Wikileaks, una questione cruciale tutt’altro che datata…

Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola… La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità.

 J. Goebbels

Non parlarne più è un grande errore
Chelsie Manning in questi giorni ha ottenuto il permesso di utilizzare Twitter per comunicare, in qualche modo, col resto del mondo.
La notizia, alquanto singolare (considerata l’entità della condanna inflittagli), riporta un minimo all’attualità una delle più importanti vicende mediatiche del nuovo millennio. Wikileaks, appunto.
Questo è lo spunto per affrontare nuovamente una questione dalle enormi implicazioni che, come sempre in questo paese, preferiamo invece lasciar cadere, proseguendo imperturbabili nel nostro cammino a ritroso verso un nuovo medioevo.
Eppure tutto ciò ci riguarda assai da vicino.
Vari sono i problemi che Wikileaks pone sul campo, lasciando ben poco spazio di manovra per glissare o simulare. Ad esempio qui un ottimo pezzo di The Guardian sottolinea l’innovazione notevole nel rapporto fra giornalismo e dati.
Ma il rovello principale sollevato dai leaks è certamente quello del rapporto fra la gestione reale del potere negli stati democratici e l’immagine dei fini e delle motivazioni che invece viene comunicata alla pubblica opinione dei detti stati, in teoria unica detentrice della sovranità e quindi di quel medesimo potere.
Quando scrivo “pubblica opinione” intendo naturalmente la doxa parmenidea, l’opinione atecnica e superficiale del cittadino medio che ha altre occupazioni quotidiane ed altri interessi … è ovvio infatti come nessuno che abbia confidenza con la politica internazionale potrà mai essersi sorpreso a leggere che l’Afghanistan moderno esiste solo quale creazione della politica internazionale, che la Corea del Nord ha patti decennali con l’Iran, che gli States sono irritati dalla politica italiana del “ndo’ cojo cojo”, in mezzo ai loro acerrimi nemici…).

Eppure proprio questa conoscenza diffusa, questo prometeico dono di Assange (e di chi lo appoggia e sostiene), determina una straordinaria novità, imprevedibile negli esiti finali e repentina nelle conseguenze: dopo Wikileaks diviene difficile per i governi, per i loro portavoce, per gli ambasciatori raccontare le “favolette” di stampo ottocentesco (non è che la guerra di Crimea e quella in Iraq siano state raccontate con modalità tanto diverse, decisamente propagandistiche, nonostante i secoli di distanza) su cui si poggiano le strategie comunicative dei governi da quando esiste la moderna democrazia nazionale… da oggi la domanda “ma in che modo l’Arabia Saudita ci sosterrebbe se attaccassimo l’Iran” diventa possibile alle conferenze stampa del Pentagono… mentre prima, certo non per ignoranza della questione da parte dell’avvertito giornalista ma per suo quieto vivere, sarebbe stato surreale anche solo immaginarla, non essendoci un pubblico vasto a cui dar conto di una questione ignota alla stragrande maggioranza. Altrettanto potremmo dire di Edward Snowden, la cui collaborazione con Greenwald ha fruttato – e tuttora frutta – notevoli visioni “interiori” del sistema di controllo capillare dell’informazione posto in essere dalle agenzie americane. Inutile dire che attività di codesti “dissidenti 2.0” non è neutra rispetto alla geopolitica. E che chi crea problemi a Washington ha naturalmente amici a Mosca e Pechino, tanto per cominciare. Come si è visto apertamente.

“Fatta la legge trovato l’inganno” racconta la cinica sapienza popolare italiana… posto il principio ideale democratico, operando abilmente sui media e sull’emotività della massa si può conservare la medesima assoluta discrezionalità nelle scelte geopolitiche (e non) che si aveva in tempi di potere assoluto.

“Mentire, omettere per conservare arbitrio e finalità non soggette a censura e/o poter fare quel che si ritiene il meglio per il bene comune” è concetto diametralmente opposto al “conoscere per deliberare”, pure all’apparenza cardine logico di qualsiasi ordinamento voglia definirsi democratico. Eppure il primo, in buona o cattiva fede, è il principio di governo generalmente praticato nel pianeta, tanto più efficace ed agevole quanto la popolazione governata abbia scarsa formazione culturale in genere, scarsa formazione politica nello specifico e media nazionali proni al potere. Per cattiva fede intendo il torcere l’interesse collettivo ai fini esclusivi delle elite al comando, spregiudicatamente… per buona fede il ritenere che la massa sia “tonta”, incapace di decidere su questioni di vasta portata, e vada pertanto indirizzata e guidata, come si fa coi bambini e le bugie bianche su Babbo Natale ed il sesso… ambedue queste visioni sono essenzialmente apocalittiche, ma la seconda è un buon punto di partenza per discutere finalmente i modi ed il campo d’azione di una vera “democrazia universale”, senza remore o riserve mentali, oppure per riformarla su basi diverse (censo, cultura, Q.I.), ma comunque tali da porre un termine all’ambiguità di fondo che pervade la prassi politica degli ultimi 200 anni.
La difficoltà sta nell’accettare che il dispotismo non sia patrimonio esclusivo degli stati “canaglia”, ma sia ben radicato e diffuso nel mondo “libero”. Certo, negli stati democratici il voto consente rimozioni e novità, ma se la scelta avviene su dati falsati la differenza col resto del mondo si assottiglia notevolmente. Sino quasi a scomparire, come nel caso limite chiamato Italia.
Non paia però moralismo populista… E’ di tutta evidenza, infatti, che alla radice vi sia l’egoismo innato nella specie umana e di tutte le altre. L’egoismo del gene appunto, che alla propria “felicità biologica”, intesa come benessere materiale espandibile all’infinito per una prole quanto più numerosa possibile, sacrifica senza troppe remore quella del prossimo, figuriamoci del lontano. Il desiderio dell’individuo di “possedere ed usare” quanto più può diviene quindi, sommandosi a quello dei connazionali, o dei colleghi, o dei consanguinei, il desiderio degli stati di allargare i confini, di appropriarsi delle risorse disponibili, il desiderio delle corporations di generare le massime revenues concepibili, sino al sogno estremo del monopolio, il desiderio dei clan di sopraffare e sostituirsi.

“Homo homini lupus est”, alfine… ma in un mondo che da un lato conosce l’atomica, le armi batteriologiche ed un enorme quantità di satrapi, dichiarati o nascosti, pronti ad utilizzare i leaks tecnologici (quelli si davvero terribili) ai loro fini (chissà che sarebbe successo se Pol Pot avesse avuto l’atomica e Bokassa l’ebola); dall’altro la comunicazione capillare di

Che avrebbe fatto Bokassa con testate batteriologiche?

massa che sfrutta una pallida alfabetizzazione per rinfocolare egoismi e materialismi, provando a sgretolare la saggezza collettiva che milioni di anni di evoluzione e civiltà avevano prodotto nella collettività (perché far scorrere fiumi di acqua calda quando ci si rade e non raccoglierla invece in un bacile, perché avere 1.000 tipi di disinfettanti ed antisettici potenzialmente allergenici quando basta coltivarsi una pianta di aloe… e bastino qui questi banali esempi, che vogliono essere indici di trasformazioni tanto rapide quanto discutibili).

Non possiamo certo attenderci dalle teocrazie medio orientali o dai dispotismi delle steppe alcuna resipiscenza, alcun freno sulla strada che conduce all’inevitabile prossimo scontro planetario, essendo la loro storia, la loro cultura assai diverse ed in definitiva impreparate… ma un occidente che ha paura di esser quel che dichiara, che si traveste da agnello quando ancora lupo è, che rifiuta il doloroso ma salutare svilupparsi del sapere collettivo, della razionalità individuale e della propria democraticità, non è solo ipocrita ed indegno, ma anche miope e suicida. Perché l’aspirazione democratica, le libertà individuali, i diritti dell’individuo, la crescita costante della cultura e della consapevolezza popolare sono i nostri migliori assets, la nostra assicurazione sulla sopravvivenza della civiltà occidentale e di coloro che fisicamente la incarnano.

Le conquiste di cui sopra rappresentano millenni e millenni di sforzo collettivo, di sangue ed aspettative, di genio e dolore… in essi è condensata, riposta la speranza del mondo intero e di ciascuno alla “felicità”… ad essi guardano gli illuminati, pochi e maltrattati, nati in luoghi meno fortunati dei nostri.
Esse sono tutto quello che potrà persuadere miliardi di uomini affamati e disperati, sudditi di governi dispotici che trattiamo con disinvoltura e amistà al fine di carpirne risorse e mercati, a non distruggere il nostro mondo finché non ne resti pietra su pietra, a non massacrare noi, poche centinaia di milioni di privilegiati, non appena possederanno i mezzi tecnici per farlo.
Ed a questo sono vicini, come ci chiarisce ulteriormente lo stesso Assange, dannatamente vicini.
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