Brexit: Il Regno Unito lascia la UE, ma l’Italia ha già lasciato il mondo.

Il voto nel Regno Unito. Un Popolo che non ragiona solo con la pancia ha governanti che non agiscono solo per conservare il potere.

L’Inghilterra e il suo universo: c’è chi può e chi non può. Noi non può. Svalutazione si, ma soprattutto guerra fredda.

I guai li passa l’Europa che ha voluto tenere la Grecia e perdere il Regno Unito. In primis l’Italia: rimarrà nella UE, ma è già da tempo fuori dal mondo.

Riduciamo il danno privato, certamente in arrivo.

Alla Scozia potrebbe bastare assai meno di un nuovo referendum.

*Supplemento necessario: Gazzetta e Repubblica, la prova del nove.

Stamp printed in Australia shows a portrait of Queen Elizabeth I

AUSTRALIA – CIRCA 1947: A stamp printed in Australia showing queen Elisabeth II., circa 1947

Non era agevole prevedere il risultato di questo referendum inglese, presentato peraltro attraverso un quesito fornito della chiarezza necessaria ad una votazione popolare. Che in Italia non conosciamo, a causa dell’insincerità della nostra democrazia. Ma una cosa era sicura e l’abbiamo evidenziata sin dalle prime ore del tristissimo, inquietante, fatto di sangue che aveva segnato i giorni immediatamente precedenti la votazione epocale:

cox 2

Gli inglesi non votano solo con la pancia, checché ne dicano gli stessi sedicenti esperti italiani di politica internazionale che in questi ultimi anni non ne hanno mai azzeccata una (ne parleremo dopo) e oggi si scagliano contro ‘popolo’ ed ‘anziani’, responsabili a loro dire del risultato. Come se democrazia universale non significasse, appunto, questo. E l’esperienza e la semplicità non fossero anch’essi valori universali, al pari della gioventù e della complessità. I cittadini britannici sono consapevoli sia dei loro limiti – e da sempre ciò li porta a comprare quel che apprezzano e manca loro (oppure direttamente a saccheggiarlo) – che della loro forza. Scambiare l’Inghilterra per una nazione europea come altre è del tutto fuorviante. Solo la Francia, ma sino ad un certo punto, può esserle paragonata. Tant’è vero che mentre Parigi non ha più la sua valuta, al pari di Italia e Germania, La Gran Bretagna l’ha conservata. E la cosa le è infine tornata assai comoda. Ma come ha potuto quell’isola rocciosa – dove non cresce l’ulivo, non c’è il bidet e si producono 5 varietà di formaggio al massimo – permettersi questi lussi persino nel mondo globalizzato, mollando un sonoro ceffone al continente intero? 

I motivi sono tanti, ma ne evidenzieremo solamente 4.

  • L’Inghilterra è vincitrice della seconda guerra mondiale, non ha mai ceduto sovranità a memoria d’uomo ed è l’inventrice della globalizzazione, da cui quindi sa come non farsi schiacciare. La sua lingua è il latino degli ultimi 150 anni, i resti del suo impero le consentono ancora oggi di influenzare e controllare punti nevralgici del pianeta. Dalle Falkland a Gibilterra.
  • Londra è il cervellone di una miriade di Stati, piccoli e grandi, riuniti nel Commonwealth. Le elites di tutti quei paesi – ben 53, dal Canada all’Australia (che hanno la Regina come capo di Stato), dall’India al Camerun a Singapore – sono spesso formate lì. Con quel che ne comporta, in termini di solidità dei rapporti e di influenza. Gli scambi commerciali fra la ex potenza coloniale e le sue ex colonie sono più che mai fiorenti. Anzi stanno spingendo sull’acceleratore persino dal punto di vista militare. E da qui discende il prossimo punto.
  • Il Regno Unito è anche a capo di temibili forze armate. Con corpi di assoluta eccellenza, dai Gurka nepalesi ai desert rats. La sua famosa marina scorrazza per i sette mari. Ed eccelle nella sommergibilistica e radaristica (mentre la nostra, piagata dagli scandali, usa le esigue risorse rimaste, dopo il soldo dato a pletorici ufficiali e sottufficiali, per acquistare mezzi atti al recupero di africani su gommoni). Per di più, ha da qualche anno rinsaldato un’entente cordiale con la Francia, che porta in dote le portaerei e gli eccellenti Rafale.
  • Il sistema economico britannico, pur non esente da difetti e guai, viene direttamente dai lombi di Adam Smith e John Stuart Mill. E scusate se è poco. Improntato ad una decente meritocrazia, non soffoca la libera impresa e cerca di competere alla pari col resto del mondo, sovente riuscendoci. Senza attardarsi troppo in protezionismi e sostegno ad imprese decotte. In più è tradizionale crocevia di interessi e gestioni finanziarie, che fanno della borsa londinese la terza al mondo per capitalizzazione.

Essa s’è pertanto sentita in grado di rigettare l’Europa burocratizzata, a trazione germanica e banchiere italiano, cui si era aggregata nel dopoguerra per sbirciare quel che accadeva oltre la Manica, agevolare un processo di pacificazione fra Francia e Germania – che resta l’enorme successo della Comunità Europea – ed impedire alla Russia di esportare ancor più il suo imperialismo ideologizzante. Questi scopi sono stati raggiunti, egregiamente. I nuovi scopi, maldestramente perseguiti dalle pallide controfigure dei grandi politici europei succedutisi sino agli anni ’90 (da De Gasperi a Kohl), non sono interessanti. Anzi, vengono ritenuti deteriori. Perché alla paralisi politica della Comunità – cui i governi inglesi hanno sempre dato un aiutino, non desiderando egemonie di sorta o colossi coi quali confrontarsi – si è sopperito con una iper regolamentazione dirigista ed accentratrice e con una politica monetaria che finisce per fare da stampella agli stati più deboli, male amministrati e clientelari, deprimendo progressivamente i più progrediti ed efficienti, che pure miopemente beneficiano nel breve  (leggete qui su Germania e Grecia). Capolavoro di questo percorso a ritroso è stata la gestione della crisi greca: a causa del perverso rapporto che ormai lega i burocrati UE alle oligarchie maggiormente retrive e meno disposte ad abbandonare le ideologie e le prassi del novecento, essa ha dato la stura ad ogni spinta centrifuga del continente. Ricatti continui visti come mero azzardo, da giocare per estorcere pesanti deroghe a quelli che dovevano essere i capisaldi dell’Europa Unita del futuro. Ma senza rischiare davvero di ritrovarsi con la propria dracmetta, o liretta. Brexit è anche un atto d’accusa, senza appello, di queste elite comunitarie e di queste scelte fallimentari. 

commonwealth

La linea insostenibile sull’afflusso dei cosiddetti migranti ha, in buona parte, rappresentato goccia tale da far traboccare il vaso. La Gran Bretagna si presentava al voto gonfia di immigrazione comunitaria, che ha ampiamente goduto di benefici originariamente pensati e pagati dai sudditi di sua maestà, nonché di un sistema economico ben più gratificante di quello italiano e francese. Di immigrazione dal Commonwealth, poi, erano pieni da decenni… La disponibilità ad accogliere altri bisognosi ‘non profughi’ era pertanto già ridotta al lumicino. Quando, durante la campagna per brexit, sono emersi anche gli accordi segreti fra governi, integrati nel recente trattato con la Turchia e finalizzati alla libertà per i cittadini di quel paese di circolare in Europa, è parso evidente che un’ulteriore frattura s’era ormai generata fra la Commissione Europea, il Consiglio d’Europa, il Governo ed il Popolo inglese. Che da secoli s’è distaccato dalla retorica vaticana e non ha mai davvero aderito a quella comunista. E quindi guarda con avversione all’idea surreale (mossa da ‘carità’ assai pelosa, ammantata di bontà e progresso) per cui i confini degli stati rappresentino il male assoluto. 

Questo detto, quali le conseguenze prevedibili della brexit? Piovono da mesi studi, ricerche, indagini, previsioni. Chi le brami le troverà copiose, in rete. Qui ci limiteremo a immaginare che il contraccolpo per la Gran Bretagna sarà forte ma non terribile; che la sua borsa continuerà ad essere la grandissima piazza che è; che la cospicua somma annuale risparmiata (il 12,5% del budget complessivo UE) permetterà al governo inglese dei bellissimi programmi di sviluppo per i fatti propri (magari in quella Scozia che oggi si lamenta, con buona ragione), senza attendere le vengano imposti dalle stanze dei bottoni di Bruxelles. Crediamo potremo continuare a visitarla con la sola carta di identità, se europei…e no, dazi spaventosi nel commercio, che danneggerebbero entrambe le parti, non li vediamo probabili. Del resto i prossimi due anni saranno dedicati, appunto, a tali trattative. E ad un mucchio di altre.

Ma che succederà alla zona euro? Qui il discorso cambia.

  • La crescita complessiva è bassa;
  • i debiti pubblici in genere alti;
  • Il recente accesso di numerosi paesi dell’est ha reso disomogenea l’Unione su punti qualificanti;
  • la tassazione elevatissima a fronte di un dinamismo imprenditoriale ridotto, col risultato di un gran numero di disoccupati;
  • le spese degli apparati statali sovente fuori controllo e le tradizionali industrie di Stato messe in ginocchio dalla concorrenza mondiale;
  • la politica di numerosi paesi in preda al populismo più sfrenato, o in mano a mezze figure, figlie di concezioni superate dalla Storia;
  • la BCE che si spertica in operazioni monetarie dall’insuccesso sicuro, le quali sempre più a stento salvano i paesi dalla speculazioni ma divengono licenza per proseguire storici clientelismi e ritardi culturali.

A questo aggiungiamo l’uscita improvvisa dal giro di un grande paese e numerose altre proposte di recesso unilaterale dall’euro, da essa innescate (naturalmente nei paesi più ‘forti’, che meno temono di trovarsi soli, almeno per un po’). Ed il quadro si delinea. Se ne può dedurre che il valore della valuta euro, nei confronti del resto del mondo, è destinato a scendere (o, peggio, ad essere instabile) a lungo e con esso, soprattutto, l’affidabilità dello stesso percorso di integrazione europea. Senza addentrarci nelle enormi complessità economiche e finanziarie di queste due evenienze, per tacere delle tante altre connesse, è facile che stati quali la Grecia, la Spagna, il Portogallo e soprattutto l’Italia (che condensa le problematiche sopra enumerate al massimo livello) saranno sottoposti a grande stress: gli anni dei tassi bassissimi a cui collocare il proprio debito sono finiti, perché la garanzia sottostante, rappresentata dalla Comunità Europea, si è ridotta traumaticamente di un pezzo assai pregiato. E quindi è andata smarrita la certezza che, nel bene o nel male, l’Unione avrebbe proseguito senza inciampare nella strada dell’integrazione: non vi sarà investitore, fuori dagli Stati Europei e dalla BCE, che potrà non tenerne conto.

La sola parola flessibilità dovrebbe oggi suonare come bestemmia (ed invece sarà invocata come toccasana, in specie da noi, con l’unico scopo di aumentare le forze centrifughe in Olanda, Danimarca e ovunque vi siano conti accettabili). Dobbiamo insomma entrare nell’ottica per cui l‘Italia potrà subire nuovamente l’assalto della speculazione e l’abbandono degli investitori finanziari. Da qui problemi di cassa e problemi di spesa. Quindi tagli, forse anche di previdenza sociale, e possibili prelievi forzosi sui conti correnti. Col rischio di un uso spregiudicato della Cassa Depositi e Prestiti quale tampone assistenziale camuffato da pianificazione industriale, da noi tante volte paventato e stigmatizzato. Cioè della dilapidazione delle ultime risorse ‘vere’ del paese. Dopo cui c’è solo miseria generalizzata e default.

Ancor peggio sarebbe credere di poter paragonare Mattarella, che firma qualsiasi cosa governo e camere gli mettan davanti, alla Regina Elisabetta, la quale passeggiava fra le bombe durante la seconda guerra mondiale per rincuorare il suo popolo. Ovvero, pensare che se l’ha fatto l’Inghilterra lo possiamo fare anche noi. Senza Commonwealth, senza esercito, senza Mill, senza posizioni strategiche di rendita, senza grandi reti, senza controllo diretto delle materie prime. Il risultato sarebbe grossomodo l’Argentina bis. L’idea che ‘usciamo così svalutiamo, lo facevamo con Craxi ed Andreotti ed andava bene’ è un tipico esempio di come in Italia poco si sappia di tante cose…e si scambi la conseguenza per la causa. All’epoca, gli stati produttori industriali di beni finali e strumentali erano nel mondo forse un terzo di quelli attuali. Per farla breve, se volevi una Vespa era solo italiana. All’epoca, noi pencolavamo fra Unione Sovietica e Stati Uniti e sia l’uno che l’altro ci riempivano di denari – e ‘fideiussioni’ geopolitiche – perché non passassimo definitivamente al fronte avverso. All’epoca, il presidente della camera di commercio di Milano poteva essere un abile trentenne… Informatevi oggi. All’epoca, Craxi ed Andreotti erano quelli di Sigonella. Renzi ed Alfano son quelli di Lampedusa.

craxi andreotti

Andreotti e Craxi, nei giorni di Sigonella

In conclusione, l’Italia è in procinto di star male in quel che rimarrà dell’Unione Europea, eppure potrebbe stare ben peggio fuori da essa.

Ma se con albagia gli inglesi si son tolti la soddisfazione di uscire dall’Unione Europea, possibile che noi italiani, quelli di Dante e Galilei e Fermi e Pareto e Croce, non ce ne siam tolti nessun’altra? Non siamo usciti da nulla? Di primo acchito, sembrerebbe proprio di no. Ma ci sbagliamo: l’Italia sono anni che è uscita direttamente dal mondo. Non sapendo né volendo raccontare più nulla di vero del nostro paese, viviamo in un’allucinazione collettiva, di cui la politica è l’ideatrice, i media il megafono, il popolo l’utente assetato di sedativi. E pieghiamo sistematicamente ciò che accade fuori dai nostri confini intorno alla sagoma di questa allucinazione. L’affermazione vi parrà un po’ forte, quindi chiuderemo con una serie di esempi eclatanti (in realtà sono migliaia, divertitevi se volete a completare la lista) atti a dimostrarlo apoditticamente. Elenco di cui la narrazione della brexit (e l’ipotesi di nuovo referendum in Scozia) rappresenta solo l’ultima voce.

Nel 2011, subito prima del disastro libico – cui abbiamo dedicato ampio spazio in passato – il ministro degli esteri Frattini esterna sull’Africa:

“Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi“

E che succede dopo 4 anni con Gentiloni? Che la Farnesina nel dicembre 2015 dava

Quaranta giorni di tempo per formare un governo di unità nazionale in Libia. Un accordo che si spera sarà firmato mercoledì in Marocco, ma sul quale si è lavorato fino all’ultimo e non solo alla Farnesina. Alla fine il documento ha incassato il «pieno sostegno» da parte dei 18 stati presenti ieri a Roma per il summit sul paese nordafricano, oltre che da Onu, UE, Ua e Lega Araba. L’Italia giocherà «una parte fondamentale» nelle «prossime settimane e mesi, nel quadro delle decisioni dell’Onu e sulla base delle richieste del nuovo governo libico»

La Libia è a tutt’oggi nel pieno di una guerra civile sanguinosissima in cui l’Italia conta sempre meno.

Nel 2013 Berlusconi a Palermo garantiva nuovamente l’immediata partenza dei lavori del Ponte sullo stretto di Messina, duramente avversato dal PD:

Nel 2015, Franceschini trovava che il Ponte fosse un’ottima idea ed era contento della sua futura realizzazione, per come promessa da Renzi:

Inutile dire che del Ponte non v’è traccia e quasi altrettanto dicasi delle migliorie all’asse viario calabro – siculo… eppure i media italiani si sono sempre accodati acriticamente a queste affermazioni, generando una vera e propria realtà virtuale, lontanissima, come si diceva, dal mondo. Ma avviciniamoci temporalmente…

Trump vincitore delle primarie Repubblicane (con record assoluto di celerità)?? Ma nemmeno per sogno, nella penisola recepiamo solo le analisi politiche che si snodano nella direzione agognata: ecco il fenomeno ‘elefante nella stanza’ che Linkiesta descrive, dopo aver contribuito essa stessa alla sua creazione:

Oltremanica, e dall’altra sponda dell’Oceano, si usa definire “elefante nella stanza” una realtà che, sebbene sia ovvia e davanti agli occhi di tutti, viene continuamente ignorata o minimizzata. Una espressione che, oggi, calza perfettamente per descrivere ciò che sta avvenendo con Donald Trump.

Persino AGI si era lanciata con una certa convinzione nell’incredibile ipotesi ‘brokered convention’, perché se Trump non dava mostra di perder subito – come da loro previsto – egli non avrebbe però raggiunto il numero di delegati:

Il ribaltone va lentamente prendendo corpo in quella miriade di conciliaboli e convention locali che, passato il momento dei riflettori e delle primarie, concretamente selezioneranno nei prossimi tre mesi i nomi da mandare a Cleveland. Qui come ovunque, chi ha in mano la macchina del partito comanda, anche se ha perso nelle urne. E qui subentra anche il secondo elemento di forza dei complottardi: l’insipienza del candidato da battere. Uomo per sua natura poco incline a rompersi la testa sui dettagli, Trump ha trascurato questo aspetto della faccenda, come anche piu’ colpevolmente hanno fatto i suoi uomini.

Con la conseguenza che gli italiani finiscono ormai per cader dal pero di fronte alla ‘realtà del mondo’, malissimo informati dalla loro stampa: Oggi Trump è il candidato repubblicano, favorito sulla Clinton. Se lo dici In Italia ti guardano come fossi un marziano, poiché si da spazio solo a sondaggi che neghino questa possibilità…ma l’incredulità italiana fa quasi da prova del nove: facile prevalga sul serio, unendo ai suoi voti una parte di quelli di Sanders, cosa già ritenuta altamente probabile.

E veniamo all’economia, anzi all’industria. Il caso più formidabile è il siderurgico ILVA, fra i tantissimi. ‘Straordinaria risorsa’ per Renzi ancora nel 2014, da quel dì perde quasi 2 milioni di euro al giorno  ed è stato ‘venduto’ per decreto qualche mese fa, con scadenza al 30 Giugno: Ma a 5 giorni dal termine si è ancora alla ricerca miseranda di un compratore e persino di qualcuno che se la senta di fingere, come avvenne per Alitalia. Eppure la stampa non demorde, rigurgitando nomi, aziende, ipotesi, tecnologie, quotazioni di borsa in un tourbillon che, plausibilmente, accompagnerà lo stabilimento alla chiusura:

una società davvero competitiva che potrebbe anche essere quotata in Borsa. Questa società sarà aperta ad altri soggetti siderurgici italiani e potrebbe diventare la spina dorsale strategica per l’Italia per la produzione dei prodotti piani.

Elezioni comunali? Anche lì non c’è un solo commento, o quasi, che s’avvicini a ciò che è davvero accaduto. Un esempio? La scomparsa del Friuli dal mainstream. Perché in Friuli perde nettamente il PD che era al potere (anche alla regione, con la Serracchiani renzianissima vicepresidente del PD)… ma non vince il M5s. Vince la destra, in 3 casi su 4. A Triste, Pordenone e Cordenons. E ciò ostacola la narrazione illusoria del nuovo scontro ‘Renzi-Grillo’, in cui Renzi c’è comunque sempre, o trionfatore o antagonista per eccellenza. Uno dei tanti casi in cui è parso evidente che il voto di centrodestra resta in buona parte a Berlusconi – e né Renzi né Grillo ce la fanno a sottrarglielo – se i suoi elettori tornano alle urne.

Per chiudere questa carrellata degli orrori, riprendiamo da dove eravamo partiti. Dal brexit. Leggiamo insieme i titoli italiani degli ultimi giorni:

Sondaggio dopo morte Cox, avanti i contro Brexit

Brexit: la tragedia di Jo Cox potrebbe spostare i voti degli inglesi verso la Ue

L’amministratore delegato di Ipsos-Mori: «I “remain” potrebbero vincere con il 53% delle preferenze. Negli ultimi giorni sta avendo la meglio l’effetto status quo»

Brexit, 46.5 milioni alle urne. L’ultimo sondaggio: “Remain in testa con il 52%”

Brexit: ultimi sondaggi danno 53% per rimanere e il 47% per uscire dall’Ue. Telegraph e Guardian si schierano

Vigilia di Brexit, mercati ottimisti con cautela. La sterlina crede nella Ue

Secondo i bookmakers le possibilità di uscita dall’Unione sono precipitate al 23%, dal 43% di una settimana fa: la divisa britannica è ai massimi dell’anno. Yellen ribadisce: “Da Brexit significative conseguenze per gli Usa”

La carrellata è  infinita… proseguita addirittura ad urne aperte e nella notte. Ma tutto ciò è già passato ed ha l’unica funzione di dimostrarci quanto l’Italia sia fuori dal mondo. E quanto sia fuorviante affidarsi ai nostri media e fonti ufficiali in futuro. Se, ad esempio, il ministro Padoan ci dice che non ci sono rischi per brexit, non credetegli. L’abbiamo visto, ce ne sono tanti. E anche dietro l’angolo. Quindi, alla prima incrinatura, via i soldi dalle banche, vai coi beni rifugio, con le valute straniere. Prima magari che arrivino prelievi forzosi, chissà. Se oggi leggete che la Scozia, di tradizioni cattoliche, è pronta a ripresentare il referendum per uscire dal Regno Unito (tenutosi appena 2 anni fa, con l’esito di rimanere dove è), non dateci troppa retta perché lo vedete campeggiare nei giornali e nelle tv italiane… non è detto agli scozzesi vada di rivotare così presto sulla stessa questione. Forse son cose che accreditiamo soprattutto noi, per distrarci dalla Borsa di Milano, che precipita in un abisso senza fondo – a differenza di quella londinese, pur in sofferenza – o per far credere che i problemi siano soprattutto di chi lascia, quando è il contrario. Più facile ad Edimburgo si consolino con una parte di quei miliardi che la Regina, Dio la salvi, non dovrà più dare a Bruxelles. O no?

*Supplemento:

Grazie alla segnalazione di uno stimato simpatizzante di Theleme, possiamo completare questa disamina con la più clamorosa delle dimostrazioni della bontà dei nostri assunti. In primo luogo godiamoci l’imperdibile apertura della Gazzetta del Mezzogiorno di ieri, talmente vittima delle allucinazioni che è chiamata a generare da dar per certo quel che certo, come si è visto subito dopo, non era per nulla:

 gazzetta brexit

Tenetevi forte, siamo appena agli inizi. Il martellamento cesserà solo con dopo le elezioni americane. Salutiamoci con l’incredibile home page odierna della Repubblica, INTERAMENTE dedicata alla censura della libera decisione democratica di una nazione occidentale. Ed al paventare atroci conseguenze per chi lascia. Quando, invece, ne patirà assai meno di chi resta.

repubblica brexit.JPG

 

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3 commenti su “Brexit: Il Regno Unito lascia la UE, ma l’Italia ha già lasciato il mondo.

  1. laaplanadora90 ha detto:

    Ottimo articolo anche io ne ho pubblicato uno per cosa succedera dopo

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  2. […] europee (noi crediamo che l’onda arriverà sino all’America di Trump)… perché pochi saranno in grado di cogliere le abissali differenze fra Regno Unito e altre nazioni &#…, che peraltro propaganda continentale cerca in ogni modo di nascondere (pensate a quante poche […]

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  3. […] che (come d’abitudine… da Brexit alle elezioni a ILVA…) anticipammo mesi fa sulle elezioni […]

    Mi piace

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