Bisogno o taboo? Le Pen – Macron, ardua analisi d’un ballottaggio (I)

macron le penNota bene.

I 4 antagonisti. Cosa possiamo derivare dal primo turno (non poco).

Chi ha votato chi? Un confronto col 2012. Il partito unico dell’inazione.

Macron, in fondo, non sfonda. Ammessa al dibattito, Le Pen ha già vinto la grande battaglia. Ma resta la guerra.

Quei piccoli riottosi. ‘Insoumise’ è di destra o di sinistra? Le ‘strane’ contiguità della cinica sinistra massimalista.

Il beau geste di Macron e Trump.

Nota bene: a differenza che con Trump (il quale nel frattempo ha ottenuto tutto ciò che aveva in mente nei primi 100 giorni, persino su Obamacare, contrariamente a quanto i media italioti han raccontato) in questo caso Theleme non è in grado di prevedere con sicurezza l’esito elettorale. I motivi per cui ciò non è possibile sono proprio l’oggetto dell’analisi. Nè, del resto, qui c’è speciale preferenza per uno dei due candidati in campo. Fillon sarebbe stata una scelta vincente, per molti versi. Sicuramente al ballottaggio: pur senza provenire dal passato non era certo un salto nel buio; esperienza politica e umana quanto Marine Le Pen, ma competenze pari a Macron; sicurezza e resistenza all’Islam, ma anche il necessario approccio liberale. In più avrebbe facilmente condensato su di sè quello spirito antagonista alla sinistra che Macron è chiamato ad ‘ingannare’, poichè altri non è se non il ministro delle finanze del governo di Valls, ovvero del Presidente Hollande. Naturalmente, dire che non si è in grado di prevedere con sicurezza significa, nuovamente, tenere in poco conto i sondaggi. E affermare quindi, con Depardieu, che ogni esito è ancora possibile. Inutile anche nascondersi che un’eventuale vittoria di Marine sarebbe per il nostro disastrato paese un vero e proprio colpo di grazia. Già la Gran Bretagna ha smesso di far parte delle garanzie, finanziarie e geopolitiche, ai titoli di Stato italiani. Se si aggiungesse la certezza di una pesante rinegoziazione dell’architettura UE ad opera della Francia, saremmo fritti. Insieme al paladino Draghi. Buona lettura. 

Primo turno e ballottaggio: i candidati più suffragati

Il primo turno delle elezioni francesi ha, in realtà, raccontato molto del secondo. Cinque candidati – due dei quali seriamente azzoppati (Hamon schiacciato dalla manifesta assenza di ogni carisma e dal fardello tremendo di candidarsi nell’ormai detestato Partito Socialista di Hollande, Fillon incrinato dagli scandali giudiziari sul nepotismo) – si sono giocati la partita nella speranza, non assurda, di poter accedere al ballottaggio. Con la prevedibile esclusione di Hamon – il cui teorico elettorato gli ha preferito nettamente Macron, più convincente e sponsorizzato – ciò si è rivelato corretto. Macron è arrivato – vedremo poi come – al 24%, Le Pen al 21,3%, Fillon al 20% e Melenchon al 19,6%. Hamon, lontanissimo, s’è fermato al 6,4%, tallonato da Dupont D’Aignan col 4,7% (non dimenticate questo dato). La distanza fra il primo e l’ultimo dei 4 candidati maggiori, insomma, si calcola in non più di 1,5 milioni di voti. Questo ci racconta immediatamente 3 cose importanti:

  • I partiti tradizionali, sinistra e destra, non sono arrivati al ballottaggio. E’ la prima volta che accade.
  • Non c’è stata massiva concentrazione di consenso trasversale sul candidato raccontato come più agevolmente trionfante sulla Le Pen al ballottaggio, cioè Macron. Ciò potrebbe spingere a non ingigantire oltremisura le conseguenze elettorali del taboo Le Pen, comunque molto radicato.
  • La differenza di consenso fra i due sfidanti finali si riduce ad un milione di voti e può essere cancellata agevolmente dalle preferenze espresse dagli schieramenti rimasti fuori dal ballottaggio.

Per capire da dove vengono i voti attuali – e quindi dove potrebbero ritornare – è necessario, in primo luogo, dare un’occhiata a quel che accadde nel 2012, l’anno fatidico della vittoria di Hollande.

risultati 2012 francia

Salta all’occhio Melenchon, che grazie al suo socialismo reale (anche detto comunismo) non ha lasciato affatto, anzi ha raddoppiato i consensi. E da chi può averli presi, se non dall’emorragia del PS di Hollande? Un bell’8,5% finito nelle mani del miglior tribuno di questa turnata (se qualcuno ha dei dubbi in merito, vada a vedersi i dibattiti). Del serbatoio di Hollande, pertanto, rimaneva un 20% netto. Sottraiamo un 5,5% finito alla vittima sacrificale Hamon (su cui è confluita anche l’ambientalista Eva Joly)  e siamo al 14,5%. Bene, questa è la dote che viene a Macron direttamente da Hollande ed è la base del suo consenso. Ma come si giunge al 24% finale? Come potete vedere più sotto, nel 2017 non c’è più Bayrou, esponente centrista… al suo posto (dopo una lotta intestina di cui poco ci cale) troviamo Lassalle, che però non supera l’1,2%, quando Bayrou aveva ben il 9,1%. Ora, considerato un certo calo netto di voti subito dai centrismi classici che si riscontra ovunque in UE, probabilmente finito in astensione (non dimentichiamo che l’affluenza è calata del 3% rispetto al 2007), quel 7,9% residuo sarà divenuto un 6%. E quel 6%, per esplicito accordo preelettorale con Bayrou, è andato a Macron, che arriva così al 19,5%. Il restante 4,5% lo strappa alla destra repubblicana, ovvero ai voti che un tempo erano di Sarkozy (che aveva preso il 27,1%) ed in teoria dovevano passare a Fillon. La lista di Macron, insomma, per dirla all’italiana, è – assai alla carlona – 1/2 di PD, 1/4 di UDC/NCD/AP, 1/4 di FI. Il partito unico dell’inazione, insomma. Veniamo ora però allo schema dei risultati del primo turno attuale:

FR2FR1

Il Partito Repubblicano, secondo questi calcoli, avrebbe quindi ceduto a Macron più di 4 punti. Considerato che partiva dai 27% di Sarkozy, in teoria ne avrebbe dovuti conservare 23% per Fillon. Ma così non è stato… e se vediamo la crescita netta di Marine Lepen, che passa dai 17,9% di allora al 21,3% di oggi, sappiamo anche dove sono andati. I conti tornano. Insomma, Melenchon ‘ruba’ un bel po’ ai socialisti, quasi quanto Macron (che del resto era ministro del governo socialista di Valls). Macron in più assorbe il centro e sottrae punti importanti anche ai repubblicani (ma essendo lontanissimo dallo sfondare a destra). Le Pen é quella che fu, ma rinforzata da un gruzzolo di ex consenso repubblicano. Nemmeno lei ha sfondato, certo. Ma è l’unica ad aver già portato a casa un importantissimo risultato, ad aver vinto insomma una battaglia campale. Nel 2002 Chirac si permise persino di rifiutare al padre di Marine Le Pen il tradizionale dibattito fra i candidati al ballottaggio, che è una tradizione francese dal 1974. Questo per evitare la normalizzazione dell’odio e dell’intolleranza. Macron è stato costretto ad accettare… e quindi il Fronte National – o quantomeno i Le Pen – sono usciti dal ghetto. Nessuno potrà più considerarli e trattarli come paria della politica: il progressivo allontanamento ‘anagrafico’ dell’elettorato dal secondo dopoguerra inizia a farsi sentire e non può essere inascoltato.

Last but not least

francois-asselineau-a-lille-le-10-mars-2017

‘Macron, c’est l’horrour’

Abbiamo visto come la distanza fra Macron e Le Pen sia stata contenuta, al primo turno. In realtà, sino ai dati finali di Parigi, la cui area metropolitana conta da sola 7 milioni di abitanti, i due contendenti procedevano perfettamente appaiati. Lì è stato Melenchon, evidentemente, a raccogliere quei voti disallineati con la classica alternanza PS-PR (e infatti raggiunge persino un molto significativo 35% a Saint- Denis, che l’Abate conosce molto bene), provenienti dalla zone popolari. Per quanto Parigi abbia premiato molto Macron, voti del ceto medio e soprattutto basso sono stati anche lì ben lontani dalle sue corde. Ma tornando al gap fra i primi due, la sua scarsa consistenza rende necessaria un’immersione anche nel mondo frastagliato dei piccoli partiti, di cui in Italia si sa poco e nulla. Essi infatti raccolgono non poco consenso, quasi un milione e mezzo di voti. Escludendo dalla conta, naturalmente, il PS di Hamon, il quale riuscirà certo a condurre la stragrande maggioranza del suo consenso verso Macron ed anche Dupont D’Agnan che farà lo stesso con il quasi 5% raggiunto (avendo raggiunto un accordo con Marine, per cui ne sarebbe il Premier laddove vincesse), ci troviamo di fronte a:

  • Lassalle, 1,2%. Centrista dissidente da Bayrou, che ritiene Macron lo derubi delle sue idee migliori (persino il nome ‘En Marche’). Sebbene non appoggi nessuno, anzi esorti vigorosamente alla scheda bianca, ipotizziamo parte dei suoi votanti possa alla fine sostenere Macron, proprio perchè centrista;
  • Poutou, 1,1%. Capirete bene che il ‘Nuovo partito anticapitalista’ avrà immense difficoltà a turarsi il naso per votare la summa di capitalismo incarnata da Macron. Facile presumere anzi che faccia il contrario. Difficile infatti immaginare un’astensione massiva del voto ‘leninista’. Ma sull’argomento dobbiamo tornare ampiamente.
  • Asselineau, 0,9%. Integralista repubblicano, per lui Macron ‘c’est l’horrour!’, è l’orrore. Marine gli ha offerto il ministero della difesa, nonostante non sia suo fan. Non è folle immaginare che i suoi voti si dividano fra quest’ultima e l’astensione.
  • Arthaud, 0,6%. Veramente arduo immaginare Lotta Operaia sostenere Macron, qui vale lo stesso discorso fatto per Poutou.
  • Cheminade, 0,2%. Antico uomo di antica destra, il suo ‘solidarietà e progresso’ è indeciso se odiare di più ‘En Marche’ o il Fronte. Scheda bianca e via. Ma anche qui, il tono del candidato non è ‘centrista’. E questo qualcosa vuol dire.

In conclusione, dalla somma dei candidati minori sembra molto più probabile un utile netto pro Marine. Che non è una plutocrate giudaico massonica – sic dicunt – ed ha quel taglio tribunizio gradito a chi è così ostinato da sostenere micro movimenti presieduti da folkloristici nazionalisti. Questo discorso si rinforza, poi, quando parliamo di sinistra ‘leninista’ DOC. Di Poutou ed Arthaud, sicuramente. Ma anche di Melenchon, almeno per quel che è la parte storica del suo voto, prima dell’allargamento oggi consentitogli dal crollo del PS. Quindi di un totale di ben 13% di consensi, ovvero 4 milioni e mezzo di voti.

Nostalgia, nostalgia canaglia

La sinistra massimalista è quella che ha impresso il segno più duraturo nella storia europea del 1900. Il contraltare di destra, ovvero le dittature nazifasciste ed il pensiero politico loro pertinente, è infatti svanito dalla scena nel 1945, subendo un logico e giustificato ostracismo internazionale. Il fine ha sempre giustificato i mezzi, per gli eredi di Lenin. Dal patto di spartizione della Polonia stretto da Stalin col demonio Hitler, sino agli assassini politici delle BR in Italia. Passando per l’astutissimo controllo di media, procure, enti statali che contraddistingue l’azione di quell’intellighenzja sceltissima, selezionata in migliaia di sezioni di tutta Europa. Ora, ci pare di cogliere in Italia una sua evidente ‘simpatia’ per le forze populiste antisistema, che sovente condividono peraltro alcune posizioni ideologiche di base. Non è un caso se Un Valentino Parlato o un Carlo Freccero – per non parlare di tanti altri incontrati di persona – abbiano individuato nel Movimento Cinque Stelle il soggetto politico più utile ai loro fini massimalisti. Altro che PD e Sinistra Italiana. Statalismo indiscusso, giustizialismo, dirigismo non possono non far loro simpatia. Per tacere della possibilità che – in quella che viene percepita, secondo l’analisi marxista, come una prevedibile fase di crisi finale del capitalismo mondiale, determinata dalle dinamiche proprie a tale sistema economico – movimenti di massa di tale portata siano, una volta al potere, l’auspicata spinta verso il caos da cui potrebbe rinascere fulgida la stella del Soviet. Provvisti della certezza di possedere la verità – fratelli coltelli in questo della Chiesa Cattolica – sono certi di riuscire, anche in un secondo tempo, a ricondurre all’ovile ortodosso i predetti populismi: che i figli di Hegel possano infine ritrovarsi uniti sotto la medesima bandiera è cosa che non dovrebbe sembrar follia, nemmeno da un punto di vista filosofico. Naturalmente, il caso del Front National presenta importanti differenze con quello del grillismo italico. Una cosa è, infatti, appoggiare a propri fini un neonato movimento populista dalla tendenza politica oscillante fra estrema destra ed estrema sinistra, cosa diversa un partito che ha sempre rappresentato la Francia negazionista di Jean Marie Le Pen. Eppure, dovesse l’elaborazione marxista di cui s’abbeverano i Melenchon, gli Arthaud, i Poutou, suggerire che il caos introdotto da Marine possa esser davvero utile al loro scopo eterno, non faccio fatica ad immaginare ordini occulti di scuderia che vadano in direzioni apparentemente impossibili. Del resto, non dovrebbe nemmeno esser così difficile. Il candidato della plutocrazia massonica è certamente Emmanuel Macron. Con lui non esistono affinità di programma, mentre molteplici se ne possono reperire nei punti lepenisti. Un esempio? Eccolo qui, tratto dai social francofoni:

Melenchon Le Pen

Del resto, siamo proprio sicuri che la ‘France Insoumise’ sia un tipico nome di sinistra? La Francia ‘non sottomessa’  sembra rimandare ad Houellebeq… certo, se Marine Le Pen ha mai pensato a rottamare il Front National può anche darsi le abbia sfiorato la mente qualcosa di simile…. o no?

beau geste?

Insomma, sembrerebbe che da questo lato del consenso da recuperare, Macron possa contare solo sul radicato taboo antilepenista. Che reggerà, però, solo finchè ce lo si può permettere. Ovvero, se non ci ci sente del tutto emarginati in questa Francia governata dal binomio PS-PR di cui proprio Macron, pur spacciandosi per ‘nuovo’, è invece l’interprete perfetto. Come abbiamo visto. Ma di questo tratteremo nella seconda parte. Chiudiamo, come spesso ci capita, con una suggestione. Prossemica. Fate caso alla gestualità in copertina dell’ex fiduciario dei Rothschild. E poi a questa, tipica di Trump.

trump ok

SEGUE LA SECONDA PARTE

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2 commenti su “Bisogno o taboo? Le Pen – Macron, ardua analisi d’un ballottaggio (I)

  1. […] chiuso la prima parte dell’analisi – al di là della suggestione trumpiana – con questa […]

    Mi piace

  2. […] Ora, considerato che gli elettori di Fillon sono incomparabilmente i più anziani (ultrasettantenni, per quasi la metà) – seguiti naturalmente dai socialisti (il cuore di ‘En Marche’), proprio come FI e PD in Italia –  va da sè che sono più vicini anagraficamente alle ragioni storiche dell’ostracismo dei Le Pen e quindi più ostili aprioristicamente a Marine; insieme decisamente meno propensi a sconvolgere gli assetti politici che hanno accompagnato la loro vita e che oggi garantiscono loro ottime pensioni. Se aggiungiamo come Fillon sia stato il primo ad appoggiare apertamente Macron al ballottaggio ed alcune palesi convergenze fra programmi (europeismo, etc.), agevole comprendere che quasi tutto l’elettorato del PR (parleremo poi di astensione etc.)  abbia votato ‘En Marche’, superando l’ostilità per l’evidente matrice hollandista ed anche alcune scelte iperprogressiste, ardue a digerirsi per una base così matura e cattolica. Ciò ha consentito a ‘En Marche’, quindi, di aggiungere un bel 20% al 24% del primo turno. A questo 44% va aggiunta, integralmente, la dote elettorale di Hamon, testa di legno del progetto di Hollande: i voti del PS vanno al vero candidato del PS, quando ciò serve. Cioè al ballottaggio. E siamo al 50,5%. La stessa cosa fanno i voti del PS, andati al primo turno a Melenchon. Intorno al 9%. E siamo arrivati al 60%. Il resto arriva da qualche partitino, vedi il centrista Lassalle (1,2%) … le percentuali che vedete non possono però tornare al millesimo con il 65% finale, perchè sono calcolate rispetto ai voti effettivamente espressi, il cui numero è enormemente variato fra il primo ed il secondo turno: le astensioni sono aumentate di 1 milione e le schede bianche/nulle sono arrivate a 4 milioni, cioè 3.200.000 in più. Ma questo è lavoro per statistici. Ciò che interessa è già dimostrato. Macron è stato alfine votato da tutto il PS (quello che l’ha seguito in ‘En Marche’, quello che era rimasto con Hamon e quello che si era unito alle forze di Melanchon), da tutto il PR di Fillon e da tutti i centristi (Bayrou e Lassalle). Più qualche spurio, qui e là. Riuscendo, grazie al taboo Le Pen, a dar vita al Partito Unico dell’Inazione. Almeno per ora. La Storia dettagliata – e non detta – di questo progetto la troverete nella seconda parte. Qui, invece, avendo esaurito i flussi elettorali di Macron passiamo a quelli della Le Pen. Analizzati alla luce dei Lumi (proprio quelli citati dal Neo Presidente), essi ci riveleranno – con grande semplicità ed attraverso un confronto necessario – la vera grande novità di queste elezioni. Già, perchè Marine Le Pen è passata dal 21,3% del primo turno a quasi 35% del secondo. Ovvero, da 7 milioni e mezzo di voti a 10 milioni e mezzo. Ma da dove vengono questi non ‘antifascisti’? La risposta è assai semplice, proprio dai ‘più antifascisti’. Era già nell’aria: […]

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