Le conseguenze per l’Europa del populismo tardocomunista : Grecia, Tsipras e referendum

Un post breve per una questione lunga.

La (brutta) fine dell’ultima generazione del “paga Pantalone”, incatenata al novecento.

Struttura sovietica, efficienza mediorientale e tenore di vita tedesco. Grecia specchio dell’Italia futura?

Le motivazioni del crack finanziario della Grecia sono, ovviamente, molte. A modesto giudizio di Theleme la bilancia pende più dal lato delle responsabilità elleniche, poiché è risaputo che il mare della geopolitica non è una piscinetta per educande.

Tsipras e Varoufakis, i becchini del '900 europeo

Tsipras e Varoufakis, i becchini del ‘900 europeo

Se certamente vi è stato approfittamento di altri Stati europei, in quel simulacro burocratico di Europa che è la Comunità, non si può dimenticare che nella scena internazionale la regola è purtroppo “chi pecora si fa il lupo se la mangia”, corredata dal corollario “l’occasione fa l’uomo ladro”, quasi un dovere di aspro insegnamento all’incauto, in stile napoletano: inaccettabile e colpevole che leader politici, di qualsiasi area, non ne abbiano tenuto debito conto. Dell’approfittamento abbiamo già trattato con grande puntualità, particolarmente riguardo al delicato, segreto ed esoso campo militare, che ha visto la Grecia sospinta ad essere grande acquirente di strumentazioni belliche, infinitamente al di sopra della sua necessità e dei suoi mezzi, ad esempio dalla Germania. Lo stesso potremmo dire per i finanziamenti concessi da altri Stati europei o da istituzioni internazionali, che non andavano pompati in un’economia notoriamente assai debole. Se non a fondo perduto, ma con un controllo capillare del loro impiego. Perché non si trasformassero, come inevitabilmente accaduto, in un mix letale di oppio e di cappio, al collo.

Oggi però è l’ora di dire che nel meccanismo degli acquisti greci ha inciso sicuramente la celeberrima corruzione, dai vertici alle ultime ruote del carro (pratiche che noi italiani conosciamo benissimo… se parliamo di forze armate si potrebbero scrivere libri, in buona parte ambientati a Taranto, ad esempio). E soprattutto di stigmatizzare le scelte di un paese con economia arretrata, per nulla tecnologizzato ed industrializzato, che si è permesso il lusso di pagare i suoi (tantissimi) dipendenti statali quanto li paga la Baviera. Si potrebbe continuare, ma credo basti a dar l’idea.

Sia come sia, da anni va avanti il balletto fra creditori e debitore, che già vanta la (non scontata) parentesi di una imponente ristrutturazione del debitosenza che mai Atene dismettesse la tradizione scellerata di socialismo reale mascherato, ovvero di assistenzialismo clientelare finalizzato al voto di scambio, intriso di ideologia. Una tradizione che condivide guarda caso con altre nazioni essenzialmente fallite, quali Portogallo ed Italia. Ambedue implicate, a latere, nell’attuale negoziazione internazionale: la prima in quanto ha già vissuto un bailout, in cui cambio sono state chieste ed ottenute delle sofferte regolamentazioni e quindi non tollera due pesi e due misure. La seconda in quanto possibile prossima da ammettersi in camera caritatis. Considerati i numeri devastanti della sua economia reale, le pessime abitudini della popolazione e della politica, la ristrettezza di vedute dell’oligarchia gerontocratico-nepotistica, grande attenzione è rivolta a non creare precedenti non replicabili.

Se possiamo condensare buona parte della faccenda nel semplice teorema “Paga Pantalone” (chissà come si dice in greco moderno), notorio figlio bastardo della guerra fredda, allora dobbiamo ammettere che intere nuove leve di politici europei, in specie dei paesi mediterranei, si sono formate intorno a tale non elevatissima (e soprattutto insostenibile) concezione. E’ vero che anche molte nazioni nordeuropee organizzano tutta la loro esperienza economica, o gran parte di essa, intorno allo Stato e alle sue propaggini… ma è altrettanto vero che l’etica protestante di danesi, svedesi, norvegesi – nonché il determinismo geografico che si fece loro storia – consente efficienze ed equilibri impensabili altrove: vedi Roma, Atene, Madrid, Lisbona, Nicosia e via discorrendo. Tirando le somme, la Grecia di Tsipras e Varoufakis, non diversamente

Un leader ed il suo popolo

Un leader ed il suo popolo “non sviluppato”, ma già socialista

dall’Italia di Vendola e Renzi  – che infatti hanno ritenuto di vedere in Syriza una politica orgogliosa e futuribile – ritiene plausibile un sistema economico di stampo sovietico azionato con efficienza mediorientale, chiamato a generare un tenore di vita tedesco. Per difendere quest’araba fenice, l’attuale Premier ellenico si è fatto eleggere proponendo un programma del tutto fantasioso e pieno zeppo di sogni, quei sogni che son desideri e tali rimangono, perché non si devono occupare di sostenibilità economica. Basti ricordare i continui accessi di furia della sinistra greca nei confronti dei creditori internazionali (per non parlare dei debiti di guerra della Germania, essenzialmente saldati col sostenere i costi della riunificazione) a cui sapeva benissimo avrebbe dovuto poi tendere la mano, per un motivo o per l’altro: ciò dimostra nuovamente quanto la logica sovente non faccia per le masse, realtà già appurata e dichiarata dai dittatori del secolo scorso, i quali sono alfine gli inventori di queste roboanti strategie di comunicazione, nonché della maggioranza del loro sostrato ideologico (come dimenticare le celebri affermazioni mussoliniane, “la folla è femmina” oppure “la plutocrazia della perfida Albione“… Ma calza a pennello anche il Lenin di “se il socialismo dovesse essere realizzato solo quando lo sviluppo intellettuale del popolo lo consentisse, allora non avremmo socialismo per almeno 500 anni”).

Purtroppo per la Grecia il corso degli eventi, insensibile ad ogni seduzione anticapitalista, non si è fatto influenzare dall’elezione di Tsipras… la trattativa con l’Unione Europea, BCE ed FMI è andata avanti senza che, ovviamente, il debitore incapiente potesse imporre la sua volontà ai creditori solvibili. Eppure, vincolato dallo stesso populismo che l’aveva condotto al potere, il governo greco ha giocato sino all’improbabile tutte le sue carte. Sia presunte, come quella di un appoggio strategico ed economico russo (che non era nelle cose del mondo, avendo oggi la Russia enormi problemi finanziari di per sé, nonché poco desiderio di aprire un altro terreno di scontro frontale con UE ed USA, oltre all’Ucraina), sia reali: ad esempio il desiderio di evitare l’empasse ad un processo di “unificazione” che per 50 anni era apparso inarrestabile, oppure il rafforzamento della speculazione sui paesi più deboli, una volta infranto il taboo della non reversibilità dell’ingresso nella comunità, evidenziante i limiti del sostegno interno alla UE. O la valenza non indifferente dei crediti vantati dai singoli paesi, definitivamente bruciati dal default e dall’uscita dalla zona euro (nel caso dell’Italia 40 miliardi). Il tutto nell’assurda pretesa di presentarsi al mondo, e alla sua nazione, quasi fosse in posizione di forza… mentre si trovava in estrema debolezza. La partita è stata comunque persa: senza poter adempiere ad alcune (sensate) richieste internazionali, escluse aprioristicamente dal programma elettorale di Syriza, la Grecia non verrà rifinanziata. E si salvi chi può.

Ma Tsipras ha fatto di peggio: non avendo il coraggio di accettare le richieste della Troika, e quindi patire poi spaccatura e crisi di governo (oltreché eterno sputtanamento) ma nemmeno di rifiutarle orgogliosamente ed uscire spontaneamente dall’area euro, infilando il proprio popolo in almeno un decennio buono di miseria nera – che questo significa, crudamente, default e “Grexit”… altro che “libertà dalla schiavitù della moneta”, tant’è vero che arrivati al dunque la rifuggono come la peste anche i suoi paladini –  Tsipras, dicevamo, è arrivato all’ultima scadenza senza risorse ma con la trovata del “referendum” fuori tempo massimo, cioè oltre la data prefissata come ultima possibile per rendere il dovuto (grazie a prestiti) ed accedere ai nuovi crediti.

Parte della stampa italiana, insieme a molti connazionali assai superficiali, ha potuto surrealmente vedere in ciò un passo di “alta democrazia”, a confronto con un’Italia in cui (effettivamente) non si vota mai. Ma così sarebbe stato se il referendum fosse stato indetto in tempo utile. Secondo una logica accettabile, quella di chiedere al popolo greco l’ultima parola, gravida di enormi conseguenze, sul piegare la testa ed accettare i sacrifici imposti oppure fare insieme un salto nel buco nero… Invece esso risulta oggi solo un trucco per apparire ancora una volta forti e noncuranti, quando si è invece debolissimi e di poca parola. In più aggiungasi il tentativo di aggirare l’inevitabile giudizio sul proprio populismo, scongiurando nel contempo la dissoluzione di Syriza e soprattutto di un potere a cui, temo, si erano già affezionati come dei Papandreu qualsiasi. Senza comprendere che questo referendum dell’ultima ora avrebbe creato solo ulteriori incertezze e tumulti sui mercati, acuito caos nella popolazione e nel larvale sistema bancario, finendo per legare definitivamente le mani ai pochi negoziatori ancora disposti a lavorare per un accordo. In sostanza, senza mostrare alcun rispetto per la propria gente, né una strategia degna di tal nome.

Peggio di così non si poteva fare. Da adesso in poi, accada quel che accada, Draghi o non Draghi, sarà comunque un (enorme) insuccesso per la Grecia e per l’Europa, che non hanno ancora chiuso i conti col ‘900.

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4 commenti su “Le conseguenze per l’Europa del populismo tardocomunista : Grecia, Tsipras e referendum

  1. mastropizza ha detto:

    buongiorno
    come sempre ottimo articolo.
    vorrei far notare una cosa a mio parere importante. per quanto ho capito l’oggetto del contendere e’ molto piu’ blando… alla grecia non e’ stata rifiutata una ristrutturazione del debito. i creditori hanno detto di essere disposti a discuterne DOPO a ptto che tsipras accetti di alzare l’eta pensionabile. tsipras ha invece preteso di non alzare l’eta pensionabile e di ottenere una ristrutturazione contestualmente a questo round di negoziati. e’ sicuramente mancata fiducia da ambo le parti. questo a parere mio e’ il piu grande problema. il rapporto tra europa e governi nazionali. in teoria l’europa fa le politiche e i governi le applicano. questo concetto pero’ fa a pugni con la corruzione e il cluentelismo di molti governi (grecia e italia in primis)dove rimanere in carica per favorire interessi di pochi e’ l’unico scopo. quindi il punto secondo me e’ se i greci vogliono stare in europa uniformandosi al modo di vivere ed essere degli europei o no. questa e’ la domanda da porgli.

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  2. […] progressivamente i più progrediti ed efficienti, che pure nel breve sembrano beneficiarne. Capolavoro di questo percorso a ritroso è stata la gestione della crisi greca: a causa del perverso rapporto che ormai lega i burocrati UE alle oligarchie più retrive e meno […]

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  3. […] dire il vero, immaginammo che cedere al veterocomunismo di Tsipras, contemporaneamente consentendogli di restare al potere, d&#821…. Troppo miope ci sembrava, anche per i grigi e stantii eurocrati di Bruxelles. Invece andò come […]

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  4. […] del monopoli della Banca Centrale piuttosto che affrontare la realtà di un mondo assai mutato: Il caso Grecia avrebbe moltissimo da insegnarci in merito, ad […]

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