Il Mattarella Blues pervade l’Italia: l’agonia pentatonica di Gentiloni

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John lee Hooker e  Mattarella, ovvero il blues e la trick bag democristiana.

Lo shopping fra le lapidi dell’oligarchia italiana, ritmato dalle consultazioni: it serves you right to suffer!

Paolo Gentiloni Silveri, detto ‘l’africano’: da Rutelli al burning hell libico.

Ma la figura al di sotto delle parti potrebbe essere un’altra. Cercasi the Healer che agevoli Forza Italia, se il PD si divide.

Suona the same old blues again e l’Italia sembra inabissarsi: i tempi saranno maturi per il Boom Boom di Grillo? (Non prima del Settembre 2017)

Chiudiamo con Sciascia.

Il No alle mediocri riforme costituzionali ha rigettato la consolatoria, evirata melodia de ‘Il volo’ – tutta per il SI – e si è tuffata in un maschio blues economico, politico sociale che non farà prigionieri. Il blues è infatti espressione di una malinconica sofferenza che trova però all’interno il vigore necessario per esorcizzarsi e superarsi. il-voloUna struttura ipnotica, incardinata nella scala pentatonica, che fu definita la musica del diavolo, ai tempi di Robert Johnson e non solo. Blues e rock sono stati sempre massimamente malvisti dai clericali, sino ai nostri giorni: come dimenticare la crociata di Mattarella contro Madonna, in combutta con numerosi vescovi… e correva l’anno del signore 1990. Insomma, energia, emozione, azione nel blues vengono incatenate e scatenate di battuta in battuta, con cromatismi capaci di neutralizzare la monotona cromatina e brillantina di cui sono ricoperti calzari e capelli dei malnati e canuti eredi degli Andreotti, dei Piccoli, dei Fanfani, dei Forlani. Quale migliore guida alle vicende politiche in corso, quindi, di John Lee Hooker, auctoritas fra le maggiori di Theleme? Sarà un po’ lui il nostro Virgilio, nell’inferno democristiano di questi giorni. Pur non essendo indispensabile, si consiglia caldamente al lettore l’ascolto dei brani inframmezzati al testo, in un inedito e interattivo pastiche politico – musicale: con crescendo non rossiniano, essi ci condurranno in superficie, ‘a riveder le stelle’. Le cinque stelle che ci attendono al varco per vergare l’epitaffio del post fascismo repubblicano: Se il paese non avrà saputo tagliare di netto col passato, avrà bisogno della dinamite grillina. Che farebbe Boom Boom.  

Nella foto di copertina Mattarella cammina fra gli avelli, come un Keats qualunque. Essi contengono le anime dipartite dei suoi politici di area, che egli ha il compito di rievocare dal regno dei morti di democrazia, per dare un governo indesiderato al paese e riceverne le maledizioni. Una diabolica trappola (trick bag) in cui, essenzialmente, egli vaga in attesa di acquistare alla DC la sua lapide funeraria (shopping for my tombstone). E la cosa lo tormenta, perché per lui – come per Renzi, Gentiloni e mille altri – la DC era e resta la mamma, senza cui nella vita non si sarebbe certo portato a casa tanto pane (Don’t be messing with my bread). Il ritmo gravemente sincopato delle due composizioni ci regala tutto il gusto delle consultazioni, con ben 23 capigruppo – cui in genere non corrisponde alcuna realtà nel paese – e figure istituzionali di contorno. Qualsiasi scelta Mattarella compia infatti – tranne elezioni immediate che la stessa Costituzione gli preclude (laddove mai avesse alcuna intenzione in merito) – essa gli causerà l’eterna disistima di almeno il 60% degli italiani: it serves me right to suffer, it serves me right to be alone.

Ma lasciamo Mattarella alle sue notti insonni nel gelido Quirinale – col solo conforto di milk, cream and alcohol – perché il rito vodoo fra i sacelli ha avuto un primo esito. L’incarico di formare il governo è infine affidato a Paolo Gentiloni Silveri. Sarà davvero lui il Baron Samedi traghettatore dei defunti centristi oltre l’assicella del settembre 2017, quando i parlamentari di ogni formazione politica avranno finalmente acquisito il diritto al vitalizio? Per intanto qualche nozione biografica.

Ecco cosa sappiamo del conte Paolo Gentiloni Silverj (omonimia non casuale col Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, autore del celebre patto papalino giolittiano):

discendente di una nobile stazza di marchigiani imborghesiti e trasferiti nella capitale, è così, un uomo per tutte le stagioni. Soprattutto le mezze stagioni, quelle che notoriamente non esistono più e quindi sono perfette per lui che si nota allo stesso modo se c’è o non c’è. Da politico ha sempre vissuto negli interstizi del potere, incarnando lo Zeitgeist del tempo ma sempre in seconda fila, dove si sta più comodi. Nato cattolico, sedotto nei primi anni Settanta dalla sinistra extraparlamentare che si dissolve senza avvertirlo, si ricicla in ambientalista negli anni in cui green is the new black e da direttore della rivista di Legambiente La Nuova Ecologia conosce Francesco Rutelli, del quale diventa portavoce quando questi viene eletto sindaco di Roma, nel 1993. La stagione del rutellismo, mai abbastanza rimpianta nella capitale, se la fa tutta. L’ultima pagina è però infelice: nel 2001 Rutelli è il candidato premier contro Berlusconi, e Gentiloni ne è il megafono: promette un faccia a faccia televisivo tra i due candidati che non si farà mai. In trance agonistica garantisce una vittoria che non ci sarà, perché il Cavaliere asfalta il sindaco con oltre 5 milioni di voti di vantaggio.

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Gentiloni, sarà lui il baron Samedi DC?

Così Gentiloni torna a tacere e si ricicla. Saluta Rutelli e si fa eleggere con la Margherita, di cui è uno dei fondatori, alla Camera dei Deputati dove si dà alle telecomunicazioni, diventando presidente della Commissione Rai e, nel 2006, con il governo Prodi-bis, ministro. Qui ingaggia la battaglia delle battaglie: abbattere la legge Gasparri da Prodi ritenuta troppo filoberlusconiana. Non ci riesce, così come si arena la riforma della Rai che sottrarrebbe la mamma delle tv al ministero dell’Economia; il governo Prodi dura un amen, e lui passa alla storia come il ministro delle promesse non mantenute. «Er Fotocopia» rientra nei ranghi, viene rieletto deputato anche nel 2008 e nel 2013, nei ritagli di tempo fonda il Pd e diventa l’eterno candidato a sindaco di Roma. Fin quando Renzi lo riporta al governo come ministro degli Esteri.

Segnalatosi apertamente mendace, in merito alla liberazione prezzolata delle cooperanti Greta e Vanessa (con italica ‘cresta’ inclusa), egli non riesce a difendere adeguatamente la posizione italiana sul caso dei due marò, dopo anni di prigionia finalmente in Italia ma ancora soggetti alla corte indiana (che nemmeno ha iniziato a processarli). Non pervenuto sul caso Regeni che, pure, ha palese rilevanza geopolitica, il papalino Gentiloni si fa detestare da Israele, in seguito all’astensione sulla tristemente famosa risoluzione Unesco che cancella l’eredità storica ebraica in Gerusalemme. Ma fosse solo questo… si dice sicuro che Brexit non vi sarà, grida un bel ‘forza Hillary!’a New York, prima delle elezioni (immaginate quanto lo amino chez Donald…) e, per non farsi mancar nulla fra i successi che lo rendono meritevole dell’incarico da premier, è paladino senza se e senza ma del SI al referendum. Eppure questo è nulla, rispetto all’inferno di fiamme e macerie che ha contribuito a far prosperare nel Mediterraneo. Un autentico burning hell che merita tutta l’attenzione, oltreché l’ascolto.

La Libia pervenuta al governo Renzi era già un campo di battaglia, senza dubbio. Suddivisasi in zone tribali subito dopo la morte di Gheddafi, qualche anno prima vi si era consumato il decesso dell’ONU quale istituzione in grado di incidere per compromessi sulla scena mondiale (chi volesse approfondire sul serio, legga QUI). Ma pur di proseguire un’impossibile politica di influenza autonoma – senza averne i mezzi economici, militari e l’arguzia diplomatica – Gentiloni ha fatto come se nulla fosse, appoggiando il presidente Serraj il quale, nei fatti, era rimasto quasi completamente isolato. Tripoli stessa, dove venne sbarcato con un’azione da operetta, è ormai in buona parte sfuggita al suo controllo. Del tutto fuori del controllo di Serraj, invece, sono le principali regioni petrolifere della Cirenaica, un tempo dependance dell’ENI ed oggi invece saldamente nelle mani del generale Haftar, dipinto in Italia come un ‘signore della guerra’, quando invece gode dell’appoggio di buona parte del popolo libico, della Francia, dell’Egitto, della Russia e della neutralità non sfavorevole degli USA (e di una quantomai ambigua Inghilterra). Le ditte italiane ed i loro dipendenti in loco, come numerosi fatti di cronaca hanno dimostrato, rischiano moltissimo ogni giorno. Insomma, a 130 anni dalle gesta crispine, la Libia ci è nuovamente preclusa, fruttando solo ‘migranti’ che arrivano in Italia attraverso un’oscura rete che collega servizi, malavita internazionale, marina militare, cooperanti rossi e bianchi, Vaticano, governo nazionale ed Unione Europea a trazione tedesca.

Basterà questo pedigree autodistruttivo a fare di Gentiloni l’arcano Loki che prepara il Ragnarok, ‘in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato’? Forse si, forse no. Perché una prova crudele attende il vero incantatore chiamato a riunire sotto di sé i democristiani, per troppo tempo nascosti in formazioni politiche sedicenti laiche, di destra e di sinistra. ‘L’incantatore’ in inglese si traduce The healer. L’inconfondibile chitarra di Santana affianca la voce di Hooker, anziano ma ancora graffiante, impastandosi col fluido, equivoco futuro prossimo dei nostri politicanti.

La prova consiste nel riuscire in ciò che fallì sempre a Matteo Renzi, tanto nel palazzo quanto nel paese: dare un’unica bandiera baciapile ai centristi del Partito Democratico (ovvero l’appassita Margherita) ed a quelli presenti di Forza Italia, in parte già palesatisi con Alfano e Verdini. Gentiloni e la probabile compagine di ministri (Alfano agli esteri?? Boschi bis?? La foglia di fico Emma Bonino??) appaiono e sono troppo renziani sia per Berlusconi che, soprattutto, per il suo elettorato. Non dimentichiamo mai il fatidico settembre 2017, prima di cui – raccontano i libri dell’Edda – il Ragnarok elettorale pare non esser possibile. Dureranno così a lungo gli equilibri del PD, spaccato nettamente in due fra l’ala ex DS e quella ‘petalosa’? Tutto il Wahalla PD trema per i colpi che si scambiano gli dei (Emiliano, Renzi, Franceschini, Letta, D’Alema, Prodi) … un para congresso sembra essere in arrivo, con tanto di primarie (da primati, si intende). E se un giorno gli onorevoli amici del Conte Paolo non dovessero risultare sufficienti? Chi potrebbe allora salvare il Caronte DC, ed il suo carico d’anime ancora senza vitalizio, se non il prode Silvio? Ecco quindi fare necessario capolino, oggi o domani – ma non dopodomani – la figura di un sedicente terzo, raccattato dalle istituzioni o magari da mondi paralleli di linguadoca, che non interrompa quella solita solfa italiana del dopoguerra: the same old blues again. Oh yes…

Ecco la colonna sonora perfetta, sofferta e struggente, per lo scenario apocalittico di Monti dei Paschi senza paschi, di siderurgici senza acciaio, di sinistra capitalista e di destra salariata, di debito pubblico senza debito e di deficit deficiente. In questo contesto la bramosia di una soluzione finale, la voglia di vivere a rischio di morire, potrebbe pervadere la maggioranza del popolo sovrano – un anticipo lo abbiamo avuto al Referendum – affidando al clone contemporaneo dei piagnoni di Savonarola, noto come Movimento Cinque Stelle, il governo della nazione. Un’elezione esplosiva che si udirebbe sino in Cina e travolgerebbe tutto, per primi i neogovernanti. Lasciandoci in mutande ma aprendo nuove strade, dopo quaranta anni di fossilizzazione: Boom Boom, I’m gonna shoot you right down…‘ canta John Lee Hooker. Potrebbero costringerci a fargli da coro, se la barca DC rifiuterà di cambiare la rotta anche con la prua sugli scogli.

Ma attenzione, non si apre impunemente il vaso di Pandora. A Theleme già pensiamo ad avversare la magistratura ‘militante’ nel suo tentativo di occupare il vuoto politico –  in procinto di divenire assoluto – che essa stessa ha contribuito a creare. Tentativo di cui la base elettorale grillina è insostituibile comprimaria ed inconsapevole grimaldello. Chiudere citando Sciascia non paia fuori luogo:

“Ieri c’erano vantaggi a fingere d’ignorare che la mafia esistesse; oggi ci sono vantaggi a proclamare che la mafia esiste e che bisogna combatterla con tutti i mezzi”

Ma questa è un’altra storia e la si racconterà un’altra volta.

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2 commenti su “Il Mattarella Blues pervade l’Italia: l’agonia pentatonica di Gentiloni

  1. […] Tornando un attimo a premier e ministri, la stessa scelta di Gentiloni è sprovvista di qualsiasi ragione che non sia emergenziale. Forse non sarà male dare nuovamente conto di chi egli sia. Dal post precedente: […]

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  2. […] a caso avevamo già ritratto il Presidente Mattarella quale becchino del centrismo cattocomunista (il Mattarella blues pervade l’Italia…) ed il PD come partito ormai cancellato dal popolo (La politica cancella il paese, il paese […]

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