Un viatico all’ISLAM: “Sunniti – Sciiti. Storia d’una frattura”

Brevissima storia dell’Islam post Maometto. Il tormentato rapporto fra sciiti e sunniti, cavalcato dalle potenze occidentali.

La Shia riconosce un Papa (come i cattolici). La Sunna no (come i protestanti).

Un breviario islamico, per appassionati e giornalisti.

Il grand Ayatollah Khomeini, storico Papa degli sciiti duodecimani

Il grand Ayatollah Khomeini, storico Papa degli sciiti duodecimani

Posto qui un articolo estremamente interessante del sociologo e orientalista Yann Richard, originariamente pubblicato su Le Monde des Réligions, di settembre – ottobre 2008, pp 22-25. La cui traduzione ho reperito in quello straordinario deposito di conoscenza che è la rete. Precisamente presso il sito DIMENSIONE SPERANZA. Piuttosto ricco di spunti e nozioni su religioni e teologie.  E’ necessario comprendere come le fonti orientaliste, con poche nobili eccezioni, quali ad esempio Pio Filippani Ronconi e Fosco Maraini, sian solo francesi, inglesi e tedesche. Uno dei tanti motivi della crassa ignoranza nazionale sui nostri vicini mediterranei (nonché sui tanti “ospiti” attuali). Va da sé che una selezione adeguata dei materiali si impone. Perché assai delicata e complessa, richiede la pratica di chi abbia nozioni e tempo sufficienti. Inshallah, a Theleme non difettano né le une né l’altro. Il tema delle molteplici scissioni interne alla Ummah è della massima rilevanza: il confronto tra mondo islamico e cristiano è vieppiù alla ribalta. Per certi versi, nonostante (anzi grazie a) gli enormi progressi tecnologici, è come fossimo tornati indietro di 1000 anni. Cioè gomito a gomito con gli emirati e califfati che risplendevano in medio oriente, nord Africa e in Europa stessa. Basti dire che se possediamo ancora una (mezza) compagnia di bandiera è per via delle decisioni dei fondi sovrani degli Emirati Arabi. Ma gli esempi, dalla cronaca appunto all’alta finanza, sono innumerevoli. Capire che gli sciiti duodecimani hanno un “Papa” (sebbene formalmente ereditario), come i cattolici, mentre i sunniti no, come i protestanti, è fondamentale. Dopo aver ricevuto qualche esplicita richiesta in tal senso, ho pensato di reperire un testo sul mondo arabo e islamico post Maometto (sull’antefatto, ovvero la vita del Profeta ed il Corano potrei invece suggerire MEDIOEVO ISLAMICO, se parliamo di siti in italiano) che fosse sufficientemente breve e divulgativo da poter esser letto da non specialisti, senza tediar troppo. Ma al contempo non banalizzante, non ingannevole né troppo orientato. Il saggio seguente possiede queste rare caratteristiche. Adempiendo sia alla funzione di spiegazione, rapidamente consultabile, delle matrici culturali e teologiche dei tanti conflitti in corso nel mondo mediorientale (e non solo), sia di primo viatico all’approfondimento ulteriore dell’intricatissimo, tumultuosissimo, esotericissimo, “favoloso Islam”. In seguito a tali letture dovrebbe risultare un po’ più semplice comprendere le cronache e le analisi di questi mesi, nei loro (pochi) pregi e (tanti) limiti. Fate la prova con “Guerra all’Isis, gli Usa ripartono dai sunniti”.

Sunniti – Sciiti. Storia d’una frattura

Morto il Profeta, i mussulmani si dividono a causa della successione. Questo scisma si rinforza in seguito a divergenze dottrinali. Tutta la storia de l’Islam sarà contrassegnata dall’opposizione fra Sunniti e Sciiti. L’Islam, religione d’una comunità

Sunna, ovviamente in tedesco

Sunna, ovviamente in tedesco

unificata (l’umma), ha però conosciuto spaccature precoci. Il principale scisma, la nascita dello sciismo (non c’è nessun rapporto semantico fra le due parole, anche se abbiamo un’omofonia parziale) accade alla morte del Profeta, per ragioni politiche ma anche dottrinali che hanno reso la sua fine quasi impossibile, malgrado parecchi tentativi di riconciliazione. Il Profeta, ugualmente capo politico, ha cercato di assicurare la sopravvivenza della nuova religione garantendo, attraverso la sua eredità, la successione fedele al messaggio che aveva predicato. Avrebbe esitato, mentre sentiva avvicinarsi la morte, fra due soluzioni. Ognuna delle due fu presa come il testamento definitivo dai due eredi rivali. La maggioranza dei credenti si è allineata dietro Abdu Bakr, solo di qualche anno più giovane di Mohamed, suo amico da prima delle rivelazioni. Egli è anche uno dei primi credenti ed è divenuto uno dei principali consiglieri del Profeta. È lui che è scelto per dirigere l’ultimo pellegrinaggio e la preghiera pubblica a Medina: la sua elezione appare dunque naturale ai compagni (ansar) di Mohamed, i quali lo designano, dopo deliberazione, “successore dell’inviato da Dio” (Khalifat rasul Allah o “califfo”).

Altri mussulmani sono sostenitori d’Ali, figlio d’Abou Talib, cugino e genero del Profeta, padre dei suoi soli due nipotini maschi all’epoca vivi, Hassan e Hussein. Qualche settimana prima di morire, ritornando da un pellegrinaggio alla Mecca, Mohamed si ferma nell’oasi di Qadir, prende nella sua destra quella d’Alì, che ha circa 32 anni, e dichiara: “Di chiunque io sono protettore, Alì è ugualmente suo protettore. O Dio sii amico di colui che è suo amico e nemico di chi è suo nemico!”. Abdou Bakr è eletto nel momento in cui Alì e i suoi sono occupati per i funerali di Mohamed, una coincidenza carica di senso, poiché gli sciiti (da chia che significa “partigiani”o seguaci) venerano i resti dei santi e credono nella trasmissione invisibile dei carismi spirituali durante i pellegrinaggi, mentre i sunniti (fedeli alla sunna, la tradizione del Profeta), hanno la tendenza a non vedere alcuna transizione fra la grandezza di Dio e gli uomini: la deliberazione per nominare il Califfo non ha dunque, per loro, alcuna dimensione trascendentale.

Gli sciiti credono nella trasmissione invisibile dei carismi durante i pellegrinaggi, mentre i sunniti non vedono nessuna transizione fra la grandezza di Dio e gli uomini

Gli Imam

Alì – considerato dagli sciiti come il primo capo della comunità, cioè il primo Imam (“guida”) – è eletto più tardi, dopo Omar e Othman: è il quarto califfo di tutti i mussulmani, di modo che la riconciliazione dei credenti diviene possibile intorno alla sua persona (656-661). Ma non sarà così, a causa dell’odio fomentato intorno a lui dai parenti prossimi del Profeta, soprattutto da Aïcha, una delle spose di Mohamed: ciò approfondisce il fossato e il califfato d’Alì è perturbato da numerose violenze. Alì stesso non può trasmettere il potere al figlio, suo erede, perché viene assassinato e rimpiazzato da Moawiya, fondatore della dinastia degli Omeyadi a Damasco. Lo scopo principale degli Omeyadi è quello di consolidare l’impero mussulmano nell’Africa del Nord e nell’Asia centrale. Le pretese legittimiste dei discendenti d’Alì, chiamati Imam dagli sciiti, sono vanificate in un primo tempo dal compromesso stabilito con Hassan (figlio di Alì). Questi, ritiratosi a Medina, usufruendo di laute ricchezze e circondato da donne, rinuncia esplicitamente al potere. Alla sua morte, nel 670, la successione dei discendenti d’Alì è di nuovo rivendicata dagli sciiti, che si lamentano delle malversazioni di cui sono vittime da parte del califfo. Dopo la morte di Moawiya nel 680, Hussein [secondogenito di Alì e quindi fratello minore di Hassan, N.d.A.] rifiuta di sottomettersi al nuovo califfo omeyade e risponde all’invito degli abitanti di Kufa, città sciita situata al Sud dell’Irak attuale, per difendere il diritto contro l’iniquità. La sua piccola armata è fatta a pezzi, a Kerbala, dalle truppe inviate da Damasco, che, secondo gli sciiti, agiscono con estrema crudeltà, fino a decapitare Hussein, nipote di Mohamed. La sconfitta dolorosa di Hussein è trasformata, come la Passione di Cristo per i cristiani, in un sacrificio redentore. Le sconfitte degli Imam tuttavia non terminano: l’agiografia sciita fa dei nove Imam che succedono a Hussein, dunque fino al dodicesimo, dei martiri della repressione sunnita, prima sotto gli Omeyadi poi sotto gli Abbassidi. Un effimero tentativo dell’ottavo Imam, Alì-Reza, di rivendicare la successione del califfo Harun-el-Rachid termina in modo tragico: l’Imam sarebbe stato avvelenato, perché l’annuncio di questa successione avrebbe provocato una rivolta a Bagdad.

La dottrina dell’occultazione

L’impossibilità per gli Imam d’accedere al potere politico, dopo Alì, li spinge a capovolgere simbolicamente le relazioni del potere politico e dello spirituale. Invece di fare della dominazione politica la funzione che determina la funzione religiosa (come nel principio cuius regio eius religio), gli Imam sviluppano una giustificazione teologica del loro allontanamento dalla funzione politica, dicendo che il loro potere ingiustamente calpestato è adesso occultato: si potrebbe dire “che non fa parte di questo mondo”. Il Dodicesimo Imam, nominato Mohamed, come il suo antenato, scompare dalla vista dei credenti nell’874 all’età di cinque anni: è lui il vero sovrano di questo mondo, il supremo rettore. È lui solo che possiede pienamente la legittimità, ogni altro potere terrestre è un’usurpazione, più o meno tollerabile. La presentazione fatta dagli sciiti d’un mondo manicheo, dove gli Imam e i loro seguaci sono sistematicamente perseguitati, non corrisponde alla realtà storica ma al sentimento di essere stati trattati ingiustamente. Infatti una dinastia sciita, i Buyidi, domina il califfato durante un secolo, dal 945 al 1055, ma senza abolire la supremazia del sunnismo. Gli sciiti si domandano se debbano servire un potere sunnita, ciò che significherebbe negare implicitamente la legittimità del Dodicesimo Imam. In realtà accettano dei compromessi, ogni qual volta ciò permette loro di proteggere gli interessi della comunità e di evitare le distruzioni che potrebbero annientare la tradizione che portano avanti. La dottrina del ketman, o “dissimulazione mentale”, è nata dalla necessità per gli sciiti di continuare a vivere in un mondo ostile: mentendo su quanto credono, in realtà sopravvivono. Numerosi pensatori mussulmani, che i sunniti credono dei loro, sono invece sciiti. Un’altra falsa idea sostiene che lo sciismo sia una variante iranizzata dell’Islam. Certo, dall’epoca degli Imam e anche dopo, i seguaci della famiglia d’Alì sono numerosi nel territorio persiano, rifugiati raggruppatisi qui e là per sfuggire alle persecuzioni. Legami più profondi esistono ugualmente, come lo testimonia la tomba, a Mashha, dell’Imam Reza. La successione dinastica degli Imam e la loro associazione, a volte esplicita, con le dinastie iraniane – come il matrimonio, forse leggendario, de l’Imam Hussein con la figlia dell’ultimo imperatore sassanide – aggiunge un elemento di estraneità. Ma gli Imam erano arabi, discendenti di Mohamed, e le comunità sciite arabe sono le più numerose fino al XVI secolo.

L’emergenza del trionfalismo sciita

Parecchie grandi dinastie turche che dominano il mondo mussulmano – i Ghaznevidi, i Saljoukidi – manifestano un grande zelo per difendere l’ortodossia sunnita contro gli “eretici”. Ciò prova che gli sciiti, duodecimani o ismaeliti [1], sono numerosi e possono attirare fedeli.

Sciiti e Sunniti nel mondo arabo

Sciiti e Sunniti nel mondo arabo

Quando cominciano le invasioni mongole, al XIII secolo, Gengis Khan e i suoi sono sciamanisti, buddisti ed anche cristiani. Si convertono all’Islam e sarebbero potuti divenire sciiti. Un grande teologo sciita, (1201-1273), l’ismaelita Nasir ud Din Tusi, che ha vissuto ad Alamut in una fortezza montagnosa, si mette al servizio di Hulagu e l’accompagna fino a Bagdad dove l’imperatore mongolo abbatte il califfato e fa uccidere l’ultimo degli Abbassidi, nel 1258.  Dopo un periodo di fluttuazioni e di libertà religiosa, i Mongoli si convertono all’Islam. L’opportunismo politico li inclina verso il sunnismo [cesaropapista, per dirla all’occidentale, N.d.A.]. Una nuova dinastia turca, gli Ottomani, prende il potere in Anatolia alla fine del XIII secolo e fa d’Istanbul, dal 1453 al 1920, una grande capitale dei mussulmani. La loro scelta è ancora una volta quella d’un Islam sunnita intransigente. È anche per opporsi all’impero ottomano che la dinastia savafide, quando prende il potere in Iran (1501-1722), sceglie chiaramente e sin dall’inizio lo sciismo. Benché i suoi antenati siano sunniti. Questi sovrani che fanno di nuovo dell’Iran un impero brillante e costruiscono palazzi e moschee a Ispahan, obbligano, sovente con la forza, gli Iraniani a convertirsi allo sciismo, mentre la grande maggioranza della popolazione era stata fino a quel momento sunnita. Le conseguenze dell’imposizione dello sciismo in Iran sono molteplici. Si sviluppano dei focolai di cultura sciita che attirano da tutto il mondo mussulmano gli imamit, i quali trovano finalmente dove poter studiare liberamente i testi dei fondatori. A Ispahan il potere regale deve inventare delle soluzioni originali per rinforzare la sua legittimità, senza diminuire quella dell’Imam assente, di cui gli ‘ulema’ interpretano la volontà: così si forma una nuova categoria sociale sconosciuta nel mondo mussulmano, un clero gerarchizzato che delega simbolicamente l’autorità politica allo shah, riservandosi l’autorità religiosa e giuridica. Infine l’evidente rottura fra gli imperi ottomano e savafide, marcata dalla spaccatura sunnita-sciita, divide profondamente il mondo mussulmano. La Persia costituisce d’ora in poi una barriera fra l’Asia centrale e l’India da un lato e il bacino mediterraneo dall’altro, L’indebolimento della Ummah, che si deteriora in rivendicazioni teologiche e in guerre fratricide, ha certamente facilitato la sua dominazione progressiva, operata dai commercianti e dalle forze armate delle nazioni europee. Due tentativi notevoli di riconciliazione hanno luogo. Nel XVIII secolo Nader Shah (1736-1747) che ricostituisce un immenso impero partendo dall’eredità safavide, tenta di fare riconoscere lo sciismo imamita come una quinta scuola giuridica [2] dell’Islam maggioritario. Più efficacemente, per ingannare l’imperialismo occidentale, Jamaloddin al Afghani (1838-1897), teologo sciita, si fa passare per un Afgano sunnita e tenta di mobilizzare contro le ingerenze europee tutte le forze del mondo mussulmano, riunendole dietro lo stendardo del sultano ottomano, riconosciuto come califfo dei sunniti. Questi sforzi hanno certamente permesso ai mussulmani di prendere coscienza dei rischi che l’ostilità fra sunniti e sciiti continua a convogliare. Nel XX secolo tuttavia l’apparizione di movimenti fondamentalisti radicali nei paesi sunniti, come i Fratelli mussulmani in Egitto e in Siria ed il movimento wahhabita in Arabia Saudita, contribuisce ad esacerbare di nuovo le ostilità della maggioranza dei mussulmani contro gli sciiti. Certe cause comuni al militantismo mussulmano, come la difesa dei Palestinesi e la lotta contro l’influenza americana nel Medio Oriente, non bastano a riunire sunniti e sciiti, che restano diffidenti nei riguardi di coloro che condividono la loro fede nel messaggio coranico, ma che hanno una sensibilità divergente [in realtà la situazione è negli ultimi anni un po’ mutata, la fratellanza avendo provato ad intessere migliori rapporti fra Iran e Turchia, a cavallo fra sunnismo e sciismo N.d.A.]. In Iran la riflessione sull’impossibilità di convertire i sunniti con la ragione e la persuasione, ha indotto certi pensatori sciiti, dopo la Rivoluzione, a sviluppare una filosofia del pluralismo religioso: ci sono diverse maniere di leggere il Corano e di accettare la tradizione mussulmana mohamediana, i credenti dunque devono accettarsi con spirito di tolleranza.

Yann Richard

Traduzione dal francese di suor Immacolata Occorsio (più qualche correzione di refusi) Le note esplicative situate in calce, sono una breve sintesi dell’articolo Ecoles Sunnites et branches sunnites, edito a p.37 della stessa rivista:


[1] I principali rami dello sciismo sono: – gli Zaiditi che rifiutano l’idea dell’Imam occultato; – gli Ismaeliti che prendono il loro nome da Ismaïl, il figlio morto (secondo loro ‘nascosto’) del sesto Imam Jaafar (699.765). Gli Ismaeliti ne fanno il settimo Imam e pensano che i suoi quattro discendenti siano anche loro ‘nascosti’; – i duodecimani o imamiti che riconoscono la successione di dodici Imam dopo Alì, cugino e genero del Profeta fino a Mohamed al- Madhi, il bambino Imam ‘occultato all’età di 5 anni, Il Mahdi si manifesta con segni che gli iniziati riconoscono. L’imamismo è la religione di stato dell’Iran. La maggioranza degli sciiti dell’Irak e del Libano aderiscono a questa confessione.
[2] Le scuole giuridiche del sunnismo nate nel terzo secolo dell’Islam sono quattro: 1°. La scuola malikita fondata da Malik che ricerca l’istislah, cioè ‘l’interesse generale ben compreso’. Per esempio interdice la poligamia. Presente nel Magbereb, in Sudan e nell’Alta-Egitto. 2°. La scuola hanafita, forgiata da Abou Hanifa, che è la meno rigida in materia di conformità rituale poiché cerca l’istihan ‘quello che si stima essere il bene’. Adottata dagli Ottomani permette loro di gestire, nel loro vasto impero, i problemi delle differenti culture delle popolazioni situate nella zona fra i Balcani e il Medio Oriente. 3°. La scuola chafiita fondata da Chafii. Questi reagisce contro le due precedenti, che, secondo lui, vogliono legiferare al posto di Dio. I legislatori di questa scuola rispondono ai problemi dei fedeli facendo un ragionamento per analogia riferendosi al Corano e agli hadith. In Egitto. i media dedicano pagine intere a quesiti dei fedeli e risposte della scuola. 4°. La scuola hanbalita, l’ultima nata e la più rigida, si basa su di un corpus voluminoso di hadith e predica l’imitazione del Profeta e dei suoi compagni. Questa scuola rifiuta l’introduzione della ragione critica in fatto di religione. Vige in Arabia Saudita sotto la forma wahhabite.
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2 commenti su “Un viatico all’ISLAM: “Sunniti – Sciiti. Storia d’una frattura”

  1. […] armate egiziane di cui era Capo di Stato Maggiore. Non va dimenticato che la fratellanza musulmana, per essere sunnita, forse è quanto di più vicino allo sciismo ci possa essere: sono note le sue contiguità con […]

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  2. […] patto con gli USA. Invece passiamo la mano, sia per la vastità dell’argomento – cui abbiamo talvolta accennato in passato – sia perchè la novità della tecnica militare-mediatica che noi riteniamo esser stata […]

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