Gentiloni imprenditore, Draghi finanziatore: il default è servito

Una nazione europea si trasforma in Stato totalitario: lui si gonfia, noi ci sgonfiamo. Senza troppo clamore.

Dalle cooperative dei migranti all’Alitalia, dall’ILVA a Piombino, dai call center agli avvocati: unico datore di lavoro, il Premier Gentiloni.

Nel frattempo si spegne l’attività privata. Come si pagano le tasse? Coi soldi del debito Pubblico.

Italiani drogati dalla guerra fredda. Ma nel 2017 ‘se la gode’ la Turchia.

Il ‘medico pietoso’ Draghi ‘fa la piaga verminosa’. Nonché il finanziatore, in bello stile MPS. Quanto dura?

L’epifania ci porta tanto – e solo – carbone.

befana1_b

Nota bene. Quel che segue non è un saggio di Scienza delle Finanze. Non si prefigge di essere esauriente e nemmeno ‘preciso’, nelle definizioni e nei meccanismi, presentati a livelli estremi di semplificazione, più che grossolana. Ha il mero intento di creare un po’ d’ordine intellettuale, rivolto alla comprensione istintiva d’un organismo socioeconomico – quello italiano – malato, insostenibile e matematicamente alla fine del percorso.

Presenza e ruolo dello Stato sono stati sempre evidentissimi, nella società e nell’economia italiana. Il nostro quotidiano – scaturito dal centralismo sabaudo, dal totalitarismo fascista e dal consociativismo statalista cattolico e comunista – ha vissuto nei decenni un’impennata dell’azione economica dei governi. Le numerose privatizzazioni non hanno mai davvero affrancato i grandi gruppi… e nel contempo – senza dar troppo nell’occhio, grazie ad una stampa servile e poco brillante –  moltissime imprese, un tempo effettivamente private  (o privatizzate) sono oggi entrate (o rientrate) nell’alveo pubblico, a titolo più svariato (gestione, finanziamento, partecipazione azionaria…). Tutto ciò in ragione della logica per cui esse – ridottesi in miserevoli condizioni per obsolescenza o mala gestione, spesso clientelare – ‘non potevano fallire’, a causa delle conseguenze sociali (e politiche, aggiungiamo noi) che avrebbe comportato la loro scomparsa. La lista è davvero lunghissima. Il Monte dei Paschi, il siderurgico ILVA, la ex Lucchini di Piombino, la ex Fiat di Termini Imerese, le banche popolari, la SAIPEM, l’Alitalia, i maggiori Call Center (che non appena si riduce l’enorme esposizione pubblica chiudono tutto)…

Ma anche uscendo dai grandi conglomerati citati, ciò vale per le cooperative che sfruttan… ehm… accolgono i ‘migranti’, per i migranti stessi, per gli avvocati che lavorano sempre più col gratuito patrocinio e via discorrendo. A loro – ed a tantissimi altri – aggiungasi la più tradizionale lista dei dipendenti pubblici, in senso lato e stretto: ministeriali, forze dell’ordine, insegnanti, magistrati, cancellieri, politici, amministratori, partecipate locali, nullatenenti sussidiati, postali, l’agenzia delle entrate, l’INPS, i pensionati (naturalmente), gli invalidi, Invitalia, le Asl, quasi tutta la stampa, la RAI, le ditte che vivono esclusivamente d’appalti pubblici… in sostanza, un numero incalcolabile di italiani è oggi ‘dipendente’ dallo Stato, direttamente o indirettamente, per il proprio reddito. Tutti a libro paga di Gentiloni, insomma. Ancor più ‘imprenditore massimo’ d’Italia di quanto lo furono Berlusconi, Letta, Monti, Renzi… perché ad ogni giro aumenta l’insostenibilità dell’attività privata, che finisce per determinare nuovo intervento pubblico e nuova impresa di Stato. 

E ciò è tanto vero che le cessazioni di attività, praticamente in ogni settore – con pochissime eccezioni che non alterano affatto l’andamento complessivo – galoppano. Procedure concorsuali, liquidazioni volontarie, semplici chiusure di saracinesche sono evidentissime sia nel nostro quotidiano che nelle statistiche. Lo Stato si gonfia, il privato si sgonfia, quasi come nella Cuba di Castro (storicamente amico dell’Italia, che coincidenza…). Ma, a questo punto, da dove proviene una gran parte delle tasse che il Tesoro ogni anno incassa? In sostanza, dallo stesso danaro che esso eroga alla lista di percettori che abbiamo abbozzato su. E questo denaro al Tesoro chi lo da? Abbiamo per caso inventato il moto perenne, sconfiggendo ogni regola della fisica e dell’economia? Ci piove dal cielo, avendo noi l’immensa fortuna di ospitare nella capitale il suo rappresentante in terra? Ahimè no.

grafico-debito-pil.jpg

Molto alla grossa, lo Stato – ingabbiato nella partitocrazia – recupera fiscalmente dai suoi cittadini/dipendenti/assistiti un 65% di ciò che esso si fa prestare sui mercati internazionali per darlo loro in ‘pagamento’. Proseguendo nel generare debito pubblico, il cui valore assoluto aumenta senza requie. Semmai, per fatti esterni, il peso degli interessi è talora calato. Ma la propensione all’indebitamento non si è mai arrestata: quel 35% che manca, ‘perso’ tra il compenso erogato ai cittadini e le tasse da loro pagate – cioè quello di cui noi viviamo – viene infatti rifinanziato ogni anno con nuovo debito, a scadenze brevi e lunghe, con interessi più o meno alti. Questo meccanismo prende le mosse già negli anni ’70 (come da grafico successivo), in coincidenza con quell’inasprirsi della guerra fredda che ci permise – giocando spregiudicatamente sia sul tavolo URSS che su quello USA – di trovare sempre nuove ‘autorizzazioni’ internazionali alla folle corsa.

debito-pubblico-italiano-1861-20071

Non a caso, il ritmo di indebitamento venne ridotto – dalla vertigine degli anni ’80 – solo in conseguenza del mutato scenario internazionale (caduta del muro di Berlino), che ne consentì ben meno. Ma, ripetiamo, senza mai uno stop: Nel 2017 sembra anzi inesorabilmente destinato a ripartire con balzi da rompicollo. Il nostro collo, si intende. A tali condizioni, è impossibile ridurre davvero il carico fiscale, diretto ed indiretto. Altrettanto aumentare la capacità di spesa degli italiani. Questo – e tanto altro – fa si che il cosiddetto ‘saggio naturale’ – ovvero la probabilità di successo di un’iniziativa economica o di un investimento sul suolo italico – sia davvero infimo. Da qui la conseguenza che vedremo nel prossimo grafico, sempre made in VINCITORI E VINTI. Gravissima per il futuro, anche immediato:

investimenti.JPG

Gli investimenti crollano. Rendendo impossibile la competizione tecnologica e il dinamismo imprenditoriale, quindi anche la riduzione della disoccupazione. Aumentando i carichi sociali, presenti e futuri, a carico dello Stato. Cioè ancora debito. E tasse. E poi nuovo debito, per la differenza inevitabile e crescente fra fabbisogno – nel senso atecnico in cui lo abbiamo inteso qui, da ILVA ai migranti ai docenti- ed entrate. Ma non basta. Aggiungiamo la curva demografica, in tutta la sua evidenza. Denatalità e disoccupazione giovanile ai massimi livelli si associano al numero crescente di anziani. Mentre molti giovani immigrati i quali dovrebbero compensare, almeno in parte, lo squilibrio finiscono con l’aggravarlo inesorabilmente, poiché non integrati.

demografia-italia-tempi-blangiardo-k.jpg

Chiedersi come questo meccanismo possa reggersi è sacrosanto. La guerra fredda di allora non c’è più e, giusto per fare un esempio, la Turchia pesa oggi infinitamente più di noi nella geopolitica. La nuova guerra (semi) fredda si combatte là… basta che pensiate al terrorismo italiano degli anni 70′ ed 80′, riapparso assai peggiorato sul Bosforo. Chi è quindi così folle da prestare ancora denari al decrepito debitore incallito, pozzo senza fondo e senza redenzione, dello Stato italiano?

La risposta si chiama BCE. E’ infatti Mario Draghi, italianissimo, ad operare quale medico pietoso, in soldoni inducendo tutti i paesi dell’area UE (ma l’Inghilterra è fuggita) a ‘garantire’ per noi – naturalmente non si tratta di vittime, ma di complici, ciascuno per fini propri che, però, non ci aiutano certo – comprando titoli italiani, col denaro che la Banca Centrale Europea ‘stampa’. Mantenendoli ad un tasso di interesse ridicolmente basso rispetto al reale rischio paese, che abbiamo appena mostrato nella sua spirale autodistruttiva. Notoriamente, il medico pietoso fa la piaga verminosa… dare eroina al tossicomane ne placa la smania, ma infine lo uccide senza scampo. Riassumendo, se Gentiloni è il nostro datore di lavoro, Mario Draghi è la banca che lo finanzia. Esattamente al modo in cui Monte dei Paschi finanziava De Benedetti. Che infatti invitava caldamente proprio il governatore BCE a sparare col famoso ‘bazooka’.

Il Monte dei Paschi, per inciso, finanziava anche la Marcegaglia. La quale, esattamente come De Benedetti, non ha mai restituito. Contribuendo al crack senese, coperto – per ora – coi nostri soldi. Ma la Marcegaglia debitrice morosa di MPS non è poi la stessa che dovrebbe comprare ILVA, entro gennaio? E ILVA non è quell’impresa, tornata allo Stato, che perde 50 milioni al mese e i cui stipendi degli operai son pagati coi soldi delle tasse, ovvero quelli del credito che la BCE ci consente di ottenere? Vedete come tutto si tiene? Ma sino a quando si tiene? Nel 2018 Mario Draghi dovrà lasciare la poltrona… che accadrà allora? O forse anche prima… le pressioni che riceve sono tante… e la deflazione è arrivata eccome, nonostante il flusso LTRO

Difficile fare una previsione che non sia più che nefasta. In questo campo non esistono miracoli e, del resto, la politica italiana si mostra cieca e sorda ad ogni realtà. Una cosa è però sicura. La befana 2017 porta solo carbone agli italiani. Cosa può attendersi un popolo che per egoismo e miopia ha già svenduto figli, nipoti e bisnipoti – cui consegniamo rovine, arretratezze, disoccupazione e debiti incalcolabili – se non carbone?

Dal 2018 potrà darsi che ci toccherà per intanto vendere noi stessi. E quel po’ che ci rimane.

Annunci

5 commenti su “Gentiloni imprenditore, Draghi finanziatore: il default è servito

  1. […] cercava di non prendere una posizione netta. Chi volesse leggere il testo del quesito non ammesso, lo trova qui. Costituzione, logica e precedenti specifici dell’Alta Corte andavano in una sola direzione: […]

    Mi piace

  2. L’ enfasi che poni sulla crescita enorme del debito pubblico non considera il fatto indiscutibile che dagli anni 90 siamo praticamente sempre, tranne una breve fase, in avanzo primario, essendo il deficit rappresentato dagli interessi sul debito. L’ Italia è un paese produttore di merci e votato all’ export, che ha realizzato la propria crescita economica nel dopoguerra e fino agli anni 80. Da allora qualcosa ha rotto il meccanismo della crescita ed è iniziata una lunga fase di rallentamento della produttività, della domanda interna e dei salari, interrotta solo dalla ripresa del PIL e delle esportazioni degli anni 1994-1995-1996. Cosa è successo in quegli anni ? La tua analisi ignora il ruolo giocato dagli accordi monetari. Nel 1979 l’ ingresso nello SME (sistema monetario europeo) che comportava un aggancio valutario prima debole, poi più rigido tra la lira e il serpente delle monete europee. Infatti nel 1992 subimmo una prima crisi profonda dovuta al crollo delle esportazioni e all’ aumento delle importazioni (deficit commerciale e della bilancia dei pagamenti). Al punto che dovemmo uscire dallo SME, e svalutare la lira. Tralascio il dettaglio che nella assurda difesa del cambio sopravvalutato della lira del 1992 il Tesoro e la Banca d’Italia (Amato-Ciampi) dilapidarono una montagna di risorse finanziarie sotto l’ attacco della speculazione, dovendo poi alla fine uscire dallo Sme e svalutare. Nel 1993 e fino al 1996 la lira, fuori dagli accordi di cambio fluttuò come il mercato richiedeva e noi andammo come paese alla grande. Ripresa dell’ export, PIL in crescita del 3 %, deficit contenuto. Ma nel 1996 arrivò Prodi con la sua folle idea dell’ ingresso nell’ euro e la tassa per l’ Europa. Infatti dal 1997 noi rientrammo nel sistema di cambio rigido europeo (ECU) e le cose ritornarono a virare per il peggio. Dopo sappiamo come è andata, è storia dei giorni nostri. Una moneta sopravvalutata, mentre i tedeschi hanno fruito di una moneta sottovalutata. E nel 2011 arrivò Monti con la benedizione della sinistra e della destra, un taglio della domanda interna senza precedenti e un crollo della nostra produzione industriale e dei nostri redditi come nemmeno dopo una guerra. A tale proposito vale la pena di leggere “Il tramonto dell’ euro” del Prof. Alberto Bagnai, uno straordinario documento sulle cause del nostro declino. Vorrei concludere questa mia annotazione facendo notare il fatto incontestabile che la causa della crisi sono stati i debiti privati ed esteri (PRIVATI ed ESTERI), non pubblici, dei paesi del sud Europa (Spagna, Grecia, Portogallo, Italia) ma anche dell’ Irlanda, causati da uno squilibrio dei finanziamenti privati dalle banche del Nord ai paesi del Sud Europa. Squilibrio generato dalla ingiustificata fiducia dei prestatori del Nord verso le aziende e le famiglie dei paesi del Sud che si indebitavano sempre più, all’ interno della moneta unica. Cioè è stata la falsa fiducia e i bassi tassi di indebitamento dell’ euro che hanno favorito la nascita dello squilibrio di finanza privata. Dopo sono iniziate le crisi bancarie, i salvataggi di Stato e la crisi da finanziaria è diventata economica con i fallimenti, i costi per gli Stati e la crescita dei debiti pubblici.
    Cioè l’ esplosione dei debiti pubblici, e quindi anche del nostro, sono stati determinati in gran parte dalle asimmetrie di una rigidità di cambio monetario (l’ euro) che non consente aggiustamenti mirati nelle finanze private dei singoli paesi, generando bolle finanziarie che poi esplodono con danni terribili.
    Questa analisi è peraltro confermata dal vicepresidente BCE Vitor Constancio, nel suo discorso del 2013 che puoi trovare anche qui
    http://vocidallestero.blogspot.it/2013/06/la-bce-scopre-che-il-problema-e-la.html

    Mi piace

    • Abate di Theleme ha detto:

      L’euro e la burocrazia UE quale capro espiatorio di ogni cosa è pannicello caldo, che sopravvaluta enormemente le potenzialità della moneta e della svalutazione, allontanandosi dalle teorie che le regolano pur di consentire al paese una facile autoassoluzione.
      L’Italia non è più competitiva da decenni, perché gerontocratica, clientelare, demeritocratica, clericale, dirigista, partitocratica, etc.. In sostanza, un incrocio fra fabbisogni occidentali, società secentesca e dinamiche di socialismo reale. Quale la politica nazionale ce la dipinge.
      Nel lungo periodo essa non poteva non pervenire al crollo, anche perché sprovvista di materie prime e di peso militare e geopolitico.
      Ciò non toglie che nella mia grande semplificazione – tale l’avevo definita in esergo – non abbiano trovato spazio dinamiche finanziarie e valutarie importanti, quali quelle che tu rappresenti.
      Grazie per il notevole intervento.

      Liked by 2 people

  3. […] Gentiloni imprenditore, Draghi finanziatore: il default è servito […]

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...