Banca Etruria & C: un paese da ricoverare

Arrivano le bufale che attendevamo, ma prima c’è da levarsi di torno il caso delle banche popolari. I media italiani, questi grandi controinformatori.

La follia dei risparmiatori, le gesta truffaldine delle banche, la pigrizia dolosa degli organi di controllo: un paese da ricoverare, tecnicamente.

Il salvataggio impossibile pagato a prezzo insostenibile. Senza un Madoff finisce malissimo: chiudono la stalla dopo che tutte le vacche son scappate, ma nemmeno il portone funziona.

E forse siamo solo agli inizi. Anzi, probabilmente.

Oggi avremmo voluto avere il tempo di stigmatizzare le nuove favole governative su ILVA, preconizzate già negli auguri thelemiti di capodanno. La faccenda dello stabilimento s’è fatta ancora più intricata e quasi sconfina nel thriller, anche se nessuno pare essersene accorto, o avere il coraggio di dirlo. Del resto questa disattenzione, o infingardaggine, non è una novità, anzi è una conferma. Di cosa? Ma della pochezza dei media italiani! Dalla carta stampata alle televisioni a buona parte dei siti professionali d’informazione: le eccezioni ci sono, ma assai poche e tenute ai margini.

Quando dico pochezza intendo soprattutto:

  • assenza cronica di logica plausibile
  • incapacità di riflessione autonoma rispetto al mainstream
  • ripetizione sic et simpliciter delle veline del potere, dai comunicati delle questure alle dichiarazioni dei membri del governo
  • scarsità di nozioni specifiche e di cultura generale
  • autoreferenzialità
  • dirottamento deliberato su questioni di poco peso, atte a distrarre il pubblico da accadimenti spigolosi, oppure loro interpretazione secondo canoni incapaci di reggere al vaglio di un’intelligenza media
  • acquiescenza alle linee editoriali imposte dai direttori i quali, in genere, rispondono rigorosamente alla proprietà, che a sua volta tende a coincidere con un apparato partitocratico

Riassumendo, lungi dall’esser mai diventato un quarto potere, come nei paesi avanzati, il mondo dell’informazione italiana è la stampella dei tre originari. Come nei paesi del terzo mondo o, al massimo, in via di

Quarto_potere

Il quarto potere in Italia è al servizio esclusivo degli altri tre

sviluppo. Vediamo se ciò si dimostri inoppugnabile mediante una serie inedita di riflessioni sulla recente crisi delle banche popolari del centro Italia (alias ex Stato della Chiesa e confini). Riflessioni che, a mio parere, avrebbero dovuto sin dall’inizio campeggiare nei dibattiti pubblici, in articoli e servizi televisivi… ed invece no. Nulla di troppo tecnico, solo ragionamenti conseguenziali, semplici nozioni e fatti notori. Se la questione vi interessa, seguite questo filo… e mi direte.

Quando si parla di un salvataggio, c’è qualcuno che deve essere salvato. In questo caso, quattro banche popolari. Sarebbe interessante entrare nel merito, nei come e nei perché, finanziari e giuridici, le banche popolari italiane abbiano spopolato per decenni (mi si perdoni il bisticcio)… ma porterebbe troppo lontano.

Limitiamoci a costatare che dette banche erano nelle condizioni di esser salvate in quanto schiacciate da debiti contratti nella gestione da amministratori e dirigenti, ovvero da enormi passività dovute in specie a crediti inesigibili, erogati agli “amici” secondo meccanismi notoriamente clientelari, che nulla avevano a che fare con una valutazione economica plausibile ma tutto con un giro di profitti ritornanti in ultima analisi di vantaggio alla politica locale – che a sua volta aveva certamente agevolato la nascita o la crescita dei suddetti istituti – la quale in tal modo si garantiva un bacino di voto permanente, attraverso il consenso sia dei direttamente impiegati nelle banche popolari stesse sia degli “imprenditori” finanziati senza requisiti, il che ovviamente significava anche il voto dei dipendenti di questi ultimi e di chi comunque  aveva a che fare con loro, sovente nel ramo edile. E’ il ben noto principio per cui se controlli i cordoni della borsa, controlli l’intera filiera che se ne avvale: essa ben poco potrà rifiutarti e men che meno il voto. Torneremo in seguito sul punto, invero fondamentale, per trarne la conseguenza sanitaria che ci pare inevitabile. Ma per ora andiamo avanti… queste banche coi bilanci ripetutamente “truccati” sono state salvate, secondo uno schema giuridico-finanziario stabilito a Bruxelles, mediante denari rimediati presso altri istituti italiani più grandi. Prima ancora di considerare le perdite degli azionisti ed obbligazionisti, nonché quella che pare la principale e sottaciuta conseguenza nefasta di tale operazione, riflettiamoci banalmente su: a parte alcuni ruoli apicali (tra cui spicca quello del padre della ministra, capostipite dei Boschi impiegati in Banca Etruria, ovvero figlio e nuora), essenzialmente il personale di tali banche è rimasto invariato, direttori di filiale, funzionari e cassieri che fossero. Normale, essendo in realtà quella la vera ratio del salvataggio, come il sempliciotto Premier ha più volte dichiarato.

Ma non sono proprio loro ad aver, praticamente e sul campo, malconsigliato (se non “solato”) gli anziani correntisti, trasformandoli in obbligazionisti? Non sono forse le banche popolari connesse indissolubilmente ai territori in cui nascono, con un numero ridotto di filiali, in genere ubicate ad un tiro di schioppo dalle case dei clienti? Direi di si. Da qui due logiche conseguenze:

  • Qual’era allora e qual è oggi la capacità di raccolta di questi piccoli istituti? La struttura bancaria è stata tenuta in piedi, ma essa aveva “mercato” di raccolta, oltreché di prestiti e finanza? E posto ne avesse, oggi quanta ne ha? Il “mercato bancario” di quei luoghi, certo non iperdinamici, giustifica quel personale e quelle filiali?
  • Chi andrà più a depositare presso tali sportelli, una volta costatata la tragica gestione del risparmio – e l’assenza di controlli, che è il dato davvero nuovo su cui dovremo tornare fra poco – se la gente che vi lavora è sempre la medesima, al massimo trasferita dalla filiale del paese a 50 chilometri di distanza? Chi sarà così temerario da affidarsi ancora alla “finanza creativa” delle stesse persone, ai sorrisi ed alle proposte del consueto organigramma?

Alla prima domanda non possiamo dare adeguata risposta, augurandoci che invece qualche edotto lettore possa farlo, magari nei commenti. Alla seconda, certamente si: Nessuno. Anzi, con colorita espressione napoletana, Manc’p’o’cazz’. Credo che su questo potremmo essere italicamente concordi. E quindi a che servono più le suddette banche salvate? Uno scheletro senza carne si regge in piedi? Possiamo anche ipotizzare lo scopo recondito sia, in un futuro assai prossimo, far si che le banche oggi finanziatrici diventino proprietarie degli istituti finanziati, senza più alcuna ragione indipendente di esistenza. Che insomma si faccia dopo quel che si sarebbe dovuto fare  prima, ovvero l’acquisizione del sostenibile – in termini di personale, sedi e dirigenza – e la dimisissione dell’insostenibile… Ma visto che si è scelta per l’ennesima volta (con finalità esclusivamente politiche, anzi partitiche) una strada contraria al buon senso ed alla matematica, a conferma della nostra deduzione arrivano notizie per cui, al di là della celeberrima foglia di fico Cantone, Bankitalia, Ministero dell’Economia e “nuova Banca Etruria” starebbero pensando ad un risarcimento ben più rapido, per i casi in cui la truffa ed il danno siano nettamente evidenti. Ma ecco la marcia indietro repentina, in quanto si creerebbero discrasie di trattamento fra i vari obbligazionisti, gli azionisti e via discorrendo. Nonché precedenti pericolosi. E anche su questo torneremo, alla fine delle nostre elucubrazioni. Di certo, tali ulteriori balletti rafforzano la sensazione di inaffidabilità che le nostre massime istituzioni economiche comunicano, invece di alleggerire la pressione dell’opinione pubblica e dei diretti interessati. Aggravando un danno che va ben oltre la raccolta delle banche popolari e s’espande a macchia d’olio per tutto il sistema paese.

Già, perché la partita è molto seria e si stratifica sulle pessime esperienze passate, dal caso Parmalat a quello Montepaschi: in mezzo al pantano sono finite, infatti, sia Consob che BankItalia (ed anche ABI, con buona pace dell’ospitale presidente Patuelli, non è che ci abbia fatto una bella figura). Ma la definizione esatta delle responsabilità dei due organismi, distinte o incrociate, qui non interessa. Conta invece l’evidenza della loro inefficienza, se non proprio complice silenzio: le lettere del governatore Visco ne siano esempio lampante. Una mazzata durissima a qualsiasi sistema creditizio, figuriamoci il nostro, contro cui non c’è contromisura. Se non, forse, la rapida condanna dei responsabili, teorici o presunti che siano, atta a restituire un minimo di fiducia ai risparmiatori. Una punizione esemplare, che serva da monito e garanzia e faccia pensare: “Difficile che si ripeta, perché si è visto come finisce chi gioca con risorse e vita (non dimentichiamo il suicida di Civitavecchia) altrui”. Ricordate Madoff? Carcere a vita (150 anni di pena, erogata in brevissimo) e tante disgrazie… ma abbiamo appunto descritto che meccanismo “politico” siano – e soprattutto siano state – le banche popolari… nessuno potrà esser punito duramente, perché potrebbe trascinare tutto il resto con sé, tanto intricate e patologiche le commistioni in gioco: figurarsi che c’è già un ministro in ballo, senza processi o indagini. Anzi, tutta la razza sua. Insomma, l’ennesima aporia che bussa alla porta della nazione, rimborsare, non rimborsare, punire, non punire, salvare, non salvare… ma proprio qui si deve approfondire, provando a penetrare nei meandri dell’animo umano. Abbiamo stabilito che oggi ben pochi sarebbero disposti ad affidare le proprie fortune, piccole o grandi che siano, a banche squalificate e dotate di un capitale umano, ancor prima che finanziario, tanto “salvato” quanto implicato. Ma ieri, ieri perché quelle risorse erano state affidate loro? Si potrebbe pensare che le obbligazioni “svanite” di cui parliamo conferissero rendite strabilianti, se confrontate ad altri investimenti possibili, magari presso istituti maggiori. Ma così in realtà non era (in genere intorno alla resa del BTP o persino meno, a fronte di un rischio immensamente superiore)… e soprattutto la dimensione di banca locale non avrebbe dovuto palesare alla maggioranza degli investitori la qualità bassissima del patrimonio, del management, del cassiere? Che magari era il vicino di casa, il padre del fidanzato della figlia, la figlia stessa, il cognato dell’edicolante sotto casa, l’amico del calcetto? E dei liberi professionisti, nessuno conosceva gli splendidi sindaci e revisori? Non acquistavano forse le auto dagli stessi concessionari? Le ditte locali che non avevano più un soldo in cassa, ma espostissime con le banche, non si avvalevano per caso di dipendenti del posto, i quali magari qualcosa al fratello dicevano, o all’amante, o al barista?

Riassumendo, come cazzo è possibile che in un territorio tanto ristretto condizioni così gravi protrattesi per lungo tempo – certamente in parte note, anche solo per passaparola – non abbiano condotto moltissimi a evitare simili rischi, a impedire che le nonne ci mettessero i risparmi o a tagliare la corda per tempo, quantomeno? Tutti, inoltre, erano certamente edotti delle relazioni pericolose di tali istituti col potere locale, che nel corso dei decenni aveva assunto personale ben oltre il necessario e ben oltre qualsiasi curriculum. Le montagne di edizioni pregiate che tali mini banche regalavano a cani e porci, tirate in migliaia di copie, non facevano da spia arancione? Insomma, da dove viene questa fiducia in un sistema che tutti sanno essere coacervo di inefficienza, spreco, clientela, abuso, prebenda, perché in sostanza vi partecipano, in prima o terza persona? Bene, l’unica spiegazione possibile è nella medicina: una psicosi collettiva che pervade quei luoghi. Ma in realtà pervade tutto il paese, pieno zeppo di banche popolari dalle inquietanti condizioni patrimoniali, di imprese decotte che vivono di agganci con la Pubblica Amministrazione e di speranze di incassare un giorno spettanze gonfiate, di sedicenti quarti settori incardinati nei bilanci pubblici. Di fondazioni con in pancia fiumi di immobili il cui valore effettivo precipita di giorno in giorno, come avemmo modo di vedere ed analizzare in passato. Di industrie pesanti decotte e supposti sceicchi acquirenti, di sistemi giudiziari ultimi nel mondo e via discorrendo. La teoria della psicosi nazionale non è farina del sacco abbaziale, anzi trova una prima importante formulazione in un testo di Vittorino Andreoli, accademico, medico, luminare italiano di psichiatria molto noto anche all’estero. Qui qualche estratto da un articolo pubblicato su Huffington Post:

…L’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi…

…Io faccio lo psichiatra e le parlo di questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il portafoglio, anche se dentro non c’è niente…

…Noi esistiamo per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la patologia della recita…

…Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano non potrebbe che andare verso un suicidio di massa…

…Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è considerato matto…

 “L’italiano indossa la maschera e non sa più qual è il suo volto…”, ecco precisamente quello che è accaduto in centro Italia. Rafforzato dall’errato convincimento, figlio della guerra fredda, che lo Stato Pantalone in qualche modo (in genere debito pubblico) avrebbe alla fine salvato coloro i quali lo incarnano nel mondo, ovvero i politici e la loro catena di clientele. Sino al cittadino qualunque.  Ora, molto probabilmente siamo appena alla prima puntata di una lunga serie. Perché una serie? Perché ci concentriamo su fatti e deduzioni, non su proclami e marchette. E se è vero quel che abbiamo detto sinora – cioè che le conseguenze del tracollo delle 4 popolari  interessate dal decreto “salva banche” hanno assunto portata sistemica, in grado di minare la fiducia del risparmiatore da Cefalù a Merano, coinvolgendo nei fatti anche tutti gli organismi di controllo –  non siamo così presuntuosi da credere di esser stati i soli ad ipotizzare quest’effetto indesiderato. Come ad esempio qui:

abate bancaetruria

Che tale effetto sia invece assai temuto e già in azione ce lo dicono proprio le notizie odierne, quelle del “rimborso rapido”, poi ritrattate. Ilandreoli cui scopo, fallito, era turare un po’ la falla da cui il risparmio sta sfuggendo dalle banche. Ma allora perché non si è fatto prima? Perché s’è affrontato un tal rischio destabilizzante quando, rispetto ad esso, le centinaia di milioni da rimborsare agli psicotici sottoscrittori sono spiccioli?

L’unica risposta possibile è che sono spiccioli solo per il momento. Ovvero che il numero di persone coinvolte da futuri crack delle banche italiane potrebbe rapidamente arrivare a numeri elevatissimi. Da qui l’impossibilità di creare precedenti insostenibili nel futuro. Chi ha orecchie per intendere, intenda. E magari si legga qualcosa del non cattocomunista Andreoli.

P.s. l’analisi prosegue, seguendo gli aggiornamenti successivi, in

Banca Etruria: conferme clientelari e severità di facciata

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6 commenti su “Banca Etruria & C: un paese da ricoverare

  1. GIUSEPPE ha detto:

    Per curare il popolo italiano malato mentale, prima che si suicidi e prima che il paese diventi un immenso manicomio – leggi ascesa di un neo fascismo leghista o simil lepenista – serve urgentemente una terapia d’urto: La Rivoluzione. Ma non quella dei 5 stelle o di podemos o di syriza. Serve per essere moderati un chavismo europeo o meglio una rivoluzione cubana riveduta e aggiornata o un neo leninismo 2.0. Dirai che sono pensieri anacronistici o esperimenti fallimentari ma la storia, va avanti, quello che sappiamo e vediamo oggi sarà completamente diverso tra 50 anni e ogni nuovo sentiero deve necessariamente fare i conti e poggiarsi sulle strade percorse nel passato.

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    • GIUSEPPE ha detto:

      Per chiavismo europeo intendo:

      1) quella forma di governo e di Stato il cui processo democratico si articola dal basso verso l’alto – evitando se e’ possibile un eccesso di leadership personale – e non viceversa come avviene nella nostra tanto decantata Democrazia ( il cui leader populista di turno – prima Berlusconi, ora Renzi – ha da più di 20 anni tanti e tali poteri informali e di pressione/intimidazione sugli altri poteri costituzionali che Chávez se li sognava. E infatti il successore Maduro, meno carismatico e con minor consenso in Venezuela e’stato subito deposto dagli altri poteri formali e informali e per giunta in libere elezioni. Elezioni: altro istituto accantonato nella nostra splendida Democrazia italiana);

      2) ridistribuzione della ricchezza a favore dei più poveri, gratuità dei servizi essenziali e sovranità sulle risorse interne;

      3) autonomia dai poteri forti internazionali (lì Stati Uniti e multinazionali del petrolio, qui la Troika);

      4) alleanze orizzontali e eticamente accettabili (se Chavez si alleava con l’Iran era uno scandalo, se noi sosteniamo la Turchia che massacra i curdi, Israele che strangola e rapina i palestinesi e le petro-monarchie assolute arabe che lapidano le donne e finanziano l’Isis va tutto bene);

      5) forme di cooperazione e integrazione economico-politica di reciproco beneficio tra Stati liberi (com’era l’Alba in America latina e potrebbe esserlo da noi un’Unione del Mediterraneo) e non di vantaggio solo per alcuni e svantaggio per altri (com’è l’Unione Europea o il Nafta).

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  2. Abate di Theleme ha detto:

    Qui la rivoluzione la si vorrebbe liberale, ma riuscire a scalzare questa marmaglia trasversale che ingessa il paese è obiettivo comune.
    Purtroppo, considerata la malattia mentale di parte assai consistente degli italiani, dovremo attendere il default perché si riesca ad affrontare la realtà per quella che è.
    Non credo, tuttavia, che manchi moltissimo.

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    • GIUSEPPE ha detto:

      E noi ci prepariamo.
      La rivoluzione cubana ci insegna invece che non c’è una via pacifica a questi cambiamenti radicali e il leninismo che lo strumento per farlo e’ il Partito. La Storia ci dice forse che anche l’esperienza e il pensiero liberale in senso genuino ci possono aiutare e fare tabula rasa porta a un nuovo manicomio come quello dei socialismi reali del XX sec. che per questo sono crollati su loro stessi oltre che sotto i colpi del bombardamento ideologico ed economico delle potenze capitalistiche.

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  3. […] Banca Etruria & C: un paese da ricoverare, giusto una settimana fa, […]

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  4. Jeana ha detto:

    margareth rago October 19, 2012 GAbi, hoje falamos de vc numa roda de conversa com o Tony Hara, dobre outros modos de ação política, que escapem da retórica democrática, dos lugares-comuns, do “faça o que eu mando, mas não o que eu fa;3§”&#82o0ÃFoucault continua sendo fundamental, os Cínicos na Grécia antiga, Diógenes, Epiteto sabiam disso tudo…bj

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