità di un’informazione sostenuta e gradita dal Potere -orientata ad esaltarne saldezza, moralità e risultati – era già così ben chiara a Richelieu, lo sarà ancor più nell’Europa della fine dell’Ottocento. Fasce notevoli di popolazione, ormai ‘letterata’, risultarono raggiungibili dai media dell’epoca – essenzialmente i giornali – le cui potenzialità, grazie alle rotative ideate a partire dalla rivoluzione industriale, erano enormemente accresciute. Nelle società sprovviste di radicate tradizioni democratiche e liberali – quali l’Italia, la Germania, la Russia… – la stampa si trasformerà ben presto – al netto di rare eccezioni aspramente combattute dai regimi – in un grande megafono del potere.

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Citizen Kane, Orson wells

Gigantesche macchine di propaganda, a cui si aggiunge rapidamente la radio, racconteranno  acriticamente e  trionfalmente solo quel che conviene ai regimi che le controllano e le alimentano:  Le ideologie saranno il leitmotiv della formazione scolastica e della comunicazione, impastando la pasta che lieviterà nella seconda guerra mondiale. Nonostante cospicue distorsioni, sia del giornalismo che del potere – di cui resta splendida traccia grazie a ‘Quarto Potere’ dell’americano Orson Wells, autore peraltro della più celebre bufala mediatica della Storia – la stampa di matrice anglosassone preserverà maggiormente e molto più a lungo le voci fuori dal coro, all’interno di una concezione pluralista/individualista che storicamente si difende dai limiti dell’assolutismo. Non a caso sarà un capolavoro britannico degli anni ’30, ‘Il grande fratello’ di George Orwell, a puntare il dito sulle possibili nefaste filiazioni dei regimi totalitari, intrecciate al loro perverso rapporto con la cultura e l’informazione. Maggiormente e molto più a lungo, abbiamo detto. Sino ai giorni nostri. Durante i quali, però, sembra che qualcosa si spezzi nella tradizione giornalistica ‘atlantica’: essa finisce per ricordare l’impostazione dell’Europea continentale contemporanea, che ha ampiamente dimostrato di non aver mai superato la tradizione centralizzata, retorica, invasiva ed autoritaria tipica della prima metà del Novecento. C’è stata sì un’inversione di marcia, ma solo ideologica e culturale. Riguardante i contenuti, non i metodi: propaganda era, prima della Seconda Guerra Mondiale, propaganda fu anche dopo. Ci torneremo presto, con qualche esempio concreto ed autoevidente.

Alle radici della crociata #Fakenews d’oltreoceano

Per adesso soffermiamoci sugli USA, dove Hillary Clinton, nei mesi immediatamente precedenti la sua elezione, è stata capace di ricevere l’endorsment di quasi il 100% dei più noti media americani. Ben oltre la famosa ‘maggioranza bulgara’ che faceva tanto ridere – le persone intelligenti – negli anni ’70 ed ’80. Quando scriviamo il 100% non esageriamo, per nulla:

Among the top 100 largest newspapers in America, just two — the Las Vegas Review-Journal and the Florida Times-Union in Jacksonville — endorsed Trump.

Fra i maggiori cento giornali d’America, solo 2 – il Review – journal di Las Vegas e il Florida Times – Union di Jacksonville – hanno dichiarato di appoggiare Trump.

Un giudizio tanto unanimemente concorde, in favore di una candidata discussa come la Clinton, in tutte le redazioni di tutti i giornali americani di un Paese occidentale – anzi nel vertice pluralista dell’Occidente – dovrebbe far riflettere: simile unanimità di consensi forse non la ottennero nemmeno Hitler e Stalin. Certamente non Mussolini. Dopo le elezioni, vinte nettamente dall’essere umano più detestato dai media nella Storia, la cosa è stata talmente evidente da aver convinto il mondo dell’informazione USA – attenzione, stiamo arrivando al cuore del problema – di aver di colpo perso ogni credibilità e capacità di influenzare le masse: ‘La vittoria di Trump ci mostra quanto poco l’elettorato tenga conto dei media‘. E di chi poteva essere la colpa, se non dei social media? I social che – come abbiamo qui più volte riportato – avevano dato risalto a notizie su Hillary Clinton, mai smentite, relegate a trafiletti dalla stampa e tv ‘ufficiali’. I social che avevano denunciato le numerose correlazioni fra redazioni, anchor men e Partito Democratico. I social che avevano dato largo spazio alle vicende triviali ed invereconde di Donald Trump il polipone, ma senza mostrare di voler per questo dimenticare le nefandezze, note e meno note, della Clinton. La valenza delle inchieste, pubblicate sui grandi siti di archiviazione – gratuiti – e diffuse tramite la vastissima rete dei social, aveva saputo insomma pareggiare, anche in termini di pubblico, la potenza di fuoco dei grandi network televisivi, mentre i molti siti di libera informazione erano riusciti a pareggiare quella della carta stampata. Tutto giocato a cavallo di Facebook, Twitter e Google. Quella che abbiamo definito come ‘memoria infinitamente accessibile della rete‘ aveva colpito duro:

Il mix combinato di archiviazione online, gratuita nel servizio e nell’accesso (vedi youtube), e di social media, altrettanto gratuiti – che fanno di ciascun essere umano un broadcaster, un editore/diffusore di contenuti propri ed altrui – risulta letale per la ‘vecchia scuola’ della politica e per la propaganda che da essa storicamente promana. Diventa molto difficile, quasi impossibile, per i media ufficiali operare quel lavoro di cesello, di selezione, spessissimo faziosa, che conservava alla memoria collettiva l'<<utile>> e condannava all’oblio l'<<inutile>> o il <<dannoso>>. 

E chi volete abbia ancora tanto desiderio di mantenere centinaia di migliaia di professionisti dell’informazione – e loro gigantesche ‘macchine’ – se diviene evidente che non sono più in grado di orientare l’opinione pubblica e di ‘fare la storia’, selezionando i materiali secondo l’ottica della linea editoriale che son chiamati a seguire (che in genere ne segue altre, meno evidenti), in regime di oligopolio, se non monopolio? Cinicamente potremmo insinuare che i mass media, dopo un secolo abbondante di preminenza politica e commerciale, siano stati privati del loro asset maggiore, del loro valore unico ed insostituibile per il potere. Certo, resterebbe il valore unico e insostituibile per i loro ‘clienti’ lettori – attenzione, qui nessuno vuol negare vi sia –  ma ciò significa accennare ad una rivoluzione copernicana del settore, che nella seconda parte sarà invece argomento delle conclusioni.

Tornando alle elezioni americane del 2016, è in questo lacerante contesto che compare, per la prima volta in modo massivo, l’argomento polemico delle ‘fake news’. Nonostante tale approccio non abbia incontrato un grande successo presso il pubblico USA, alcuni giornali – quelli più pesantemente intaccati dalla vicenda Trump – continuano a sciorinarlo, incessantemente. Nella speranza possa entrare col tempo nella testa di tutti e, soprattutto, risultare di immediata utilità in altri contesti, più adusi a leggi liberticide e autoritarie o a campagne reazionarie – spacciate per progressiste – rivolte a favorire la sopravvivenza di quello che chiameremo ‘monopolio ufficiale delle bufale’.  Il New York Times, con un articolo perfettamente accavallabile a certa stampa nostrana di centrosinistra – secondo una circolarità tipica dell’internazionalismo de’ sinistra de’ noantri, vedi Mentana, Severgnini, Riotta, Zucconi, Friedman – si colloca in questo filone post Trump (e, secondo loro, post verità). Le prossime elezioni italiane sarebbero a rischio ‘fake news’, ovvero si rischierebbe che gli italiani prendano posizioni in base a ‘notizie’ false e tendenziose, offerte dal mondo abnorme e incontrollato della rete (magari subornato da ‘potenze straniere’ e misteriosissimi ‘bot’), invece che suggere il nettare della verità dalle fonti professionali ed ufficiali.

L’antesignano

Jacoboni catacombe

Al di là del paradosso per cui oggi la pensa così proprio chi per decenni ha ripetuto il tormentone di un successo politico di Berlusconi dovuto esclusivamente a Mediaset, Rai e varia stampa (tutti ufficialissimi e professionalissimi), ripescherei dalla cronaca recente il sesquipedale Jacopo Jacoboni… autore di una celebre inchiesta, ispirata dallo scarso successo web di Matteo Renzi e dalle denunce di Lotti, egli è stato autentico antesignano della crociata contro le oscure trame che si celano dietro i cosiddetti ‘odiatori’, battendo sul tempo gli americani. Non ci credete? Leggiamo qualche estratto:

Perché rivolgere attenzione, anche giudiziaria, a quello che potrebbe essere un comune troll, o un militante anonimo? Perché Beatrice si muove dentro quella che è configurata come una struttura: a un’analisi matematica si presenta disegnata a tavolino secondo la teoria della reti, distribuita innanzitutto su Facebook (dove gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani sui social), e – per le élite – su Twitter.

Ha un andamento assai ingegnerizzato. Su Facebook, la rete è costituita da un numero limitato di account di generali (da Di Maio e Di Battista a Carlo Martelli, figura virale importante, in giù) e – tutto attorno – da una serie di account di mediatori top e, aspetto decisivo, da pagine e gruppi di discussione che fanno da camera di risonanza.

Le cose stanno davvero così? Nel caso di Jacoboni, ahilui, certamente no. Il suo fiuto da giornalista professionista lo condusse, dopo estenuanti maratone social, a nientepopodimenoche la moglie di Renato Brunetta. ‘L’anonimato’, quel punto debole enorme, s’era subito vendicato.

Il monopolio ufficiale delle bufale

Non è un caso se proprio in Italia ci si mostra tanto reattivi nel campo: è bene rammentare come l’editoria sia da noi finanziata in maniera assai rilevante dallo Stato (secondo uno schema notevolmente complesso ed arbitrario di contribuzioni dirette, indirette ed agevolazioni). Questa politica, la cui giustificazione teorica è nella necessità di sostenere la diffusione delle notizie e delle idee mediante un pluralismo di fonti che potrebbe non reggere al ‘libero mercato’, ha in realtà ottenuto l’opposto di ciò che diceva di perseguire. Il gran numero di giornali, radio e televisioni non è affatto servito a sostenere, nel medio e lungo periodo, la pluralità dell’informazione, finendo all’atto pratico per raccontare agli italiani sempre la medesima storia, nel medesimo ordine e coi medesimi intendimenti su tutti i ‘canali’. E’ servito invece per contribuire a creare una casta di ‘cortigiani’, dipendenti in tutto e per tutto dal potere politico/economico – o dai suoi anelli contigui – la cui funzione non è informare o analizzare, bensì fare da megafono, come al tempo di Re Luigi XIII. Una propaganda che gli italiani pagano con i loro soldi, non una sola volta ma più volte (pensate al Canone Rai) perchè possano subire il dovuto indottrinamento. Di cui esistono 3 o 4 versioni, al massimo, sempre meno distinguibili fra loro. A coronamento di questa asfitticità (che ha mostrato di recente tutti i suoi limiti e il suo ‘non pluralismo’… un esempio fra tutti, il voto su Brexit) l’Italia vanta un ‘Ordine dei Giornalisti’ di diretta discendenza dall’Albo regio e fascista, la cui ragion d’essere sfugge alla comprensione razionale, tanto da non esser presente – nelle forme rigidamente corporative a noi note – nelle altre grandi democrazie. Permanere in forma ‘fascista’ pur nell’esibizione ossessiva e martellante di antifascismo è la miglior riprova di quantro affermato prima: le modalità dell’informazione non mutarono in modo decisivo, dopo la guerra. Solo i contenuti. A un’ideologia se ne sostituì un’altra, (tutt’al più un paio) che non volle rinunciare alla propaganda.

Un simile sistema ha consentito sia la diffusione incessante di ‘notizie’ di pura propaganda sia l’occultamento costante delle meno gradite. La pluralità delle voci, pagata a carissimo prezzo perchè fosse nostra ricchezza di pensiero e garanzia di controllo, s’è trasformata presto in un canto polifonico. L’acquiescenza al comunicato ministeriale – o alla velina della questura o alla ‘soffiata’ della procura – è la regola indefettibile d’ogni media italiano. Altrettanto, esistono dei taboo, argomenti che non devono essere trattati – sebbene di sicuro interesse – perchè possono inficiare traiettorie e obiettivi di chi detiene il potere, ha un elettorato da subornare e per di più paga gli stipendi. Taboo è, da anni ormai, la Libia. Perchè in Libia il nostro paese ha più che perso la sua inetta ‘guerra’. Ma è un esempio di fake news, alias ‘bufale’, forse troppo complesso per risultare immediato… Sicuramente il fact checking che i ‘crociati’ dell’Ordine esigono se si tratta di ‘patacche’ del web non viene mai e poi mai applicato a governi e lobbies. Il Quarto Potere in Italia è da sempre povera cosa, in termini di controllo democratico: con Renzi non ha fatto eccezioni, anzi… l’innato istinto da banditore del toscano ci ha involontariamente svelato, più che in passato, le infinite manchevolezze e acrobazie di quei media ufficiali che ribadiscono di essere il nostro usbergo contro la menzogna. Se qualcuno necessita d’un breve ripasso, legga pure qui. Spesso sono proprio i social – tacciati di proditoria falsità – a dover operare il fact checking che nessun altro fa, se non per censurare gli ‘anonimi’ della rete. Il fenomeno è evidente e sfugge sempre meno:

fake news confindustria

A proposito di Referendum Costituzionale, a nostro parere – dichiarato addirittura al momento di prevederne l’esito – esso ha fatto in qualche modo il paio subalpino con le elezioni americane. Lo sforzo concorde di quasi tutto l’apparato di propagandaoppositori inclusinon è bastato a rimuovere il pregiudizio che gli elettori nutrivano per i loro governanti. E i social hanno contribuito in modo rilevante a confermare milioni di americani ed italiani in senso opposto alle linee editoriali delle tv, radio, giornali.

Ma affinchè sia pacifico che parliamo di un problema strutturale – non a caso ce lo trasciniamo almeno da Richelieu – quindi del tutto indipendente sia da Renzi che da Berlusconi, ci sarà da fare qualche esempio ulteriore, semplice ed immediato. Un passo avanti nella direzione dell’evangelico ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’, che non potrete non ritrovare a conclusione di questa analisi. Il catechismo l’abbiamo fatto quasi tutti. In specie i legislatori attuali, altrimenti non sarebbero dove sono. ‘E quando sarà, avranno anche l’estrema unzione’:

 

 – Continua –

 

 

 

 

 

 

 

 

2 commenti su “Il New York Times e la guerra mondiale per il monopolio delle fake news (I)

  1. […] Il mix micidiale di siti gratuiti di archiviazione e social network – di cui ci siamo ‘filosoficamente’ occupati – fa si che un certo tipo di approccio non paghi più alla stessa maniera. Eccovi un esempio […]

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  2. […] Ed i resoconti del suo evento tutti fake news, appannaggio della grande stampa amica del potere, la cui storia potete leggere QUI. Il pensiero torna spontaneamente al dottor […]

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