Grecia, la crisi e il mercato delle armi: Una traduzione che era il caso di fare

Spesa percentuale per la difesa dei paesi NATO

Spesa percentuale dei paesi NATO per la difesa

Il mercato di armi e gli influssi sulla Grecia. Le produzioni locali ed internazionali.

Il business (tedesco, francese, inglese etc.) prima di tutto, dentro e fuori la Comunità Europea.

L’Italia è nazione in cui si tende a non informare ed a non informarsi sulle grandi questioni che muovono il mondo, favorendo il teatrino controllato e controllabile e controllante della politica nostrana, i suoi burattini, la sua provincialità.

Tra queste c’è sicuramente la dimensione nevralgica della produzione e del mercato di armi, dalla notte dei tempi sino ad oggi intrecciati a doppio filo con gli Stati, i loro rapporti, il potere ed il controllo delle materie prime, il benessere (ed il malessere) delle nazioni.

Il testo a seguire è la mia traduzione di un interessante articolo incentrato proprio sul rapporto fra armi e Grecia, relativamente alla crisi economica che affligge il paese europeo. Per un insieme di ragioni, tra cui una singolarmente accentuata propensione alla spesa militare. Il discorso è valido per altre nazioni, inclusa la nostra, come esplicitamente lo stesso testo inglese dice (che potete leggere in lingua originale su ANALYZEGREECE! ). Almeno in parte.

Fermo restando che la produzione d’armi italiana è decisamente più rilevante, per qualità e quantità, di quella ellenica. Eppure, ad esempio, applicando il discorso alla siderurgia (campo dal non indifferente valore strategico militare, per ovvie ragioni), tante riflessioni potrebbero attagliarsi alla stessa maniera.

Ultime notazioni.

E’ evidente che l’intervistato è pacifista convinto. Ed alcune sue affermazioni son più che altro speranze, o ipotesi. Se è vero che per decenni, infatti, l’Europa non è stata minacciata, oggi tra Nord Africa e Ucraina il clima circostante ci si  è molto, molto riscaldato. Inutile anche dire che la vera razionalizzazione sarebbe l’esercito comune europeo… ma per ora son solo sogni…

Cameron sui sottomarini nucleari inglesi, i migliori al mondo, non parla secondo noi a vanvera. Le guerre non accadono solo per volontà di oscure cricche di capitani d’industria… ma occorrerà trattarne in altro momento.

Altrettanto non possiamo dire della minaccia turca alla Grecia, in effetti assai ridotta. Anche perché gli eredi di Bisanzio e dei califfi hanno oggi la possibilità di guardare con successo (ahimè cruento) al vicino oriente. E pertanto poco si curano di altri affari.

Resta quindi un’intervista piena di buoni spunti, comunque la si pensi su guerra e pace. Del tipo di interviste che da noi in genere non si fanno. Buona lettura.

Intervista con Frank Slijper su … “Armi, debito e corruzione”.

Frank Slijper è un economista olandese specializzato in commercio d’armi e affari militari. E’ ricercatore del Transnational Institute con sede ad Amsterdam e dirige l’ONG Campagne tegen Wapenhandel (Campagna contro il commercio delle armi). Le sue pubblicazioni sul complesso militare-industriale dell’UE, la politica spaziale europea e l’Agenzia europea per la difesa costituiscono un contributo fondamentale per l’analisi dei processi di militarizzazione in corso. Il suo ultimo rapporto TNI, ‘Armi, debito e corruzione: la spesa militare e la crisi europea’, dimostra il collegamento intrinseco tra la crisi del debito e gli alti livelli di spesa militare nel sud dell’Europa. La seguente discussione si concentra sul caso greco; Tuttavia, le implicazioni degli argomenti di Slijper sono validi per altri paesi europei, e dovrebbero essere di interesse per tutti i loro cittadini.

Quali sono le conclusioni principali del report? Il bilancio militare greco, vertiginosamente impennatosi, può essere un fattore che contribuisce alla situazione economica del paese?

Prima della crisi, la maggior parte dei paesi dell’Unione europea e della NATO hanno aumentato in modo significativo la spesa militare, compensando in tutto o in parte i tagli immediatamente successivi alla fine della guerra fredda. Mentre la crescita maggiore è stata negli Stati Uniti, in Europa la spesa militare è aumentata pesantemente a Grecia e Cipro. Quando la spesa militare alla fine è ridiscesa, nel quadro di misure di austerità più ampie – ma per lo più dal 2010 in poi – ciò ha toccato il personale molto di più che la spesa per le armi. Ma non solo: con valori corretti per inflazione, molti paesi dell’UE hanno spese militari superiori a 10 anni fa, anche se l’Europa non è mai stata più sicura di oggi e non si trova ad affrontare minacce significative. I mantra militari, per cui si ripete che i livelli di spesa sono scesi al di sotto del ragionevole, sono completamente infondate.

La usuale contro-argomentazione rivolta ai critici dell’alta spesa militare è che la Grecia deve affrontare una minaccia costante alla sua integrità territoriale, da parte della Turchia. Qual è la sua risposta?

La minaccia è molto inferiore a 10 o 20 anni fa, secondo la maggior parte degli esperti. Le relazioni sono notevolmente migliorate e c’è la volontà della Turchia a lavorare sulla fiducia reciproca. Anche in questo caso, è importante rendersi conto che l’esercito ha interesse a mantenere una posizione di forza, esagerando minacce percepite. Essi cercano di farci credere che l’economia sarebbe in pericolo in caso di ulteriori tagli alla difesa, mentre, in realtà, la spesa militare ha dimostrato di essere un generatore di posti di lavoro estremamente costoso. La Grecia è caratterizzata da una base di produzione d’ armi piuttosto ridotta, quindi è piuttosto difficile parlare di un ‘complesso militare-industriale’ per come lo intendono i manuali.

Quale assetti di interessi sono garantiti dal mantenimento di un’alta spesa militare, nel caso di paesi importatori d’armi come la Grecia?

Prima di tutto, è interesse militare. Ma la Grecia, come la maggior parte dei produttori di armi di “secondo livello” (per lo più piccole), mantiene una politica cosiddetta offset, che mira a ottenere una certa percentuale di ordini sul mercato interno – preferibilmente sotto forma di co-produzione, ad esempio, produrre componenti per il sistema d’arma da acquistare. Si tratta di una forma molto costosa e altamente inefficiente di politica industriale, che – pur vantandosi di grandi effetti occupazionali, che spesso non si realizzano – in pratica quasi sempre si rivela essere una forma di sovvenzione scandalosa a un’industria completamente inadatta per la sopravvivenza sul mercato. Questo è quello che è successo in Grecia. Ed è per questo ora che il governo vuole vendere queste attività tragicamente poco redditizie. Si tratta di un vantaggio reciproco, al servizio degli interessi militari (toys for the boys), così come per l’industria delle armi, spesso usando la retorica della sicurezza nazionale e insistendo sui benefici occupazionali. Non sono sicuro nel caso della Grecia, ma nei Paesi Bassi spesso i sindacati si schierano ciecamente con le aziende ed i militari nel promuovere nuovi contratti nel settore, mentre promettono ottime prospettive di occupazione. E la storia si ripete ancora e ancora. Triste notare che con molto meno denaro si potrebbe creare impiego in altri settori dell’economia, come dimostro praticamente nella mia relazione.

La Germania è stata in prima linea sulla retorica della disciplina di bilancio. Non è abbastanza contraddittorio chiedere tagli al bilancio pubblico e allo stesso tempo promuovere in Grecia la vendita di armi decisive, come il carro armato Leopard 2 e i sottomarini Type 214?  

Sì, naturalmente: sia la Grecia che il Portogallo hanno speso fortune per acquistare sommergibili tedeschi e spenderanno centinaia di milioni ogni anno, per molti anni a venire, su questi mezzi (e mi chiedo che logica strategica ci sia stata). In Grecia si dice che avete intenzione di comprare ancora e la Germania, naturalmente, è felice di offrire. Ma qual è la logica se allo stesso tempo spingi misure di austerità sul popolo, il taglio dei salari e delle pensioni, sanità e istruzione – se non smettete di comprare armi che non vi necessitano davvero. Il suo ex ministro degli esteri Theodore Pangalos ha detto che si sentiva «costretto a comprare armi di cui non abbiamo bisogno”, e che i contratti stipulati li viveva come “vergogna nazionale”. E’ giunto il tempo di un cambiamento radicale, lontano dalla cultura della spesa militare indiscussa, sprecando miliardi di soldi dei contribuenti ogni anno. Soprattutto ora che potrebbero essere utilizzati molto meglio per tirar fuori la Grecia dalla miseria.

La NATO gioca un ruolo nella imposizione di una certa ‘disciplina’ a favore di importazioni di armi e il mantenimento di elevati bilanci militari nel Sud?

Il segretario generale Rasmussen ha usato ogni occasione, negli ultimi anni, per sottolineare la necessità di alte spese militari ed evitare ulteriori tagli. Ogni volta viene usato il falso confronto dell’Europa con gli Stati Uniti per rappresentare che siamo in pericolo, perché Washington sta spendendo molto di più. Queste persone non ricordano mai che la spesa del Pentagono non ha eguali, certo né in termini assoluti né in percentuale del PIL (Prodotto Interno Lordo). Solo pochi paesi del Medio Oriente, come l’Arabia Saudita e Israele (alimentati da un sostanziale aiuto militare statunitense), raggiungono quel livello. Per molto tempo la Grecia è stato l’unico membro dell’Unione Europea ad avvicinarsi a quella soglia folle. Guardate cosa è accaduto: debiti enormi per armi di cui non abbisogna. Anche fra i militari vi è il riconoscimento che le grandi compravendite di armi con la Francia, la Germania e gli Stati Uniti hanno portato solo miseria. Sarebbe molto meglio se la gente facesse confronti con l’Irlanda, che ha la percentuale del PIL destinata alle forze armate più bassa d’Europa.

Nel suo lavoro, lei ha fatto riferimento all’esistenza di un complesso militare-industriale a livello UE. La crisi ha alterato la sua funzione e, se sì, in che modo?

In parte, sì, perché bilanci nazionali in declino hanno in qualche modo limitato le loro prospettive di nuovi ordini e programmi. D’altra parte – con maggiore supporto dei governi, proprio a causa della crisi – si stanno spostando verso altri mercati esteri, che si tratti di paesi BRICS o stati petroliferi arabi, finora indenni dal ridimensionamento dei bilanci militari. Nonostante la condanna della “primavera araba” di armi UE vendute ai dittatori in Medio Oriente e Nord Africa, due anni dopo tutto sembra business as usual. E si vedono forti pressioni in Francia, nel Regno Unito, in molti paesi, infatti, per annullare gran parte dei tagli (proposti). Il primo ministro David Cameron ha recentemente affermato che la crisi coreana ha dimostrato ancora una volta perché la Gran Bretagna ha bisogno di spendere miliardi di sterline per sostituire i suoi sottomarini nucleari lanciamissili. Sia l’industria che l’esercito hanno un interesse comune a esagerare le minacce, a carico di cittadini che pagano il conto.

Per concludere, c’è un alternativa all’eterna ‘economia militare’, per il caso greco? Qual è la sua visione di un modello sociale ed economico che può sostituire la spinta costante agli armamenti?

Una seria, intensa discussione nella società per il nostro modo di pensare le spese militari e le alternative: sull’opportunità delle spese militari e riguardo approcci alternativi alla sicurezza: la sicurezza del lavoro, la sicurezza sociale, la sicurezza umana. Sono convinto che la maggior parte delle persone preferisce lavorare verso un dialogo costruttivo con la Turchia, piuttosto che continuare una corsa agli armamenti senza fine che avvantaggia solo l’industria delle armi. Che dire di un’attenzione verso tecnologie innovative in settori quali l’energia verde? E naturalmente il turismo: mostrare al mondo esterno che ti sei liberato dei funzionari corrotti, banchieri e industriali e che  s’è dato di nuovo potere al popolo. Guardate come l’Islanda è riemersa da una grave crisi.

Frank Slijper è stato intervistato da Iraklis Oikonomou

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Un commento su “Grecia, la crisi e il mercato delle armi: Una traduzione che era il caso di fare

  1. […] progressivamente i più progrediti ed efficienti, che pure miopemente beneficiano nel breve  (leggete qui su Germania e Grecia). Capolavoro di questo percorso a ritroso è stata la gestione della crisi greca: a causa del […]

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