Ostia! Il voto in Sicilia è (solo) nazionale e racconta già troppo (I)

Sicilia propaganda

Debiti su debiti: Palermo dipende da Roma. L’arguzia degli astensionisti.

La chiave del sistema s’è spezzata: Il partito unico dell’inazione non fa più di quattro stelle. Grillo, da solo, cinque.

I conti che contano davvero, quelli degli equilibri nel centrodestra.

Il requiem del centrismo italiano, sopravvissuto alla guerra fredda. E quindi a sè stesso.

Ostia, che sberla! Buttanissimo Renzi (e pure Berlusconi).

Theleme riprende qui l’analisi dello scenario italiano, abbandonata un anno fa con l’abbaziale, profetica intemerata ‘La politica cancella il Paese, il Paese cancella la politica…au revoir, Italia’

Quanto peserà l’elmo di Scipio, caro Musumeci…

La Sicilia è regione a statuto speciale, anzi l’antonomasia dello statuto speciale: per esplicita previsione di legge, è la più autonoma fra tutte. Eppure, secondo la tradizione paradossale che accompagna l’Italia e sommamente la Trinacria, tutta codesta autonomia ha reso Palermo schiava di Roma, più o meno come recita l’inno nazionale che abbiamo da poco eternato. E dire che la Sicilia ebbe millenni di riottosità, dalla Magna Grecia a Salvatore Giuliano e Mattei, passando per Normanni, Aragonesi e Principi di Salina vari… ma bando alla nostalgia, quel che conta in politica è l’oggi.

palazzo dei normanni

Palazzo dei Normanni, scrigno di tesori. E di miserie.

E l’oggi ci dice che il glorioso Palazzo dei Normanni è indebitato sino al collo, anzi sino alla cima dei capelli. Sessanta anni di assistenzialismo selvaggio, targato DC – ma con buon consociativismo PCI/PSI – l’hanno resa uno zombie. Nemmeno Dio conosce il reale ammontare del debito siculo, per parafrasare una vecchia freddura sulle congregazioni femminili, ma parliamo di caterve di miliardi, che ogni anno costringono le magistrature contabili locali e nazionali a marchette e balletti indecorosi. Se ne deduce mestamente che il Governatore, dotato in teoria di ogni potere, non può invece comprare la carta da culo per il suo ufficio senza mendicarla al Governo nazionale. Non è errato dire, quindi, che i più arguti in Sicilia son quelli che non hanno votato affatto (una buona metà). E che chi s’è immolato al sacro rito dell’urna ha voluto esprimere un voto ‘nazionale’, solo formalmente locale, considerato che senza l’elmo di Scipio non li paghi tutti quei forestali… Del resto, questa trasmigrazione d’intenti elettorali era stata visibilissima, a partire dalla sostituzione dell’ultimo governo Berlusconi con altri sottoprodotti del parlamentarismo perfetto italiano (leggi trasformismo): come abbiamo più volte puntualizzato, il Referendum Costituzionale, le consultazioni comunali e quelle regionali hanno svolto il compito di succedaneo delle politiche mai ‘concesse’. Numerose previsioni fondate su questo assunto hanno già trovato conferma. Peraltro, trattasi di un processo politico di lungo periodo, tutt’altro che estemporaneo. Forse gioverà tratteggiarlo, seppur grossolanamente.

Ciao ‘Mani pulite’, (non) ci mancherai

Prima di ‘Mani pulite’, l’Italia risultava incessantemente governata da un consociativismo partitocratico piuttosto affollato, definito, per la travolgente vitalità e alternanza, ‘Democrazia bloccata’. Dopo il celebre terremoto giudiziario (le cui vere motivazioni non risiedono certo in un’improvvisa, eroica, resipiscenza dei pubblici ministeri) è arrivato il turno di un paio di coalizioni ‘moderate’ che si sono contese il Paese con ogni bassezza, senza mai smettere di darsi di gomito al fine di glissare sulle nuove esigenze economiche e sociali, nazionali ed internazionali, prepotentemente dettate dalla coeva fine di quella guerra fredda che era stata la vera cagione ed il vero sostegno dell’equilibrio partitocratico cui abbiamo accennato prima. Tali coalizioni si divisero fra loro le seconde e terze fila della DC, del PCI, del PSI, rimpolpate a destra dai reduci MSI e dalla neonata Lega Nord: rinnovamento zero. La montagna giustizialista partorì un topolino ben noto… e come poteva essere altrimenti se, per primo,  il popolo italiano è quel che è? Un bellissimo spezzone, targato Scola e Mastroianni, dovrebbe chiarire ogni dubbio al riguardo (ed ogni illusione ad ogni grillino):

 

Tagliando corto, al netto del primo governo Berlusconi – non a caso terminato, anzi sterminato, rapidamente – lo scontro fra zuppa e pan bagnato ha proseguito nel miope ingessamento dell’economia, cultura e società italiana, giungendo antistoricamente sino ai nostri giorni. Finchè è entrato anch’esso in agonia, per calo galoppante di consensi. Considerato che la chiave principale della stabilità italiana è sempre stata quella clientelare, assistenziale e votoscambista, è proprio nello spezzarsi di quella chiave che va ricercata la crisi elettorale delle forze centriste figlie dell’Armageddon del 1992. Il Partito Democratico e Forza Italia non hanno oggi consensi sufficienti a percorrere, nemmeno formalmente, una strada indipendente. La loro ossatura è quella dei pensionati più garantiti – i famosi ‘retributivi’ – e di quei non troppi ancora attivi che sono riusciti ad infilarsi negli ultimi spazi ‘buoni’, pubblici e parapubblici, disponibili negli anni ’90 e 2000. Gli ultimi governi hanno definitivamente sancito la necessità dell’inciucio parlamentare ai fini della continuità nella gestione del potere. Il consociativismo s’è fatto unione, insomma, in barba manifesta all’elettorato. Vero è che ci sono stati tentativi di riproporre il centrismo democristiano direttamente alle urne, il più celebre dei quali è quello di Mario Monti (siamo però in attesa dell’ultimo Pinocchio nella balena bianca, Mario Draghi), ma tutti sono strafalliti. Rimaneva un’unica strada, alla partitocrazia clericale storica: marciare separati (alle elezioni) per colpire uniti (in Parlamento). Così è stato: prima Berlusconi e Letta (il nipote dello zio) e poi, più modestamente, Alfano, Renzi e Gentiloni. agevolati sia da un premio elettorale incostituzionale sia da Presidenti della Repubblica museali, ci hanno regalato indimenticabili attimi di partito unico dell’inazione, pardon, della Nazione. Non dimentichiamo, infatti, che alle ultime politiche nessuno aveva vinto: centrodestra, centrosinistra e movimento cinque stelle s’erano suddivisi equamente l’elettorato, 1/3 a testa. Conditio sine qua non perchè si possa proseguire su questa strada antidemocratica, angusta di suo, è un’eterna netta prevalenza del PD e di FI nelle rispettive coalizioni. Sino al Referendum costituzionale, almeno questo dato – coi connessi giochi di potere – rimaneva indiscusso. Oggi non lo è più, per una serie di ragioni. Renzi ha provato ad eliminare dalla scena politica Berlusconi, insieme ai Cinque Stelle. Ma non è riuscito a scippargli i consensi, che non sono confluiti nel PD. Il governo ‘del Nazareno’ ha sfiancato  la sinistra interna, almeno quanto la lotta intestina per il controllo del partito … da qui la separazione, ampiamente prevista. Il voto di destra, lungi da farsi renziano, è andato  in astensione, oppure ad alimentare le forze meno moderate – Lega, Fratelli d’Italia e M5s – che infatti hanno conosciuto notevoli affermazioni (Roma, Torino, Liguria, Genova). Quando il partito trasversale dei moderati s’è reso conto degli errori compiuti ha cercato di porre rimedio, ad esempio congelando gli sbarchi dei ‘migranti’ – dimostrazione palese della loro non spontaneità ed inevitabilità – oppure tentando una riabilitazione in extremis del cavaliere, tutt’ora in corso, con l’appoggio della stessa Europa che l’aveva affondato pochi anni prima. Ma il ritardo è notevole e pare non più recuperabile. Tornando alle votazioni degli ultimi 3 anni, il 4 Dicembre ha evidenziato come solo il 40% della Nazione sia ormai disposto a sostenere ad occhi chiusi la stabilità centrista, purchessia: di fatto, il ‘partito unico della nazione’ è minoranza nei numeri già da allora. Le elezioni amministrative che l’avevano preceduto e l’avrebbero seguito non han fatto altro che sancire:

  • il crollo vertiginoso dei consensi del Partito Democratico,
  • il successo – mai travolgente, però, nè geograficamente costante – dei grillini,
  • la rinascita di un centrodestra molto più dipendente dalla Lega e da Fratelli d’Italia che in passato.

Il dato anagrafico inizia peraltro ad avere il suo peso: la componente giovanile di FI e PD è davvero minimale, quasi irrilevante. E per quanto la stampa si affanni a distrarre i lettori dai veri punti cruciali, la cosa salta agli occhi. Riassumendo, i garantiti sono sempre meno e sempre più avanti con gli anni. Non sono più maggioranza nel paese e l’assenza di premi smisurati di maggioranza ne affossa le residua chance di governo.

Ostia, che sberle in Trinacria!

In particolare, mentre la sinistra si svena in incessanti lotte intestine, nel centrodestra si svolge una guerra sotterranea fra Berlusconi – la battaglia del quale è sempre più simile a quella di Renzi, arginare il populismo grillino – e Salvini. Sembrano finiti gli anni della Lega di Bossi, necessariamente attaccata al carro forzista. Se ci fate caso, in questa mini tornata elettorale ambedue i candidati di centrodestra, Musumeci in Sicilia e Picca ad Ostia, vengono da Fratelli d’Italia (con l’appoggio della Lega) e sono stati più subiti che patteggiati da Forza Italia. Cosa potrebbe comportare ciò, nello scenario nazionale? Andiamo per gradi, soffermandoci un attimo sulle consultazioni odierne. Ostia, comune del litorale romano piagato da Mafia Capitale (e non solo), sceglieva il sindaco. Sarà un destino incorporato nel toponimo, ma in gara c’era persino un (ex) prelato. Al candidato grillino è andato il 30% dei consensi e se la vedrà al ballottaggio con la proposta della destra, Monica Picca, in questo caso sorpassata a destra da un candidato indipendente di Casa Pound, che da solo ha preso il 9% dei consensi, poco più della sua lista. Niente male, per dei supposti evoliani. Ma quali sono gli equilibri interni alle coalizioni maggiori? Il 26% della Picca si compone del 10% di Fratelli d’Italia, del 4,2% di ‘Noi con Salvini‘ e dell’8,5% di Forza Italia. Il PD ha raccolto un magro 13,7%, mentre un ex SEL raccoglie il 3,5%. Come si può notare, Forza Italia nel centrodestra comunale pesa ormai la metà di Meloni e Salvini. Ora, proviamo a sommare PD + FI, sigle alternanti del centrismo a corto di voti, e avremo il 22,5%. Sommiamoci il sacerdote, che mica sempre lo trovi in gara…e facciamo 31%: poca roba, minoranza sempre e comunque, che a stento pareggia l’esito del solo M5s.

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Don De Donno, quando era candidato al Paradiso e non al Comune di Ostia

A ben pensarci, nemmeno Casa Pound la trovi sempre in gara e potremmo pensare che in sua assenza quei non pochi consensi ‘fascisti’ vadano in parte all’astensione, ma forse anche a Fratelli d’Italia, o persino Lega. Vediamo infatti cosa era avvenuto nelle precedenti comunali del 2016. Tanto per cominciare un crollo verticale dei votanti, dal 56% al 36%. il M5s era arrivato ad uno strabiliante 42%, il PD veleggiava intorno al 19% (con Marino 3 anni prima al 40%), FdI al 19% (quel 9% in più, che oggi è di Casa Pound…), la Lega non presente e FI già in acque pessime, più o meno con gli stessi consensi attuali. Che ne deduciamo?

  • Che il M5s della Raggi ha deluso i nuovi arrivati ed è tornato al suo classico 1/3 dei votanti,
  • Che la Lega e Fratelli d’Italia sono stabilmente la colonna portante della destra locale… se pensiamo che appena nel 2013 Forza Italia qui aveva il 19%, la Meloni il 5% e Forza Nuova lo 0,5%…
  • Che Silvo Berlusconi non è più trainante elettoralmente, al di fuori di contesti del tutto singolari come la Sicilia, in cui non determina più, però, il candidato,
  • Che il PD precipita dal 40% al 13% in 4 anni,
  • Che l’astensione è ormai molto più a sinistra che a destra, rovesciando l’andazzo recente,
  • Che i voti persi dal PD non passano a Forza Italia, come prima da Forza Italia non sono passati al PD.

Naturalmente si tratta di elezioni comunali, ma geograficamente centrali, per la posizione nella Penisola e la vicinanza con la Capitale. Prenderle sottogamba sarebbe un errore. Che tutti i media italiani, a libro paga, commetteranno. E ora tocca alla Sicilia.

Buttanissimo Renzi (e pure Berlusconi)

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E quando si tratta di Sicilia, Theleme si rifà spesso all’ottimo Pietrangelo Buttafuoco – baciamo le mani – paladino della grande stagione fogliante degli Iannuzzi, Cisnetto, Marcenaro… la sua ‘Buttanissima Sicilia‘, che arrivava sino a Crocetta, si colora oggi dei nuovi fallimenti dei buttanissimi Renzi e Berlusconi, che così poco se ne sono curati, in continuità col peggior passato. Ed è lui il primo a dirlo, avendo mangiato eccome la foglia del decesso del partito unico della nazione. Leggiamo che dice, per estratto:

D. Lei sostiene da giorni che per il segretario del Pd queste elezioni saranno la fine. Renzi che rottamava ora sarà definitivamente rottamato?
R. Se vince Musumeci (il candidato del centrodestra, ndr), che non piaceva a Berlusconi, non ci sarà più la possibilità di formare il famoso partito della nazione. Perché perderanno sia Renzi sia il leader di Forza Italia….

D. Perché lo chiama equivoco? 
R. In questi anni abbiamo vissuto in una dimensione virtuale della politica, dove è mancata una legittimazione elettorale. Renzi è una meteora che è stata baciata dalle elezioni europee quando portò a casa il 40% dei consensi…

D. Poi c’è stato il referendum costituzionale del 4 dicembre…
R. In alcuni quartieri di Catania il no alle riforme volute da Renzi e dalla Boschi ha toccato l’80%, erano gli stessi seggi dove alle primarie un tempo lui aveva la maggioranza.

D. Come è stato possibile questo tracollo in così breve tempo?
R. Renzi è stato folgorato dalla satrapia, ha messo in piedi una comitiva di potere, dove ormai niente corrisponde alla realtà dei fatti….

D. E Salvini come lo vede?
R. Ha fatto un bel viaggio in queste terre, se sarà il prossimo leader del centrodestra lo dirà solo la realtà.

L’intervista precedeva il voto di un paio di giorni. E quanto sappiamo ora – a distanza di quasi 24 ore dalla chiusura dei seggi i risultati sono lungi dall’essere definitivi – sembra confermare molte intuizioni. Ai fini di un’analisi adeguata, sarà necessario attendere lo spoglio definitivi, augurandoci sia disponibili in tarda serata. Cinque elementi sono però già acquisiti:

  • Il vincitore è Nello Musumeci, uomo di antica destra. Non avrà maggioranza. *
  • La somma dei voti centristi, PD e FI, non s’avvicina nemmeno al risultato del solo Movimento cinque stelle. Come ad Ostia.
  • Lega e Fratelli d’Italia, al di là della Lista Musumeci, avranno rappresentanti in ARS.
  • Il risultato del PD, sia in valore assoluto che relativo, è da estinzione.
  • La fronda bersaniana, Dalemiana e via discorrendo vale circa un terzo dei voti del Partito Democratico.

Non è poco.

*E invece Musumeci riesce poi ad ottenere una risicatissima maggioranza, 36 seggi su 70. 

 

– continua nella seconda parte –

 

 

 

2 commenti su “Ostia! Il voto in Sicilia è (solo) nazionale e racconta già troppo (I)

  1. […] via Ostia! Il voto in Sicilia è (solo) nazionale e racconta già troppo (I) […]

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  2. […] a giudicare dai sondaggi e dalle elezioni amministrative degli ultimi anni, egli è ben lontano dall’avere un pacchetto di voti nettamente superiore a quello dei […]

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