“L’Italia è un paese povero pieno di gente ricca”. Sinora.

O si comanda o si obbedisce (più spesso la seconda)

Graziano è più liberale di Renzi

Forte è in questi anni il dibattito sullo stato etico, che tutte le democrazie continentali occidentali conoscono molto bene. Un pò meno forte da noi, che lo viviamo sulla pelle. Parliamone.
Storicamente, nella modernità, esso è il portato naturale dell’idea di stato così come fuoriesce dalle pagine hegeliane.
Entità sovraindividuale, fonte del diritto, superiore ad ogni altra autorità; avente il potere, anzi il dovere, di premettere all’interesse del cittadino quello dello stato. E’ evidente che entro certi limiti, e se si intende per stato la collettività, posto che qualcuno riesca a definirla, il discorso fila. Del resto, la politica non è altro se non ricerca asintotica di contemperazione ed equilibrio tra gli opposti interessi dei consociati. Una volta attribuito alla totalità della popolazione maggiorenne il potere di decidere delle sorti della nazione tramite la democrazia rappresentativa, il problema della fonte del potere politico non dovrebbe sorgere. Se non a livello pratico, ovverosia della effettività (parola cara a Kelsen) dell’esercizio di tale potestà. Che, ad esempio, potrebbe essere inficiata dalla eccessiva povertà di alcune zone o dal loro isolamento culturale. O, anche, da un diffuso astensionismo. O da un’informazione integralmente asservita agli interessi del potere (mal) costituito. Ma questa è altra questione. Facciamo un passo indietro. 
Entro quali ambiti si deve svolgere la necessaria attività dello stato, chiamato a permettere ed a vietare? Questo è il vero busillis. L’ipertrofia degli stati figli dell’idealismo è stata pagata a caro prezzo in economia. Una cosa è il ruolo, a volte effettivamente indispensabile, dello stato o delle sue emanazioni dirette -vedi IRI– laddove la spinta imprenditoriale privata è assente.
Anche il bisogno di tenere sott’occhio servizi di pubblica utilità giustifica partecipazioni, dall’energia alla sanità. Ma entro limiti ben precisi. E fintanto che si dimostra utile e funzionale.
Le mani dello stato, da noi gracile burattino in mano ai partiti ed alla Chiesa, su ogni attività che abbia rilevanza economica è ben altra cosa. Ed ha ben altri effetti. Segnatamente la creazione di una burocrazia arcigna, lo sviluppo del clientelismo, la morte della concorrenza che poi è quella cosa che tiene i prezzi bassi e fa aumentare la qualità dell’offerta.
Lo stato imprenditore, spesso pessimo anche perché spogliato dai suoi stessi cittadini (tanto da far dire ad un diplomatico anglosassone che “l’Italia è un paese povero pieno di gente ricca”), per far fronte alla sua straripante attività di impresa “a perdere” è stato costretto ad imporre, per un verso, tasse da espropriazione, che deprimono lo sviluppo perché distruggono la molla del guadagno; per l’altro a proporre i suoi titoli- BOT, CCT, BTP ecc.- a corsi vantaggiosissimi per gli investitori.
Allo stesso modo ha preso in prestito capitali da tutto il mondo, scommettendo con cinismo millenario sulla geopolitica della guerra fredda, privandosi di ogni paracadute in caso di crisi sistemica (vedasi oggi). E Il denaro è fluito verso le casse dello stato, disertando a lungo le borse, ovvero la fonte principe di finanziamento per la libera imprenditoria, costretta una volta di più a batter cassa alla banche. E, quindi, di nuovo allo stato, che di tante banche è stato aperto, od occulto, azionista. Alterando pertanto la concorrenza libera che i privati ponevano in campo. In quanto per i non “amici degli amici” il credito diveniva quasi impossibile, per gli altri invece si usavano le risorse “di stato”, reperite come appena ricordato e spese con allegria.
Il deficit di autonomia per i cittadini non si limita ovviamente a questo profilo. Anzi i profili sono tra loro interconnessi, per cui la libertà di pensiero e di scelta etica riverbera sull’economia e viceversa: Uno stato invasivo di tutti i plessi economici diviene nemico dei suoi stessi cittadini, poiché innesca un meccanismo perverso di disservizio, depressione e controllo. L’invadenza etica dello stato, anch’essa largamente presente in Italia, né è sorella, con tutte le controindicazioni, non solo morali ma anche economiche, che proverò a riassumere.

Prendo le mosse, per ben cominciare, dalla considerazione fondamentale che la ricchezza monetaria è uno strumento utile, indispensabile per la vita dell’uomo moderno. Ma non è in se stessa una finalità in senso assoluto. La moneta, metallica, cartacea o virtuale che si voglia, è e resta un bene di scambio con il quale procurarsi altri beni, ma nella sua consistenza fisica è pressoché inutile. ma-zio-paperone-era-feliceA meno che non ci si voglia tappezzare una stanza, se di moneta cartacea trattasi, come accadde nella repubblica di Weimar in cui l’inflazione giunse a renderla più economica della carta da parati; o, se metallica, non si abbia voglia di farci un tuffo, come accade allo zio Paperone dei fumetti disneyani. La maggior parte delle persone, insomma, desidera avere denaro per scambiarlo con beni o servizi, o per tesaurizzarlo in attesa di occasioni adatte a farlo fruttare e meglio realizzare i propri scopi. Gli stessi beni e servizi, a loro volta, dovrebbero essere finalizzati alla nostra soddisfazione personale.

Questa è insomma la molla che induce a produrre ricchezza ed a scatenare i processi economici virtuosi…Per inciso, il condizionale è d’obbligo poiché una parte dei problemi attuali dell’occidente derivano dall’aver perso quest’ultimo anello logico della catena. Se è relativamente raro trovare chi cerca nel puro denaro la soddisfazione, molto meno lo è trovare chi la cerca negli oggetti. Ma si tratta ancora di altra questione, che qui non si può affrontare, in quanto filosofica ed ulteriore rispetto alla visuale economica dovuta al problema.
La soddisfazione individuale e collettiva risiede nella possibilità di fare ciò che riteniamo giusto con i mezzi procuratici, senza che ciò che facciamo risulti in danno per gli altri. In queste semplici parole risiede, secondo me, sia il segreto per scegliere, a livello di autorità statuale, cosa consentire e cosa vietare, sia la giustificazione del divieto stesso. Se gli uomini fossero i giusti evangelici od i bodhisattva buddisti il problema non si porrebbe. Nella realtà storica si è invece sempre posto ed ha trovato varie soluzioni. Esse ci insegnano che la licenza assoluta, anarchica è sommo male perché si risolve inevitabilmente in sopraffazione e scontro; ma che la compressione assoluta, od eccessiva, della libertà di credere e di poter realizzare ciò in cui si crede, inficia lo sviluppo morale, civile ed economico degli stessi stati, perché deprime e scoraggia l’individuo, cardine della società. Lo stato, insomma, dovrebbe ragionare in termini pragmatici.
Per vietare un comportamento dovrebbe chiedersi prima a chi giova, a chi non giova, quali sono i costi della sua repressione, quali quelli della sua non repressione. Se è necessario sacrificarlo al bene della società, in altre parole. Dovesse risultare ciò troppo oneroso, impossibile o, ad attenta analisi, non significativamente dannoso per la comunità, mancherebbe l’interesse a vietarlo.
Il bene ed il male non appartengono allo stato, ma alla (forse) libera mente dei suoi (forse) liberi cittadini.
Lo sapeva già Graziano nel XII secolo.

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