(I) Il caso Regeni: un po’ di luce nel buio. I Fratelli Musulmani

L’assenza della lettura geopolitica ci fa brancolare nel buio.

Proviamo ad accendere una fiaccola. Tristi fatti e tragiche sincronie.

Delitto comune e delitto politico: categorie diverse.

Al Sisi scaccia la Fratellanza Musulmana, vicina a Erdogan ed Iran. E forse non lontana da comunisti e gesuiti.

La “porta italiana” e le tre strade. Nel posto sbagliato al momento sbagliato?

Una prima ipotesi, ma purtroppo non finisce qui.

L’Italia è nazione in cui si tende a non informare e a non informarsi sulle grandi questioni che muovono il mondo, di modo da lasciare sempre la scena principale al teatrino controllato e controllante della politica nostrana, ai suoi burattini, alla sua provincialità. Esistono molte ragioni a dar conto di questa nostra incapacità di approfondire gli scenari globali ed in particolare la nostra posizione al loro interno. Conosciamo tutti il ritardo con cui l’Italia divenne nazione; il disperato tentativo di atteggiarsi a potenza coloniale con un ritardo di almeno 300 anni sulle altre; la manifesta superiorità dell’antichissima, straordinaria rete informativa e diplomatica del Vaticano (che ci considera il suo cortile); il deficit di sovranità derivato dall’aver perso la Seconda guerra mondiale; la scarsità di poliglotti e “viaggiatori” nel senso pieno del termine, che ha contraddistinto gli ultimi 40 anni; la ridottissima quantità di esperti nel campo ed ancor più l’assoluta mancanza di divulgazione dei saperi di costoro sui media. Ben peggio che ai tempi del grande Giuseppe Mazzini, quando l’elite laica era quantomeno in possesso di nozioni, visioni e coraggio. Questo è un problema serissimo per una penisola protesa nel Mediterraneo, sempre più gomito a gomito con le dinamiche politiche, sociali e religiose dei vicini islamici, fuori e dentro i confini nazionali,  in virtù delle conquiste tecnologiche contemporanee. Un campo estremamente complesso in cui le nozioni storiche (il che significa anche culturali, teologiche, letterarie), politiche nazionali, geopolitiche internazionali, militari, tecnologiche e la cronaca si fondono all’attitudine all’azione ed al rischio personale sul campo: solo un “lavoro di squadra”, consapevole o meno – di cui certamente Giulio Regeni ha fatto piena parte, sia pur per il poco tempo che una sorte crudele ed ingiusta ha voluto riservargli – consente di seguire al suo interno le tracce lasciate dai grandi sistemi di potere, non sempre coincidenti con le identità nazionali, che  giocano cinicamente a dadi col mondo. E con le vite di chi incontrano sulla loro strada.

Per provare ad accendere una fiaccola su questo orribile buio egiziano costato la vita al ventottenne friulano – senza ovviamente credere di dare un nome ed un volto agli autori materiali dei fatti, né all’eventuale catena di comando, ma con la legittima pretesa di rischiarare la realtà del contesto mediterraneo e mediorientale in cui ciò è purtroppo avvenuto e in cui riteniamo sia da cercare il movente – è necessario partire dal fatto. O meglio dal poco che ci è noto delle circostanze.  Mettendo da parte, almeno per il momento, i commenti della politica e degli analisti italiani sulla vicenda, viziati dai limiti ricordati. Ed investendo invece grande attenzione sulle notizie pure e semplici e sulle date degli eventi.

Il 25 Gennaio 2016  Giulio Regeni

sarebbe salito intorno alle 8 di sera sulla metropolitana, la linea 2, alla stazione di Bohooth, diretto al quartiere di Bad Al Louq. In questo tratto, su quel treno, si sarebbero perse le sue tracce. Regeni inoltre, avrebbe chiamato la madre prima di scomparire per dirle di essere preoccupato per la situazione molto calda al Cairo. Secondo i network nazionali il 28enne aveva detto alla madre di essere in procinto di rilasciare un’intervista a un giornalista di un’emittente locale sul suo lavoro di ricerca in Egitto.

Amr Assad, un altro amico, ha detto di averlo visto l’ultima volta dopo essere uscito di casa, in una zona classe medio-alta, per incontrare un amico in centro. “Quel giorno è uscito per il compleanno di un amico. Mi ha inviato un sms per dirmelo. Quando l’ho richiamato il suo telefono era spento. Il giorno dopo ho saputo da un altro amico che lo aveva aspettato per strada che non era mai arrivato” ha raccontato l’amico, “il suo telefono è sempre rimasto spento”.

Sappiamo che quel giorno c’era stato qualche tumulto, al Cairo. Ma si è appreso dopo poco che non avrebbe coinvolto direttamente le zone percorse da Regeni, in specie durante le ore interessate. Che sia così o meno, la questione ha perso ogni interesse in seguito alle circostanze del tragico ritrovamento. Infine, è ormai noto che Giulio era stato ad una festa di compleanno, subito prima della scomparsa.

Il giorno 3 febbraio  il giornale egiziano Al Watan annuncia il ritrovamento, in un fosso della strada desertica Cairo – Alessandria, nella periferia della capitale egiziana,

di un giovane uomo di 30 anni, totalmente nudo nella parte inferiore, con tracce di tortura e ferite su tutto il corpo.

Il cadavere verrà poi identificato da un amico del ragazzo, mentre la polizia riterrà Regeni solo una possibile vittima di incidente stradale, sino all’intervento del procuratore. Errore? Depistaggio? Tentativo di guadagnar tempo? Chissà. Anche questa circostanza è largamente insignificante, rispetto al fatto in sé. Cioè a quello del ritrovamento del cadavere, comunque agilmente riconoscibile, a pochi giorni dalla sua scomparsa e ad ancor meno dalla morte. Lo rivela un esame medico a prima vista, effettuato oggi in Italia:

Giulio Regeni è stato torturato a lungo. Forse, addirittura per diversi giorni. L’indiscrezione emerge da un primo esame medico compiuto, solo esternamente, sul corpo del ragazzo nell’ospedale italiano “Umberto I” al Cairo.

Il Sole24 aggiunge che

E’ morto per la frattura di una vertebra cervicale Giulio Regeni, il ricercatore friulano il cui cadavere è stato trovato in Egitto giovedì scorso. A causare la frattura è stato un violento colpo al collo. Sono le prime informazioni emerse dall’autopsia sul corpo del giovane. L’equipe di medici legali coordinati da Vittorio Fineschi, ha riscontrato sul giovane i segni di un violento pestaggio e numerose abrasioni e altre fratture evidenti, tuttora oggetto di analisi così come il colpo al capo che ha provocato il decesso. Il cadavere è stato sottoposto ad una tac, ad un esame tossicologico ed a radiografie.

E poche ore fa il Messaggero completa il quadro criminale:

Risale a 4-5 giorni fa la morte di Giulio Regeni. Lo dicono i primi risultati di un’autopsia che si annuncia difficile, proprio perché il corpo è rimasto in condizioni non preservate. Sarebbe stato ucciso da un forte colpo in testa (frattura di una vertebra cervicale), dalle percosse e dalle sevizie, un paio di giorni prima del ritrovamento nel fosso

Una vera atrocità. Ai fini del nostro arido discorso – che certo non ridarà vita al povero Giulio ma tenta di rendere giustizia al suo amaro destino – ciò consente di affermare con certezza che il corpo non è stato trovato nei luoghi in cui fu “rapito” e fatto oggetto di violenze. L’abbandono è certo intervenuto non molto tempo prima del ritrovamento, ad appena una settimana dalla sparizione. Il che ci dice che nessuna cautela è stata adoperata per renderlo meno celere o per occultare particolari e tracce, che la polizia scientifica saprà certamente ricavarne.

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Il labirintico Cairo

Sembra anzi essere avvenuto esattamente l’opposto: lo si è fatto ritrovare presto. Si voleva forse la certezza che la scoperta avvenisse proprio quel giorno, come magari si era deciso a tavolino il giorno della sparizione? Ma non precorriamo alcune conclusioni. Limitiamoci ad osservare che una persona ferita o  uccisa durante un tumulto difficilmente è nascosta per una settimana e poi trasportata altrove. Altrettanto nel caso di crimine comune, in cui il movente è procurarsi un vantaggio, derubando la vittima, o più raramente l’odio puro e semplice: un rapinatore divenuto assassino si libererebbe subito del corpo, o lo nasconderebbe in modo da non potersi trovarsi agevolmente, magari cercando di renderlo prima irriconoscibile. All’opposto, un folle che avesse ucciso d’impeto non si curerebbe di far sparire il corpo per giorni. E ciò al di là dei segni di tortura che, se definitivamente confermati, renderebbero superflui questi ragionamenti, lasciando in piedi la sola ipotesi del reato politico, al netto di un improbabile raptus di sadismo: non c’erano casseforti di cui conoscere la combinazione o sgarri di malavita da far pagare. Il Cairo inoltre, per chi l’ha visitato, pare adattissimo all’occultamento, in quel dedalo di ruderi e nuove costruzioni che confusamente lo compone. Non solo: la diffusa paura delle forze di polizia, alquanto rudi, fa si che qualunque delinquente comune avrebbe cercato di far scomparire per sempre la prova per eccellenza, di fronte all’aver commesso un reato gravissimo ai danni di uno straniero. Ed essendo gli stranieri l’unica fonte di reddito per larghissima parte della popolazione, questo rende assai improbabile l’estesa complicità indispensabile all’occultamento, tanto necessaria quanto improvvisata.

Esclusa quindi l’ipotesi del delitto comune, entriamo necessariamente nei meandri del delitto politico. Verso cui ci guidano informazioni come queste, provenienti dallo stesso ambiente al quale apparteneva Giulio Regeni, di cui dovremo parlare a breve:

Ci dice quanto è avvenuto a lui stesso per descrivere cosa è «probabilmente successo anche a Giulio»: «Sono venuti a prendermi a casa una sera verso le 19, hanno messo tutto sottosopra, hanno preso l’hard disk del pc, mi hanno bendato e legato le mani dietro la schiena e poi mi hanno caricato in macchina, un’auto grande, grigia.

E so bene dove si trova la “prigione” in cui la “sicurezza dello stato” interroga e tortura la gente. Temo che sia lo stesso posto in cui, passando per qualche commissariato di Giza, è stato portato anche il mio amico, vostro connazionale, Giulio con esiti penosamente diversi dal mio, dai segni lasciati sul suo corpo riconosco una firma che mi è tristemente nota.

La quintessenza del delitto politico: rapimento e abusi polizieschi, riportati da un amico del defunto, per ragioni presumibilmente simili. Eppure, leggiamo come prosegue il racconto:

I primi due giorni mi hanno tenuto in un bagno, per terra, un sandwich al giorno e acqua. Non mi picchiavano. Dicevano che sapevano dei miei contatti e io ripetevo che non sapevo nulla. Minacciavano di ammazzarmi, di violentare mia madre e le mie sorelle, la prima tortura è toglierti la dignità. Poi mi hanno portato in una cella sotterranea dove sono rimasto al buio per altri 8 giorni e lì si sono tolti i guanti. Hanno usato l’elettricità perché sotto gli 80 volt lascia meno segni e giacché io avevo contatti con i media sapevano che avrebbero dovuto ammazzarmi perché una volta libero non li mostrassi.

Nella plausibile somiglianza delle situazioni, cogliamo però una grande differenza: questa “polizia”, nel caso del giovane egiziano, cercava di estorcere informazioni, di fare terrore, ma badava a non lasciare segni del suo operato, in prospettiva della liberazione. O anche solo del ritrovamento del corpo. Fatto sta che egli è infine stato liberato, senza segni visibili. A differenza dell’italiano, ritrovato morto con segni visibilissimi. Questo porta a due conclusioni:

  • il ritrovamento è non solo voluto, ma contiene certamente un messaggio. Tutta l’azione si configura in realtà come un messaggio efferato, poiché per sortire paura non c’è bisogno di uccidere (il giovane egiziano si fida di parlare solo in condizioni di rigorosa anonimità). E se si vuole torturare per estorcere informazioni non c’è bisogno di lasciar segni. E se ci si è lasciata prendere la mano, cosa purtroppo non impossibile, si hanno tutti i mezzi e i motivi per far svanire il cadavere letteralmente nel nulla.
  • nei confronti di un giovane straniero si è mostrata molta meno clemenza che nei confronti di un connazionale. Rovesciando quella che è la teoria e la prassi di questo genere di azioni, che la storia ha purtroppo spesso conosciuto. In quanto si ritiene che il cittadino sia comunque “cosa propria” dello Stato e delle sue forze di sicurezza, palesi od occulte. E che azioni simili attuate nei confronti di stranieri comportino ben altri rischi e conseguenze assai più serie ed incontrollabili.

Ma come mai tutto questo è accaduto a Giorgio Regeni? Chi era Giorgio Regeni? Questo è quel che sappiamo:

Regeni aveva frequentato i primi due anni di liceo a Trieste, al Petrarca. La sua grande attitudine per lo studio lo ha portato ben presto a guardare all’ estero. Vinta una borsa di studio ha frequentato gli ultimi tre anni di liceo nel New Mexico, negli stati Uniti, nel Collegio del Mondo Unito. Infine l’Università in Inghilterra. Prima a Oxford dove ha conseguito una laurea a indirizzo umanistico e poi il dottorato a Cambridge, che lo aveva portato al Cairo, a settembre. Nella capitale egiziana stava svolgendo le ricerche per un tesi sull’economia locale. Appassionato di studi sul medio oriente, capace di parlare arabo, oltre che inglese alla perfezione, aveva vinto due premi nel 2012 e nel 2013 al concorso internazionale «Europa e giovani» promosso dall’Istituto regionale per gli studi europei per ricerche e approfondimenti sul Medio Oriente.

Ma non solo. Sappiamo anche che collaborava sotto pseudonimo col Manifesto. Il che, insieme al suo curriculum, ci da la possibilità di ridurre assai la probabilità fosse un vero e proprio agente segreto, cui estorcere grandi informazioni. Né basta una lista di contatti telefonici in arabo sullo smartphone – enorme ingenuità per uno 007 – o la conoscenza della lingua a renderlo sospetto al punto da ucciderlo senza approfondire (Al proposito c‘è anche la secca smentita dei servizi italiani, per quel che può valere. Ma pare sensato dar loro retta).

… attraverso il quotidiano Il Manifesto con il quale collaborava, a raccontare il mondo del lavoro e dei sindacati egiziani.

Giulio insieme ad un altro ragazzo aveva iniziato a collaborare con il Manifesto diversi mesi fa e firmava – confermano dalla redazione all’Huffpost – con uno pseudonimo. Una scelta dettata “da motivi di incolumità e sicurezza, probabilmente anche per proteggere le sue fonti”. Con la redazione si erano sentiti tramite mail pochi giorni prima di quel maledetto 25 gennaio in cui è sparito.

Giulio aveva idee alquanto antigovernative. Considerava Al-Sisi un dittatore illiberale,  – come certamente è, usando il metro occidentale – intento a reprimere ogni dissenso col pugno di ferro. E deprecava in specie la coartazione della libertà dei “sindacati” egiziani, cui si era specificamente dedicato. Ma lasciamo parlare lui, nel suo ultimo articolo:

Al Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari nella storia del Paese, mentre l’Egitto è in coda a tutte le classifiche mondiali per rispetto della libertà della stampa

in un contesto autoritario e repressivo come quello dell’Egitto dell’ex generale Al Sisi, il semplice fatto che vi siano iniziative popolari e spontanee che rompono il muro della paura rappresenta di per sé una spinta importante per il cambiamento

Sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra «al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione la retorica su cui il regime giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile

A questo punto abbiamo davanti tre strade.

  1. Immaginare che l’unica maniera per reprimere questa libera voce – che scriveva da pochi mesi, veniva da Cambridge, aveva 28 anni, qualche amico in Egitto e simpatie comuniste – fosse torturare ed uccidere, lasciando ogni possibile traccia ed un movente da manuale, che sarebbe stato pubblicato pochi giorni dopo. Nel pieno della vicenda, in modo da dargli la massima visibilità mondiale (tre giorni fa in prima pagina sul New York Times), generando violenti attriti con l’Occidente, in un momento delicatissimo. Tutto ciò invece di compiere atti ben più semplici ed efficaci, quali terrorizzare le fonti locali impedendogli di lavorare, negargli il visto d’ingresso in quanto persona indesiderata oppure imboscargli stupefacenti nella stanza e farvi irruzione, ottenendo lo scopo col minimo dei mezzi e la massima sicurezza. Cose che sappiamo essere perfettamente nelle capacità dei servizi egiziani, come tra l’altro ci ha ricordato il suo amico.
  2. Immaginare che i responsabili abbiano agito in tal modo per far ricadere le colpe sul colpevole assolutamente probabile, ovvero il regime di Al-Sisi. Causandogli il maggior nocumento internazionale possibile e l’odio dei suoi concittadini, che vivono di turismo. E che Regeni si sia semplicemente rivelato il miglior strumento reperibile in loco, fra i pochi dotati di plausibile movente. Attenzione, non solo plausibile ma anche pubblico. E che la sua nazionalità fosse irrilevante, quindi.
  3. Immaginare che il potere egiziano abbia voluto deliberatamente lanciare un messaggio “mafioso”. In primis all’Italia (resta che Giulio è italiano, così come il Manifesto per cui scriveva) e poi a tutta la  comunità internazionale, un avvertimento feroce ed ineludibile, tale da far comprendere ai destinatari, i soli a poterne subito afferrare il senso, che proseguire su determinate traiettorie li avrebbe esposti sul Nilo a terribili rappresaglie.

Non ci sentiamo di poter dar credito alla prima ipotesi. Restano le due successive, ancora più inquietanti della prima, se possibile. Eppure ben più credibili. Ristretti di molto gli ambiti dell’indagine, per poter proseguire dobbiamo fare più di un passo indietro e cercare di capire, per sommicapi, chi sia questo Al-Sisi, da chi sia guidato l’Egitto in questi ultimi anni e che posto abbia oggi nello scenario internazionale, in grande e pericoloso fermento. Senza alcuna risibile pretesa di esaustività e soffermandoci esclusivamente su ciò che pare utile ai nostri scopi.

Hassan al Banna

Hasan Al-Banna

Alla fine del lungo “regno di Mubarak“, quello che è storicamente il più importante stato Arabo – insieme all’Iran (ex Persia) – l’Egitto alle cui scuole militari è cresciuta praticamente tutta la dirigenza del medio oriente del dopoguerra, ha conosciuto una stagione di grande incertezza ed aspettative. Le elezioni del 2012 hanno visto la vittoria di Morsi – candidato nel “Partito della libertà e giustizia”, non a caso semanticamente affine al “Partito della libertà e sviluppo” turco di Erdogan, suo sostenitore – e dei “Fratelli musulmani”, fra le più antiche formazioni politiche islamiche. Nata nel 1929 per volontà di Al Banna, poi assassinato nel 1949 dagli avversari monarchici, la Fratellanza cercò di eliminare Nasser, subendo violentissime repressioni. Rispuntata durante le presidenze di Sadat e Mubarak ed espansasi quasi in ogni dove – persino in Svizzera, dove furono ritrovati sinistri progetti per l’Europa  – in Egitto è stata messa al bando proprio da Al Sisi, giunto al potere per via di un colpo di Stato, realizzato nel 2013 dalle forze armate egiziane di cui era Capo di Stato Maggiore. Non va dimenticato che la fratellanza musulmana, per essere sunnita, è forse quanto di più vicino allo sciismo ci possa essere: sono note le sue contiguità con l’Iran, nell’appoggiare movimenti come Hamas e persino Hezbollah. Anche perché essa tende a figure guida carismatiche – ai confini col mahadismo – capaci di generare e guidare rivoluzioni dal basso, nonché ad una visione totalizzante della religione, nello Stato e nel diritto, che s’approssima ai desiderata di Khomeini.

Non crediamo d’esser blasfemi se qualche parallelismo fra la storia dei Fratelli Musulmani e quella dei gesuiti sfiora la mente, considerato che la loro rivista, “Civiltà Cattolica”, ne avrebbe accettato di buon grado il riconoscimento politico in Egitto. E nemmeno pare folle un accostamento al comunismo rivoluzionario, argomento certamente caro alla testata “Il manifesto”. Chi si somiglia si piglia? Mutatis mutandis, si tratta pur sempre di minoranze ideologizzate e settarie che mirano – chi in nome di Geova, chi di Allah, chi di Marx – a prendere il potere e gestire le risorse di tutti, distribuendole secondo i proprio criteri. Mette conto di segnalare come, per importanti esponenti della Fratellanza, proprio l’Italia sarebbe da tempo

la nostra porta per l’Europa e la Russia

In effetti il nome dei “Fratelli musulmani” salta fuori nel titolo di un articolo di Giornalettismo, relativamente a Regeni. Lo stesso che racconta della rubrica telefonica, qui già ricordata, facendoci presumere che molti contatti egiziani in rubrica fossero in realtà di appartenenti a tale organizzazione, certamente invisa ad Al-Sisi. E leggete cosa dichiara Al Sisi, in data 24 Gennaio, alla vigilia di quel 25 Gennaio in cui spariva Giulio Regeni e l’Egitto ricordava la sua rivoluzione anti Mubarak. L’articolo si intitola “Egitto, Al-Sisi: «I Fratelli musulmani stavano vendendo il Paese all’Iran»”:

il presidente Abdel Fattah Al Sisi e un alto funzionario hanno ricordato al Paese il rischio corso dall’Egitto nell’anno in cui fu dominato dai Fratelli musulmani: quello di un’islamizzazione forzata a modo loro con un ravvicinamento all’Iran venduto in cambio di miliardi di dollari e petrolio

Ezzat Khamis, ha presentato un documento che dimostrerebbe come i Fratelli musulmani progettarono un ravvicinamento dell’Egitto sunnita all’Iran sciita in cambio di un deposito da 10 miliardi di dollari presso la banca centrale egiziana e la fornitura al Cairo di prodotti petroliferi iraniani.

Non occorre approfondire nel merito la questione. Ci basta per immaginare che Giulio Regeni si sia trovato inconsapevolmente all’interno di un giro d’antiche contiguità internazionali, trasversali a fedi e nazioni, che lo hanno condotto gomito a gomito con i contatti egiziani de “il Manifesto”, evidentemente appartenenti o assai prossimi alla Fratellanza Musulmana, e che qualcuno in quel giro abbia intravisto in lui la vittima sacrificale perfetta per rintuzzare Al-Sisi, proprio mentre l’autoritario presidente si accingeva a scagliare una nuova micidiale offensiva contro i Fratelli Musulmani, facendo quindi ricadere sul Governo la responsabilità della barbarie, inferendo un gravissimo colpo alla sua credibilità interna ed esterna? Si, potrebbe bastare. Spiegherebbe molti aspetti dell’orribile crimine, altrimenti misteriosi.

Egitto-Abdel-Fattah-al-Sisi

Al – Sisi

A rafforzare questa interpretazione, la seconda che abbiamo prospettato, c’è la famiglia di Giulio, la quale ha diffidato il Manifesto dal pubblicare l’ultimo pezzo del figlio, pur senza esiti. Sebbene le motivazioni addotte siano di opportunità e sicurezza, ciò potrebbe fare ipotizzare una grande diffidenza dei familiari nei confronti del quotidiano, del tutto naturale in un contesto come quello prospettato. Potrebbe giovare anche sapere se nelle prime pagine dei media egiziani la notizia dell’omicidio abbia sostituito quella delle ventilate complicità internazionali della Fratellanza, certamente uno degli obiettivi da raggiungere, se si accetta l’ottica della ricostruzione sinora documentata. Purtroppo non disponiamo di tale nozione.

Ma il 25 gennaio non è solo il giorno in cui compaiono sui media nazionali ed internazionali le prime “prove” dell’alto tradimento di Morsi, il giorno in cui ricorre l’anniversario della rivoluzione, il giorno in cui scompare il povero Giulio Regeni. Altri fatti importantissimi per gli equilibri del Mediterraneo sono perfettamente sincronici con i tragici eventi che trattiamo, rendendo inevitabile il vagliare approfonditamente quella terza ipotesi che, abbiam detto, ci riguarderebbe ancor più da vicino.

Prosegue

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7 commenti su “(I) Il caso Regeni: un po’ di luce nel buio. I Fratelli Musulmani

  1. Elio Spira ha detto:

    Bravo. E sai chi prendera’ il posto dell’Eni in Egitto? Una azienda israeliana.

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  2. Abate di Theleme ha detto:

    Interessante. Mi informerò.
    E siamo sempre nel regno della terza ipotesi, quindi.
    Oggi mi decido, dopo aver atteso conferme, a metterla nero su bianco.
    Grazie per il contributo.

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  3. […] corte indiana (che nemmeno ha iniziato a processarli). Non pervenuto sul caso Regeni che, pure, ha palese rilevanza geopolitica, il papalino Gentiloni si fa detestare da Israele, in seguito all’astensione sulla […]

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  4. […] corte indiana (che nemmeno ha iniziato a processarli). Non pervenuto sul caso Regeni che, pure, ha palese rilevanza geopolitica, il papalino Gentiloni si fa detestare da Israele, in seguito all’astensione sulla tristemente […]

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  5. […] realtà la situazione è negli ultimi anni un po’ mutata, la fratellanza avendo provato ad intessere migliori rapporti fra Iran e Turchia, ad esempio. N.d.A.] . In Iran la riflessione sull’impossibilità di convertire i sunniti con la […]

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  6. […] sia davvero ISIS, qualche informazione sulla Fratellanza ed i suoi talora insospettabili amici la trovate qui) – si raccolgono intorno alla rete ‘ Osservatorio siriano per i diritti […]

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